Il partito della stessa grande barca

Il signor J., di professione politico, credeva che la vera saggezza si incarnasse nel seguente motto: se la barca si inclina troppo da una parte, dobbiamo sederci dall’altra. Per esempio: “troppa burocrazia? Più libertà economica, ora! Strapotere dei mercati? Più giustizia sociale, ora!”

Parlandone un giorno con un conoscente, amante della filosofia, si sentì però replicare: “se la barca non fa altro, da decenni e forse da secoli, che inclinarsi di qua, poi di là, oscillando continuamente, è giunta l’ora di cambiarla, non credi?”

Non faceva una piega. Essendo J. un politico di sinistra, identificò immediatamente la barca vecchia con il capitalismo, la nuova con la socialdemocrazia. Purtroppo per lui, a quell’incontro era però presente anche un politico di destra, il signor F.K., il quale riconobbe nella vecchia lo statalismo, nella nuova la meritocrazia.

Si affrettarono entrambi ad acquistare una barca nuova ciascuno e a metterla solertemente in acqua, con gran squilli di magnifiche trombe e progressive; successe così che le masse popolari, per via di tale rinnovata governance della loro navigazione nella liquida società occidentale, non dovettero più cambiare frequentemente posizione nella barca. Alcuni – quelli che avevano trovato i posti migliori – se ne stavano sempre comodamente seduti; altri erano costretti, con frequenza crescente, a saltare da una barca all’altra, arrischiandoci la pelle.

Un giorno, i due politici si incontrarono nuovamente, anche questa volta per caso, sempre a casa del comune conoscente amante della filosofia. Dopo aver scambiato quattro chiacchiere disimpegnate, lo sentirono improvvisamente esclamare, per nulla disteso, al contrario indignato: “siamo tutti sulla stessa barca!”

Quella frase, che anni prima sarebbe apparsa come un’espressione di saggezza o, per lo meno, di buon senso, suonava a entrambi in quel momento come un’oscena, persino reazionaria banalità. La scienza della governance aveva fatto troppi passi avanti per tornare indietro, diamine! Si scambiarono dunque un cenno d’intesa; ritiratisi a parlare da soli, J. disse una cosa che il suo avversario F.K. non poté non approvare di cuore: “Aveva proprio ragione, il buon vecchio Stephen Hawking: philosophy is dead, i filosofi non hanno più nulla da dire né da dare; abbiamo bisogno solo della scienza, al giorno d’oggi”. Del resto, l’eccitata affermazione del loro ospite filosofo era, oggettivamente, scientificamente, falsa: non siamo tutti sulla stessa barca, oggi.

Le masse popolari, pur conoscendo Hawking di fama, non sapevano nulla di quella sua affermazione; ad ogni modo, trascorsi alcuni anni, quando fu a (quasi) tutti loro chiaro che il nuovo problema del salto da una barca all’altra non era affatto temporaneo, spuntò fuori un nuovo partito, né di destra né di sinistra: il PSGB, vale a dire il Partito della Stessa Grande Barca. Il suo nuovissimo gruppo direttivo, composto equamente di femmine e maschi e privo di alcun leader che dominasse sugli altri dirigenti, era ambientalista, afroamericanista e pro-LGBT+; ma la promessa che rese il PSGB popolare fu quella di rottamare le due barche, a loro dire troppo piccole, della governance bipolare – la barca meritocratica e quella socialdemocratica – per comprarne una nuova, questa volta enorme, che potesse contenere tutte le masse popolari oppresse! I dirigenti, giovanissimi ma già competenti, nonché estremamente motivati e grintosi, garantirono che la cosa era perfettamente realizzabile e giurarono di aver fatto bene, con la massima cura, tutti i conti, calcolando anche il previsto – non grande – incremento demografico della popolazione occidentale. La barca sarebbe quindi stata in grado di ospitare per i successivi cinquant’anni tutti gli Occidentali, non uno di più, non uno di meno.

“Non uno di più”, certamente: “non sono eticamente ammissibili sprechi; in fondo, si tratta dei soldi dei cittadini contribuenti!”

Era un progetto realizzabile, è vero; dunque, lo si realizzò. In che modo? Ma non è difficile immaginarlo, suvvia: tutte le industrie dell’Occidente parteciparono alla costruzione e alla messa in acqua; dopo di che, i militari dell’ONU, posizionati lungo tutto il perimetro della nuova, immensa imbarcazione, furono incaricati di impedire ai non Occidentali di salirvi. La polizia, distribuita scientificamente all’interno, si incaricava invece di prevenire qualsiasi oscillazione – la gente era stanca di oscillare! Ogni individuo o gruppo sospetto di individui, il cui comportamento sociale potesse verosimilmente condurre – in quanto giudicato anche solo leggermente deviante – alla pur minima inclinazione della barca da una parte o dall’altra veniva dalla polizia prelevato e posto in un ghetto costruito al centro della barca stessa. In quel ghetto, confortevole e per nulla disumano, costui o costoro veniva o venivano indotti – inizialmente mediante la sola forza, poi grazie anche alla persuasione (“non capisci che, se ci fai inclinare, metti in pericolo tutti noi, solo a causa del tuo piccolo individualismo?” era un’affermazione nella quale, dopo averla sentita ripetere più e più volte, il colpevole non riusciva a trovare nulla di sbagliato, senza per questo sentire di essere veramente cambiato dentro di sé e di poter uscire dal ghetto senza pericolo per gli altri) – a rimanere per sempre.

Il signor F.K. e il signor J. non finirono, nonostante le loro personali inclinazioni, tra i “ghettizzati”, anche se, ovviamente, le loro piccole barche furono rottamate ed essi dovettero accontentarsi di un collocamento di prestigio all’interno della nuova imbarcazione, senza con ciò poter però entrare – a causa della loro età superiore ai 40 anni – nel suo acclamato gruppo dirigente.

Di filosofi non se ne sentì più parlare; a meno di non considerare tale – ma non si può, proprio non si può – quel tipo strampalato che, salito su una montagna, svociando come un grullo in mezzo al vento che quel giorno tirava all’impazzata, raccontò a uno sparuto gruppo di casuali presenti questa storia, una storia che io, avendo avuto la fortuna di essere tra loro, vi ho qui riportato.

(Alberto Cassone, luglio 2021)

La costellazione della Grande Puzzola

C’erano una volta tre puzzole: Lina, Letta e Lona. I loro veri nomi, in realtà, erano Puzzolina, Puzzoletta e Puzzolona;  ma era passato molto tempo da quando erano stati pronunciati per l’ultima volta, sicché quasi nessuno se ne ricordava più e tutti le chiamavano con i nomi abbreviati.

Non era soltanto dai nomi, che la puzza era stata rimossa: erano anni che i loro corpicini non emettevano più sgradevoli odori in presenza di altri animali. Naturalmente, quand’erano sole, ciascuna per conto proprio intenta ai bisognini, l’aria si riempiva di innumerevoli particelle, per nulla amiche dei milioni di diversi nasi del mondo animale; ma, non essendovi appunto in quei momenti alcun naso fuorché il loro, le particelle della puzza non trovavano alcun bersaglio che potesse dar loro soddisfazione e, rassegnate, si dissolvevano nell’aria profumata dall’erba e dai fiori.

Quando parliamo del “mondo animale”, non dovete pensare di esserne esclusi, cari lettori umani. Gli animali umani, soprattutto quelli ancora cuccioli, giocavano molto spesso con Lina, Lona e Letta. Vi era in particolare uno splendido giardino, non distante dal grande palazzo comunale della città di Sborgoglio, dove le tre puzzole si recavano tutte le mattine, incontrandovi nel fine settimana e durante le vacanze i bambini delle famiglie che abitavano nella zona.

Mentre i genitori sborgogliati chiacchieravano, seduti sulle panchine di legno dipinte in un elegante verde scuro, i cuccioli umani si divertivano con le tre, correndo, inseguendosi, rotolandosi abbracciati nell’erba, inventando giochi sempre diversi. Uno dei bambini che più spesso si incontravano in quel giardino si chiamava Giotto; amava scalmanarsi come gli altri, ma era anche un tipo piuttosto sveglio. Assieme ai suoi amichetti, sapeva che tutti gli animali come Letta, Lina e Lona erano chiamate, dai grandi, “puzzole”; ma, a differenza degli altri, non credeva che le tre fossero delle puzzole vere.

Giotto si ricordava bene quel che aveva imparato dalle sue maestre: “le puzzole fanno delle puzze tremende”, gli avevano insegnato, anche se forse non esattamente con quelle parole. E invece le tre compagne di giochi non avevano mai, assolutamente mai, fatto alcuna puzza: i conti non tornavano, dunque. A dire il vero, i suoi genitori gli avevano spiegato che Lona, Lina e Letta, proprio come tutte le altre puzzole, esalavano i loro nauseabondi fetori solamente quando si sentivano in pericolo e che con i bimbi umani, in quel giardino, evidentemente non ci si erano mai sentite. Ma Giotto era tanto sveglio quanto ostinato: voleva scoprire la verità da solo; non era tipo da accontentarsi delle flemmatiche spiegazioni date da adulti un po’ distratti.

Riuscì a costruirsi, in pochi giorni, un travestimento quasi perfetto da re della foresta, ossia da leone feroce: il costume era realistico. Dopo di che, preparò con grande cura il suo assalto: si nascose la mattina presto; attese con pazienza che i cuccioli umani accompagnati dai genitori e i tre animaletti entrassero nel giardino e iniziassero a giocare; quando capì che il momento giusto era arrivato, sbucò fuori dal cespuglio che si era scelto per nascondersi e, con notevole velocità per un bambino a quattro zampe, si lanciò di corsa sull’ignaro gruppetto, emettendo un ruggito potente e quasi altrettanto realistico quanto il costume.

“Se sono vere puzzole, adesso si vedrà: le puzzole spaventate fanno sempre le puzze”, si era detto Giotto un istante prima di assalire i suoi amici. Purtroppo per lui, nel progettare il suo piano non aveva riflettuto sul fatto che le vere puzzole sanno sempre riconoscere i veri leoni: infatti, Lona, Letta e Lina non si preoccuparono per nulla e continuarono, imperturbate, a giocare. A spaventarsi, invece, furono gli altri bambini, che in quel momento si trovavano tutti vicinissimi alle tre: i veri bambini, infatti, non sanno distinguere i veri leoni dai falsi quando il travestimento è veramente fighissimo.

Un istante prima di fuggire terrorizzati a gambe levate, gridando come pazzi per la paura, gli amichetti di Giotto si fecero scappare ciascuno una puzzetta dietro l’altra, tramutando l’aria fresca del bel giardino, in particolare nella zona in cui si trovavano, in una micidiale pestilenza olfattiva. A causa della maschera da leone che portava sulla faccia e dell’affanno derivante dal dover correre a quattro zampe imitando con la sua voce un poco stridula l’imponente ruggito del re della foresta, il bimbo tanto sveglio e ostinato che aveva causato quell’esplosione di maleodorante eccitazione infantile non riuscì a capire precisamente cosa fosse successo; giunto in pochi secondi in prossimità di Letta, Lona e Lina, non appena ebbe smesso di ruggire, le sue narici percepirono di colpo e alquanto distintamente l’infernale odore delle puzzette mitragliate dai bimbi in fuga. Immediatamente, comprese di essere stato uno sciocco a dubitare delle parole dei suoi genitori. Quanto si vergognò, in quel momento e nei giorni seguenti… quelle tre, altro che false puzzole: erano invece delle superpuzzole, delle puzzole stracosmiche, delle puzzole da leggenda. Addirittura delle divinità, forse; certamente degne di una costellazione tutta loro nel cielo. La costellazione della Grande Puzzola.            

Il grande sogno Eufrateo

Quei sei fratelli litigavano di continuo: non erano mai d’accordo, si scontravano su ogni cosa, a volte persino venendo alle mani. Un giorno, durante un momento di tregua, uno di loro propose agli altri:

“Ho un’idea. Visto che non riusciamo a non litigare, perché non proviamo a risolvere la cosa diventando una sola persona?”

Gli altri cinque lo guardarono come se fosse un pazzo. Ma lui continuò: “Dai, facciamolo, proviamoci! Finalmente potremo trovare la pace…”

“Ma non è possibile diventare una persona sola… sei scemo?”

“Sì che è possibile, invece… me l’ha detto la zia”.

“Quale zia? Ne abbiamo due”.

“Zia Samanta Merica. Mi ha detto che dovremmo cercare di fonderci, in modo da non litigare più. Mi ha ricordato che l’ultima litigata è durata veramente troppo, che è stata catastrofica”.

“Beh, Zia Samanta Merica è fuori di testa… non lo sai?”

“Sarà pure fuori, però intanto è la più ricca e influente di tutti i nostri parenti”.

“Nel Paese degli Orbi, il Cieco regna… lo sanno tutti, Germano caro”.

“Senti un po’, Franco… credo seriamente che la Zia abbia ragione, che dovremmo farlo: diventando un solo individuo, saremo infatti una persona molto più grossa – e come ben sai tra i nostri vicini ce ne sono almeno un paio di enormi e pericolosi. Solo così saremo in grado di fronteggiarli”.

“Stai parlando di Giuseppe Russo Vietico e di Marzia Lunga Incina? Ma come, non l’hai capito che il loro nemico numero uno non siamo noi sei, bensì è proprio la Zia Samanta?”

“Ho capito, Franco, sì… ho capito che con te non si può parlare. Voi altri, che ne dite, invece? Italo, tu che ne pensi? Ti vedo perplesso, ma perché? E voi tre, Belgiovane, Iolanda, Alessemburgo… come vi pare, questa idea?”

“Ci pare, che la cosa sia già decisa… quando la Zia Samanta vuole qualcosa, di questi tempi è impossibile dirle di no… ma sarà molto, molto difficile fonderci. Da che mondo è mondo, sei persone non sono mai riuscite a diventarne una”.

“Ma è proprio questo il bello, ragazzi! Una cosa mai avvenuta prima! Un sogno! Sì, un sogno… che chiameremo… il grande sogno Eufrateo!”

“Va bene, Germano, è inutile che io mi opponga ulteriormente: facciamolo. Però, quando saremo una persona sola, quando questo assurdo ‘sogno Eufrateo’ sarà in qualche assurdo modo realizzato… la persona sola la voglio comandare io”.

“Tranquillo, Franco. Ne ho già parlato con Zia: mi ha detto la stessa cosa. ‘Germano, lascia comandare il fratello più grosso, mi raccomando. Almeno all’inizio…’ Quindi, nessun problema”.

“E con Doregno Unibretagno, il nostro cugino strambo dell’isola, che facciamo? Lo invitiamo oppure lo lasciamo stare?”

“Caro Italo, a Doregno per il momento non ci devi pensare. Lui è bello grosso e non vorrà certo fondersi con noi, specie ora che siamo tutti – tranne Franco – più piccoli di lui. Certo, una volta che saremo una persona molto, molto grande, ci dovrà ripensare… e a quel punto, saremo noi a dettare le condizioni”.

“C’è del metodo nella tua follia, Germano”.

“Grazie. Bene, dunque, è deciso: scrivo subito a Zia Samanta Merica per darle la conferma. Vedrete presto quanto ne sarà felice. Ci arriveranno un sacco di regali, assieme alle istruzioni”.

L’amor che move il mondo e le favelle

L’amor che move il sole e l’altre stelle: chiudendo così il suo capolavoro, Dante non scriveva di amore sentimentale, ma di amore a un tempo fisico e spirituale; il sole e le stelle anelano a congiungersi, a fondersi con “Dio” in una cosa sola: non potendo mai riuscirvi, eternamente continuano a girare.

L’amor che move non governa solamente la fisica; tutto vi è soggetto, omnia vincit amor. Tutte le cose; incluse le favelle, ossia le lingue verbali, nelle quali tale potere dalla natura a un tempo incomprensibile e invincibile si manifesta in svariati modi. Uno di essi è l’attrazione fra elementi linguistici, a causa della quale essi tendono a presentarsi insieme. Prendiamo alcuni esempi dalla lingua italiana:

– nei paraggi del sostantivo decisione si troveranno molto spesso il verbo prendere e/o l’aggettivo difficile;

– prima del sostantivo verità troveremo spesso gli aggettivi pura o amara;

– in un tragico e prevedibile finale di storia, il cuore sarà spesso preceduto dal verbo spezzare o seguito dall’aggettivo spezzato;

– a braccetto del verbo cogliere si troverà molto spesso il sintagma in fallo;

– dopo l’aggettivo aitante apparirà sempre il sostantivo giovane, con un baldo secondo aggettivo pronto a intromettersi;

– nelle immediate vicinanze del sostantivo bosco faranno frequentemente capolino gli aggettivi fitto e cupo;

– e così via (e così via).

Ogni lingua è intessuta d’amore. A volte poligamico, altre monogamico, ma molto spesso cieco; la maggior parte dei verbi usati intransitivamente si accompagnano, infatti, a solo una o due preposizioni, da essi scelte con criteri di difficile razionalizzazione: provare a, ma cercare di. Oppure, geloso, quasi ossessivo: i sostantivi cercano gli articoli e gli articoli, così come gli aggettivi, non possono vivere senza i sostantivi (anche se possono provare a tirare a campare con qualche pronome). Proprio come l’amore tra gli amanti, l’amore tra sostantivi e aggettivi qualche volta richiede un verbo copulativo o una vera e propria copula (mio marito è bellissimo, la donna mia pare tanto gentile e tanto onesta, l’uomo mio diventa freddo), ma spesso e volentieri riesce a farne a meno: adoro il mio bellissimo marito, riverisco la mia gentile e onesta donna, temo il freddo uomo mio.

L’amor linguistico ha spesso bisogno di sapienti intercessori, in apparenza (ma solo in apparenza) alquanto diversi da Cupido. I soggetti, quando vanno in cerca di complementi, ricorrono infatti all’intermediazione disinteressata dei predicati: la teoria si impara a scuola, la teoria si dimentica al lavoro, la lingua si apprende da bambini. Altre abilissime consulenti d’amor son le congiunzioni, capaci di soddisfare il desiderio delle proposizioni di coordinarsi, di subordinare, di essere subordinate. Ti ho sposato perché ti amavo,ti amavo quando eri bravo, eri bravo finché mi amavi, mi ameresti se ti lasciassi?

La magia dei simili che si rincorrono e infin si trovano non si dispiega solo sul piano sintagmatico (ossia nella sequenza lineare, scritta o orale, dell’enunciato) ma anche su quello paradigmatico (si tratta dell’insieme mentale degli elementi collocabili in un determinato punto di una determinata sequenza): nello spazio vuoto dell’enunciato il tempo è ……………. oggi, usciamo, dai! possiamo inserire un aggettivo scegliendolo da un piccolo gruppo di amici molto stretti: bellissimo, splendido, incredibile, fantastico…

La parata dell’amore linguistico prosegue; ma io la lascio andare per la sua caleidoscopica strada. Faccio una pausa caffè; dalla finestra del bar la osservo sparire all’orizzonte. So per certo che ben presto la rincontrerò; perciò me la prendo comoda, anche perché, ora, ho voglia di creare un attimo di silenzio.

Devo sempre fare un piccolo silenzio prima di menzionare lui, uno degli artisti più grandi del nostro tempo. Maestro del linguaggio, sofisticato creatore di dialoghi, Woody Allen ha intitolato un suo incantevole film “Everyone Says I love You”. Ognuno dice ti amo.

Scrivendo questo capitoletto, ho provato a mostrare come ogni parola dica ti amo. Ma è altrettanto importante ricordare come quel ti amo non sia rivolto a tutte le altre parole. Avverbi e sostantivi non si possono sopportare: il mio cane velocemente… cosa fa, velocemente? Niente, si riposa. Tranquillo. Lo stesso vale per i verbi e gli articoli: il mangiar bene fa bene alla salute? Non lo so, ma certamente mangiar bene alla salute fa molto meglio. Per non parlare degli articoli e dei pronomi dimostrativi: nella questa casa non ci vado ad abitare neanche morto. Le preposizioni, poi, sono schizzinose fino all’inverosimile: se dai loro un verbo, lo accettano solo se è infinito. Parlo per comunicare va bene, parlo di comunicare anche, ma se parlo per parlando sparlo.

Non è solo una questione di parole, come dicevamo all’inizio. Ogni cosa dice ti amo – ma non a tutte le altre cose. L’amore è dappertutto, tesse la sua rete, connettendo simile a simile in una trama infinita, di connessioni infinite – ma anche di infiniti vuoti: perché esso non lega mai dissimile a dissimile. Non è vero che gli opposti si attraggano. Dante, con il suo amor che move, si ispirava alla fisica platonico-aristotelica, secondo la quale il simile desidera congiungersi al proprio simile: ecco perché i corpi solidi “cadono”, il “fuoco” (noi parliamo di stato plasmatico della materia) sale, l’acqua penetra sotto la terra, l’aria vi resta sopra. Si tratta di attrazione, ossia di una forza incomprensibile e meravigliosa che il poeta dei poeti chiamava amor e i fisici chiamano gravità.

Per Newton, la forza di gravità restava un grande un mistero – misurabile sì, ma comunque un mistero; Einstein la misurò ancora meglio, interpretandola in termini inconfutabilmente (fino alla prossima confutazione) matematici; ma l’utilissima definizione verbale che il geniale Albert ne diede, presentandola come “deformazione della curvatura spazio-temporale”, in termini di verità scientifica vale tanto quanto quella di Platone e Aristotele. I simili si attraggono, gli opposti si respingono; così va il mondo, così va la lingua.

L’eros, l’amore tra opposti, amore per ciò che non si è, per ciò che non si ha, è sempre dannato, sempre maledetto, sempre predestinato al fallimento: anche quando sembra compiersi, nel compiersi si scioglie, trasformandosi in altro – in odio, oppure in amore tra simili, agape, amore per ciò che si è, ciò che si ha.

Ma forse è proprio per questo che, dentro l’anima, preferiamo l’amore maledetto? Che preferiamo trascendere noi stessi, tentare l’impossibile? A volte sembra preferirlo anche la lingua, che si rende visibile – si riscatta dall’essere sempre e solo comunicazione – rompendo le regole e facendosi poesia:

Io speriamo che me la cavo.

E va bene, lo ammetto: non vi ho presentato un esempio di poesia “alta”… ma nel suo irripetibile capolavoro di involontario lirismo e cruda verità, Marcello d’Orta ha tentato l’impossibile – e vi è riuscito. Per questo suo successo, l’hanno scacciato dal suo paese in quanto indesiderato. Erano troppo dissimili da lui per capirlo, per stare insieme a lui.

(Alberto Cassone)

Democrazia diretta a distanza

Cittadine italiane, cittadini italiani, sono onorato di rivolgermi a voi, oggi, per la prima volta nelle mie nuove vesti di Presidente del Consiglio. Non amo né le trite formule presidentesi, né l’esternazione di emozioni che devono rimanere private, né tanto meno – ma non è il mio caso – la simulazione opportunistica di emozioni in verità sovrastate dal continuo pensiero dell’emergere della propria gloria o dell’urgere dei propri interessi mondani; non posso però esimermi dal ringraziarvi di cuore, iniziando prima di tutto da voi che non mi avete votato: voi, con le vostre costanti e impertinenti critiche, mi avete costretto a migliorarmi come uomo e come politico – perché le due cose non coincidono affatto. Altrimenti, non le distinguerei: non amo le trite, oziose e autocompiaciute separazioni concettuali tra il ruolo e l’attore. Mi rivolgo, del resto, al popolo, che tali sottili distinzioni non apprezza; né con questo intendo dire che non mi rivolgo anche all’élite che tali sottigliezze invece sa apprezzare, perché in verità io mi rivolgo a tutti, popolo ed élite -, mi avete costretto a divenire più forte delle vostre sciocche critiche. Passo poi, in tono dimesso perché serenamente, placidamente grato e orgoglioso, a ringraziare anima e corpo chi invece mi ha votato, aiutandomi ad accrescere una fiducia in me stesso che fin da bambino è stata in me nettamente inferiore alle mie effettive capacità.

Il mio ringraziare non può né deve bastarvi, cari concittadini: vi prometto dunque che da domani, anzi – da stasera, a casa, con il mio portatile, dopo aver addormentato i bambini con favolette naturalmente non politiche – mi metterò politicamente al lavoro per far sì che le promesse fatte si trasformino in fatti promessi.

Più posti di lavoro, pagati meglio, con più diritti; maggiori profitti aziendali, con migliori rapporti umani tra i lavoratori subordinati e i datori di lavoro sovraordinati; un programma ambientalistico di grande respiro. Ci arriveremo, non voglio illudervi, in una decina d’anni, perché ci arriveremo veramente e, quando vi saremo giunti, non torneremo più indietro.

Sento sollevarsi dei lievi e rispettosi mormorii tra voi. Non vi preoccupate, non ho dimenticato il nostro fiore all’occhiello, il cuore pulsante del nostro programma: la democrazia diretta.

Fino a oggi, la democrazia è stata sì diretta, ma da altri. I partiti politici – noi non apparteniamo a questa categoria; né io appartengo in effetti ad alcun noi, fatta salva la mia umanamente infinita gratitudine verso il movimento politico che, vinte le elezioni, ha scelto di indicarmi come candidato alla Presidenza del Consiglio – hanno utilizzato, negli ultimi anni in modo sempre crescente, la politica per i loro interessi di parte; la democrazia rappresentativa è dunque stata, perdonatemi la reiterazione del gioco di parole, da loro diretta da dietro le quinte: il parlamento è stato privato, così, del suo ruolo.

Con la democrazia diretta a distanza, ossia con la possibilità – e l’obbligo, almeno per qualche anno, a fini educativi – di votazione collettiva online di tutte le leggi estesa a tutti i cittadini italiani, questa sì una forma di democrazia capace di autenticamente rappresentare il popolo, il parlamento non potrà più essere “privato del suo ruolo”, poiché naturalmente il parlamento non sarà più necessario.   

Sento ancora dei soffusi, ma ora più decisi, mormorii. Non vi preoccupate, il parlamento non vi mancherà affatto. Ogni legge sarà votata da voi, ogni legge, capite? Una vera rivoluzione democratica.

Presidente! Presidente! Presidente, mi ascolti! Mi ascolti!

Fatelo parlare, per favore – non lo trascinate via così volgarmente. Mi interessa confrontarmi con tutti, si tratti di membri del popolo – come in questo caso – o dell’élite. Lasciatelo stare e dategli un microfono.

Grazie Presidente, grazie tante. Grazie di cuore. Le volevo fare una domanda, ma prima di procedere, mi scusi… lei appartiene all’élite o al popolo?

Ieri le avrei detto all’élite, domani le dirò al popolo, oggi le dico… a tutti e due. Proceda pure, simpatico e ironico signore.

Bene, Presidente: visto che lei è anche élite, mi esprimerò come a élite si confà, senza con ciò lesinar sortite nel brusco idiom del volgo. Dunque, ecco quanto desideravo domandarle, Signor neopresidente, o – se preferisce – Presidente Giuseppe Marchese: il movimento che l’ha candidata al ruolo che da oggi lei ricopre ha duramente combattuto, quattro anni fa, contro una riforma costituzionale che prevedeva la sostanziale liquidazione, mediante referendum, del Senato della Repubblica. Con il vostro attuale programma, abolendo il Parlamento della Repubblica si andrebbe ad abolire non solo il Senato, ma anche la Camera dei Deputati. Non le appare tutto ciò vagamente, tendenzialmente, orientativamente, incoerente?

Mi aspettavo un linguaggio diverso da quello, decisamente medio, senza alti né bassi, da lei usato: aveva promesso voli elitari e picchiate volgari, invece niente di tutto questo.

Vorrà dire che appartengo alla classe media – impoverita, certo, come lei ha fulmineamente notato dal mio aspetto e dal mio abito. Però non mi ha risposto, Presidente Marchese.

Il parlamento non sarà realmente abolito, caro cittadino medio; semplicemente, esso sarà trasferito nelle case di tutti gli Italiani.

Forse la sua attuale funzione di semplice ratifica quantitativa delle decisioni prese in altre sedi – riunioni di partito, riunioni di governo, riunioni del gruppo Bilderberg, eccetera – potrà essere trasferita nelle case, ma la sua autentica, reale funzione, consistente nel libero confronto di idee in uno spazio pubblico, non lo potrà mai. Perché fingete di non saperlo? O forse siete così ingenui da non averci pensato?

Il parlamento non è mai stato un vero spazio pubblico: è stato sempre occupato e privatizzato dai nemici del popolo. Ora, noi lo portiamo al popolo.

Ma non era anche dalla parte dell’élite, lei?

Certamente: l’élite di esperti, competenti e tecnici, nella nostra nuova concezione della politica si occuperà di applicare nel migliore dei modi le decisioni prese dal popolo.

E chi deciderà quali decisioni dovrà prendere il popolo?

Altri esperti, naturalmente. Alla fine, di cosa mai si preoccupa, lei? Perché è così nervoso quando si esprime, così poco conciliante? Dovrebbe guardarsi dentro, alla ricerca delle reali cause del suo nervosismo e della sua insoddisfazione, invece di sfogarsi disfattisticamente contro chi prima sogna, poi progetta, infine realizza un vero cambiamento.

Era meglio se mi portavano via, prima. Ora sto peggio. Per favore, guardie, portatemi via.

No, fermi! Lasciatelo lì. Ogni cittadino ha il dovere, non solo il diritto – ha il dovere di confrontarsi con gli altri. La vera, la nuova democrazia è anche questo.   

Voglio andare via! Lasciatemi, lasciatemi!

Lei resterà lì dov’è finché non mi avrà convinto, signore caro. Se riuscirà a convincermi, mi dimetterò.

(AC, 2020)

Ma cosa c’era di comune tra noi?

Questi uomini in camicia nera, d’altronde, noi li conoscevamo. Per farsi coraggio essi avevano bisogno di venire dì notte. La maggior parte puzzavano di vino, eppure a guardarli da vicino, negli occhi, non osavano sostenere lo sguardo. Anche loro erano povera gente. Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestieri, o con molti mestieri, che è lo stesso, ribelli al lavoro pesante; troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autorità, essi preferivano di servirli per ottenere il permesso di rubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli per strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte e in gruppo cattivi, malvagi, traditori. Sempre essi erano stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno. Ma il loro raggruppamento in un esercito speciale, con una divisa speciale, e un armamento speciale, era una novità di pochi anni. Sono essi i cosiddetti fascisti. La loro prepotenza aveva anche un’altra facilitazione. Ognuno di noi, fisicamente, valeva almeno tre di loro; ma cosa c’era di comune tra noi? Che legame c’era? Noi eravamo tutti nella stessa piazzetta ed eravamo nati tutti a Fontamara; ecco cosa c’era di comune tra noi cafoni, ma niente altro. Oltre a questo, ognuno pensava al caso suo; ognuno pensava al modo di uscire, lui, dal quadrato degli uomini armati e di lasciarvi magari gli altri; ognuno di noi era un capo di famiglia, pensava alla propria famiglia.

(da Fontamara di Ignazio Silone, capitolo V)

L’innamorata e il filosofo

Questi mesi con te sono stati magnifici, Luisa.

Anche per me, Claudio. Non avrei mai creduto di potere ancora… (pausa)

Cosa?

Niente… lascia stare.

Tanto l’ho capito, sai.

Ah, sì? Sentiamo un po’: che cosa, hai capito?

Non avresti mai creduto di potere ancora… amare qualcuno. Sento esattamente la stessa cosa, Luisa: anch’io ti amo!

Come fai a saperlo? Come fai a esserne sicuro?

Te l’ho letto negli occhi. L’amore autentico non sa nascondersi.

Ma no, dicevo… come fai a essere sicuro di amarmi?

Che domande sono, queste? Lo so e basta. Io ti amo.

Io, invece, mi sono fermata prima di finire la frase perché proprio in quel momento, esattamente mentre stavo iniziando a pensare di amarti, a prendere coscienza del mio sentimento, ecco che già non lo sapevo più. Ma mi succede sempre così. Sempre, sempre! Non mi capisco. Sono un caso disperato, non mi sopporto. Non è colpa tua, Claudio. Il problema è nella mia testa. E dire che sono stata così felice, in quest’ultimo periodo!

Tranquilla, ho un amico filosofo: lui può spiegarti tutto.

Uno psicologo, vuoi dire?

Ma no, dico veramente: un filosofo. Se parli con lui di quello che ti succede, vedrai che sarà più facile, poi, affrontare il tuo problema. Che poi, a dirla tutta, non è affatto solo il tuo, di problema: ne soffrono moltissime persone, di questi tempi. Soprattutto gli scienziati.

Claudio, smettila, per favore… ora non ci sto capendo più nulla. Che cosa c’entrano gli scienziati e i filosofi con il fatto che non riesco a guardarmi dentro e a capire quello che sento?

Ascoltami: forse quello che non riesci a fare, in queste situazioni, non è guardarti dentro, bensì il contrario: non riesci a non guardarti dentro. Ma non te lo so spiegare bene, io; dammi retta, parla con il mio amico. Ti dico subito che non è per nulla un tipo strano, né un personaggio un po’ pazzo, come ci aspetterebbe da un filosofo. In ogni caso, sono convinto che possa aiutarti. Non ti innamorare di lui, però – mi raccomando.

Tranquillo… non ho mai sopportato i filosofi. Sono così arroganti, credono di sapere tutto loro, di essere gli unici intelligenti al mondo. Però, ci parlerò, se proprio insisti.

Non sopporti te stessa, non sopporti i filosofi… interessante.

Credono di sapere tutto loro, quelli.

(Alberto Cassone, 2020)

Diversi e uguali

I tuoi quadri sono belli, ma usi sempre gli stessi colori, e tutti molto simili tra loro. Perché non provi anche con colori diversi, affinché i tuoi dipinti non siano così monocromatici?

Maestro, non ci provo perché la diversità tra i colori è solo un’illusione ottica: non esiste alcuna diversità, e la stessa cosa vale per le persone. Siamo tutti uguali.

L’illusione ottica, però, non è tale (non è descrivibile come illusione) quando si riferisce a fenomeni puramente ottici, quali sono i colori. Inoltre, se le persone fossero tutte uguali, cosa ne sarebbe della nostra unicità? Ognuno di noi è unico perché è diverso dagli altri; più si è diversi, più si è autenticamente sé stessi.

Ha ragione, signor maestro. Com’è importante quello che mi ha appena detto, com’è vero: siamo tutti diversi. D’ora in poi, cambierò completamente stile: impiegherò tanti colori diversi, smetterò di dipingere noiose figure monocromatiche – e butterò via tutti i miei vecchi quadri.

La dote fondamentale in un uomo

Non ne posso più di soffrire, errando all’eterna ricerca dell’autentico amore, di quell’amore che con un solo colpo di spugna e d’estasi è capace di cancellare anni di complessi psicologici, di contorcimenti mentali ed emotivi… cara madre, ho scoperto infatti che quella liberazione è allo stesso tempo una distruzione quasi totale della personalità… mi son dunque decisa a mettere la testa a partito: sposerò un uomo serio e affidabile. Ora mi vedi ancora piangere tra le parole, ma domani parlerò a viso asciutto.

Ben detto, amore. Finalmente ti sento di nuovo vicina. La prima cosa che devi considerare, in questa tua nuova strada, è che nessun uomo è affidabile se non è un buon cristiano.

Conosco bene la storia di Gesù Cristo. Ma che cosa significa, più precisamente, “buon cristiano”, secondo te, mamma cara? Non vorrei sbagliarmi ancora – per questo te lo chiedo.

Non è complicato: deve essere credente.

Ah, ho capito – deve credere in qualcosa, non essere un nichilista. Certo!

Ma no, no!… vediamo un po’… ecco: non deve essere ateo.

Mamma mia, che brutta parola! E che significa, secondo te, scusa?

“Ateo” significa “senza Dio”. Un senza Dio non può essere un uomo serio: questo è assolutamente certo.

Però, aspetta un attimo: se Dio non ci fosse, saremmo tutti “senza Dio”, dunque nessuno sarebbe individuabile come “ateo”, giusto?

Ma insomma, vuoi farmi diventare scema con queste tue elucubrazioni? Ma che diavolo ti hanno fatto, questi uomini che hai tanto amato? Dio c’è, che ci si creda o meno. Tu credi in Dio, o no?

Qualche tempo fa pensavo di essere “agnostica”, ossia pensavo di non essere in grado di rispondere a questa domanda. Poi ho capito, fortunatamente, che è la domanda a essere sbagliata.

Quand’eri bambina ti piacevano tanto le storie che sentivi raccontare in Chiesa e in parrocchia… cosa ti è successo?

Mi piacevano, certo – ma se si vuole crescere veramente, ci si deve domandare se quelle storie siano vere o false, per decidere se credere o meno che esse siano accadute, per lo meno nella loro sostanza, così come vengono raccontate. Non basta più dirsi: “mi piace, questa storia”. Molte di esse mi piacciono ancora, in effetti – per i valori che trasmettono. Ma molte altre contengono dei valori che non mi piacciono affatto.

Eppure, nei giorni in cui diventavi donna, ti vedevo così piena di spiritualità…

Lo sono ancora, mamma: spiritualità e religione non sono affatto la stessa identica cosa.

Ti rendi conto che, con questi discorsi, tradisci la tua famiglia?

So bene che i Cristiani sacralizzano la famiglia, ma questo non significa che la famiglia debba sacralizzare i Cristiani. Non so se troverò un uomo serio e affidabile – del resto queste sono certo belle qualità, ma non bastano affatto – ma puoi star certa che la mia famiglia non farà un errore del genere. Ti vorremo sempre bene, comunque – ti saremo vicini, stai tranquilla. Non mi importa così tanto delle opinioni politiche e religiose da sacrificare delle relazioni umane sul loro altare. Ecco, questa è una dote fondamentale da cercare in un uomo.    

(Alberto Cassone)