La Copertina Puzzoletta

C’era una volta una copertina che si chiamava Puzzoletta e che viveva, insieme a tutte le altre copertine del mondo, nel Paese delle Copertine.

Ciascuna di tutte le sue amiche copertine aveva un proprio bimbo da coprire. Ogni sera, mentre i bambini cenavano, assieme ai grandi, nel Paese degli Umani, esse si alzavano nel cielo, attraversavano il confine tra i due paesi, volavano fino alle case, si infilavano abilmente nelle finestre e si posavano sui letti, pronte per i loro piccoli.

La copertina Puzzoletta, però, ogni volta si sentiva sola soletta e anche inutile, perché non aveva un buon odore e, forse per questa ragione, non era ancora riuscita a trovare un bambino per sé.

Una notte, avendo deciso di non scoraggiarsi e di cercare per l’ennesima volta il suo piccolo del cuore, si alzò nel cielo, volò oltre il confine, raggiunse il Paese degli Umani e vi si fermò, planando nell’aria fresca. Si sentiva più serena, finalmente. Guardò verso il basso: nel buio, un lumicino svelava una bimba scoperta, profondamente addormentata sul suo letto. La casa era molto elegante e la cameretta estremamente lussuosa; ma, sorprendentemente, quella bambina non aveva alcuna copertina a scaldarla.

Puzzoletta per un po’ rimase lì a osservarla, indecisa sul da farsi, quando improvvisamente si alzò un vento gelido e violento, che la sollevò nell’oscurità più fitta, più in alto di quanto non fosse mai stata.

Presto però i suoi occhi si abituarono, grazie anche alla luce della luna e delle stelle, che per la prima volta le sembrò forte e calda. Da lassù riusciva a vedere tutti i bambini del Paese degli Umani e tutte le sue amiche copertine, placidamente impegnate a coprirli nel sonno. Anche la bimba scoperta continuava a dormire, ma Puzzoletta si avvide che ora stava tremando dal freddo. La sua finestra era infatti spalancata – di questo non si era accorta, prima – e l’aria gelida penetrava decisa nella splendida camera.

Ogni copertina giovane viene cresciuta dalle anziane nel segno di una sola idea, di un solo dovere, di una sola missione e vocazione: quella di proteggere i bambini dal freddo. Tale idea, in breve tempo, si muta nelle copertine in un istinto, in una seconda natura. Anche la nostra Puzzoletta, ovviamente, era cresciuta proprio così; perciò, nel veder la bimba tremare, avvertì uno sconosciuto ma impetuoso impulso, che le intimava di scendere immediatamente da lei.

Purtroppo, la violenza del vento era irresistibile, così che – per quanto si sforzasse – Puzzoletta non riusciva a scendere, neanche di pochi centimetri. Ma ancora più preoccupante era l’evidenza del fatto che più il vento fischiava più la piccola batteva i denti.

Finalmente, dopo molto tempo, il vento cessò di soffiare. Puzzoletta poté volare giù, entrare nella finestra della bimba e posarsi sul suo corpo infreddolito. La bambina starnutì, si svegliò, si guardò intorno, ma non si accorse della copertina. Voleva riaddormentarsi, ma aveva la sensazione che nella sua stanza quella notte ci fosse qualcosa di diverso. Era… uno strano odore. Non terribile, no; sopportabile, probabilmente; ma strano, eccome se era strano.

Non riuscendo ad addormentarsi subito come avrebbe voluto, la piccola si girò nervosamente sull’altro fianco; e fu in quel momento che si accorse della copertina.

“E tu cosa sei?”, le chiese. Puzzoletta era molto agitata, ma decisa a non lasciarsi sfuggire quell’occasione. “Sono la tua Copertina, venuta per te dal Paese delle Copertine, per proteggerti dal freddo”. “Ah, che bello… grazie!! Però, io ne ho già tante, di copertine…” “Eppure, ti ho visto dormire scoperta, stanotte”. “è vero, sì… hai ragione. Ma questa è una cosa che faccio sempre prima di quei giorni in cui non voglio proprio andare a scuola. Ho bisogno di prendermi un raffreddore, perché domani c’è un’interrogazione e io ho paura di non saper rispondere abbastanza bene”.

Puzzoletta era molto, molto delusa. “Se è così, non servo a nulla, anzi… peggioro le cose. Ti lascio al tuo raffreddore ”, le disse tristemente, preparandosi a volar fuori.

“Io sono Caterina”, replicò però la bambina con un dolce sorriso, “e ho appena avuto una grande idea. Conosci il Mondo dei Poveri?” “No, che cos’è? Dov’è?” “Si trova alla periferia del Paese degli Umani, a poche centinaia di metri da qui, ma è invisibile, perché non c’è elettricità e perché la luna e le stelle, per la vergogna, non vi gettano mai la loro luce”. “Perché si vergognano?” “Perché ci abitano solo bambini e adulti poverissimi, magri e sporchi, che non hanno nulla da mangiare e sentono sempre freddo, sempre, non solo prima di un’interrogazione. Vuoi conoscerlo, il loro Mondo?”

Pochi istanti dopo l’entusiastico “sì” di Puzzoletta, Caterina e la copertina avevano già attraversato la finestra e stavano volando – la bimba avvolta dentro Puzzoletta – verso sud-ovest, finché, dopo alcuni elettrizzanti secondi, Caterina non chiese a Puzzoletta di calarsi giù, nelle tenebre del Mondo dei Poveri.

Una volta giunte a terra, la bimba – pur non vedendo nulla – chiamò ad alta voce: “Arianna! Vieni qui, Arianna”! Ma nessuno rispose. “Forse sta dormendo”, osservò Puzzoletta, sbadigliando. “Forse sì, hai ragione, sta dormendo. Lasciamola stare. Anzi, no, ma che dico? Seguimi: ti faccio strada fino al posto dove Arianna di solito dorme. Così potrai posarti su di lei e proteggerla dal freddo. Vieni con me”. Ma Puzzoletta non le rispose. Caterina si voltò e si accorse che la copertina si era addormentata. Dormiva tanto profondamente da essere del tutto immobile, così che per un istante le sembrò che fosse stato tutto un sogno, che non esistesse nessuna Puzzoletta e che quella bella e un poco maleodorante copertina non fosse che una delle tante ripiegate nel cassettone della sua lussuosa stanza da letto. Caterina la prese delicatamente fra le mani, camminò fino a raggiungere Arianna e, facendo attenzione a non svegliare la bimba povera, la posò con infinito amore, stendendola bene su quel fragile corpo infreddolito.

Di colpo, si sentì stanchissima. Camminò fino a casa, scavalcò il cancelletto del giardino, si arrampicò sull’alberello che affacciava sulla finestra della sua stanza da letto al primo piano, sgusciò dentro, cadde sul letto e crollò, tornando felice a sognare del Paese delle Copertine.

Porca paletta

“Porca paletta!”, locuzione popolare italiana impiegata per esprimere un sentimento di rammarico (similmente all’interiezione “accidenti!”) ha origine da un francesismo. Nicolas Capalette era, infatti, il nome di un generale francese, attivo sul suolo italiano in epoca napoleonica, il quale non ne combinava una giusta, mettendo sempre nei guai i suoi soldati. La sua incompetenza e goffaggine erano proverbiali; tra il popolo italiano si era diffuso, quindi, il modo di dire sarcastico “(C’est) Pour Capalette!”, utilizzato ogni volta che qualcuno faceva una stupidaggine, una gaffe, un errore grossolano – tale errore veniva così “dedicato a Capalette”.

In seguito, perdendosi gradualmente la memoria dell’origine di questo modo di dire e anche a causa della sua frequente cattiva pronuncia, si diffuse la forma errata “porca paletta”, per analogia con altre locuzioni interiettive, quale ad esempio “porca miseria”; con l’affermazione di tale forma errata si smarrì anche il carattere sarcastico dell’espressione originaria, così che la nuova locuzione non rappresenta oggi altro che una semplice variante del summenzionato “accidenti!”.

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Pensieri per la cara Zia Lina

Da bambino mi stupivo dell’incredibile vitalità di zia Lina.

A quel tempo, essendo già sposata, non riflettevo sul fatto che anche lei, di cognome, facesse in realtà Adrena; ma, anche quando la cosa mi passò casualmente per il capo, non mi resi affatto conto dell’ovvietà di un tale tratto caratteriale.

Fu solo allorché, già adolescente, la accompagnai in un ufficio comunale, che compresi tutto, grazie all’impiegato che ne pronunciò le generalità in quel modo per me così inaudito e bizzarro.

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Ora che sono un uomo, da tempo oramai non ci sei più; sapessi quanto, quanto mi manchi, cara zia. La tua energia, la tua passione.

La mia vita ha preso una brutta piega, sai. Alla morte tua, di tuo fratello e di sua moglie in quel vostro terribile incidente stradale, da novello orfano fui affidato a zia Rita, sorella di mia madre e donna, come ben sai, aggressiva, severissima, nevrotica fino all’isteria.

Quel periodo, durato quasi quattro anni, lo ricordo come il peggiore della mia tarda giovinezza e prima età adulta; ancora oggi, seppur pienamente maturo e indipendente, sento gravare su di me il peso di quei giorni infernali e sono tristemente consapevole del loro legame con le turbe psichiche che amici e familiari mi fanno spesso notare, talora con affetto, talora con sarcasmo.

Non vado mai a trovare zia Rita, perché sto cercando di dimenticare e di superare tutto. D’altra parte, neanche mia madre, donna comunque meravigliosa, aveva mai brillato per tranquillità e lucidità. Quasi nessuno, nella lunga storia della famiglia Esau, ha mostrato le doti dell’equilibrio e della serenità interiore. Se un giorno avrò dei figli, dei piccoli Adrena, spero che erediteranno la grinta tua e di mio padre, non l’angosciosa e meschina iperattività degli Esau. Un’eventuale figlia femmina, naturalmente, non potrà che chiamarsi Lina.

Mi manchi, mi manchi, mi manchi. Mi manchi!

Un caro abbraccio,

tuo affezionato

affezionatissimo!

Nipote

Alberto Adrena

 

Marta Igienica

Marta Igienica era una bimba differente dalle altre. Le altre bambine si sporcavano sempre, mettendo le mani dappertutto, cadendo e rotolandosi per terra; lei era sempre impeccabile, candida, linda e soffice.

Quando smettevano di giocare, le altre andavano subito da Marta Igienica e le chiedevano di strofinarsi un po’ su di lei per pulirsi prima di tornare a casa. Non che ci tenessero a essere pulite; si trattava soltanto di non fare arrabbiare i genitori. Marta Igienica accettava sempre: indossava infatti ogni giorno un vestito bianchissimo, che si srotolava a piacimento, lasciando cadere in terra le parti sporche e restando così sempre immacolato. Le bimbe vi si strusciavano ridendo, mentre Marta assumeva un’aria regale e sorrideva compiaciuta: non giocava mai scatenata come le altre, è vero, ma in compenso c’era quella fantastica sensazione di speciale importanza.

Un pomeriggio di un giorno grigio, particolarmente annoiata e invidiosa nel guardare le amiche rotolarsi nel fango, nella sua mente si fece però strada un pensiero nuovo: chissà, forse avrebbe potuto anche lei buttarsi per terra e giocare liberamente. Il suo vestito si sarebbe infatti srotolato proprio come quando le bambine lo usavano per pulirsi, lasciandola comunque perfettamente bianca.

Dunque, detto, fatto: senza cercar mezze misure, si lanciò in una pozzanghera a occhi chiusi e con il cuore in gola. Le bimbe, vedendola saltare, trattennero il respiro. Dopo pochi istanti, Marta Igienica si rizzò ed emerse dalla pozzanghera, tutta inzuppata di un nauseabondo liquido marrone; non ci volle molto a capire che il magico srotolamento, in questo caso, non avrebbe funzionato.

La povera Marta iniziò a piangere, anzi scoppiò a piangere, anzi… esplose, tramutando la sua solitamente snella e distinta figura in uno di quei terrificanti temporali in cui l’acqua invade tutte le dimensioni dello spazio, aggredisce ogni atomo di quel piccolo universo e si fonde con i suoni sordi, mugulanti, incomprensibili della disperazione umana.

Il vortice acqueo che circondò il viso e la figura tutta di Marta Igienica durò alcuni minuti, durante i quali nessuna delle sue amichette osò avvicinarsi. Si strinsero invece fra loro, mute e timorose, incapaci di prevedere cosa sarebbe accaduto.

Quando l’infernale nube iniziò a evaporare, le bimbe scorsero sul viso di Marta un’espressione di vergogna. Era in mutandine e maglietta: il suo vestito incantato si era talmente infradiciato che aveva finito per disgregarsi in pezzi informi e appiccicosi, i quali si erano rapidamente moltiplicati e, aggrappandosi invano alla bimba, erano lentamente scivolati sul prato, per essere sparsi tutt’intorno dai rivoli del pianto più tempestoso che fosse mai stato visto.

La maglietta e le mutandine di Marta erano di color marrone, per cui il rosso scuro della vergogna dipinta sulla sua faccia non risaltava poi neanche troppo. Le sue amiche, alquanto dispiaciute, finalmente le si avvicinarono. Annolina Bagnata, la più puzzolente del gruppetto, ebbe un’intuizione formidabile: “Marta, non ti preoccupare, oggi torneremo a casa sporche e ci sorbiremo i giusti rimproveri di papà e mamma; domani mattina tua madre ti vestirà del solito bianco abbagliante e tutto tornerà perfettamente a posto. Adesso, visto che tanto sei tutta vestita di marrone, perché non ti insozzi un po’ anche tu, per benino per benino?”

Al suono di quelle parole, il viso della nostra eroina sempre pulitina si rischiarò. Ora il marrone del suo abbigliamento intimo risaltava bene su quelle guance innocenti e mai birichine. Ma era giunta infine l’ora di essere un po’ meno innocenti e un po’ più birichine: Marta Igienica si tuffò per la seconda volta nella pozzanghera, per diventar tutta marrone, dalla testa ai piedi. Ci riuscì perfettamente: quando ne emerse, quello era diventato l’unico colore presente sulla sua figura. Non era Igienica, ma era sempre Marta; perché è importante di che colore siamo, ma è ancora più importante che un colore ce l’abbiamo.

(AC)

“Mouse” è un toponimo

La Terra di Mouse, anticamente divisa, dal punto di vista statuale, in Mouse del Nord e Mouse del Sud, successivamente unificata in Grande Mouse – o “Regno di Mouse” – nel VI secolo a.c., quindi fiorente di civiltà per un ulteriore millennio, infine invasa dalla popolazione guerresca dei Cat (responsabile di un tragico sterminio) è oggi finalmente nota agli studiosi, in particolare per l’inaudito sviluppo tecnologico raggiunto all’apice della sua parabola culturale.

L’avanzatissima tecnologia elaborata dai Mouse, ammirata, ma anche temuta e pertanto non studiata né imitata dalle popolazioni coeve, andò completamente perduta (così come la memoria del popolo che l’aveva creata) ai tempi delle stragi cattiche; gli etnografi contemporanei sono però riusciti a risalire ai Mouse, principalmente grazie a un mito tramandato oralmente nell’area, diffuso esclusivamente tra la popolazione contadina. Il mito (noto come “Leggenda di Brin Page”), di difficile interpretazione, identifica il saggio Brin Page come il progenitore dei Mouse; menziona inoltre, come luogo di formazione dell’antieroe Zuckerberg, un certo Monte Monitor, soprastante la Valle della Tastiera e abitato dal Mostro di Jobs con la sua discendenza, la tribù dei Nerdgeek. Il resto della storia non è, come detto, affatto chiaro; vi appaiono dei Gates che si aprono per condurre a un oscuro palazzo, pieno di Windows ma privo di porte. I combattenti dei Mouse erano denominati Hackers, mentre la popolazione comune formava la classe degli App Artenenti e i governanti quella degli Orienters. Sia la vita civile che le guerre si svolgevano attraverso artefatti di alta sofisticazione tecnologica.

Destino ha voluto che Adriano Olivetti, durante la fase di progettazione del suo prototipo di personal computer, abbia avuto una breve storia d’amore con la sorella del principale studioso dei Mouse (l’etnografo M. M. Diswaltney), la quale – pare – gli avrebbe raccontato quanto aveva saputo dal fratello, spendendo con Olivetti parole appassionate in merito all’incredibile tecnologia di quel popolo. Di qui, il termine “Mouse” per designare lo strumento che tutti conosciamo e che ha dato, a sua volta, il proprio nome (per un’evidente somiglianza estetica) a quell’animale sgradevole ma in fondo simpatico che le nostre donne detestano. Potenza di un toponimo.

Porcellini e nanne

Chiunque possieda un porcellino sa bene quanto sia difficile, giunta la sera, farlo addormentare. Molto spesso, l’impresa si rivela addirittura impossibile: il vivace suino rimane sveglio a giocare mentre il padrone si addormenta, cullato da teneri, ludici grugniti.

La scienza ha indagato a fondo l’enigma e ha, di recente, scoperto la ragione per cui non esiste alcun porcellino che accetti di buon grado di coricarsi di buon’ora. Tre ricercatori universitari bolognesi hanno infatti pubblicato, nel numero di agosto di una prestigiosa rivista di etologia, i risultati dei loro lunghi studi. A fini meramente divulgativi, ve li presentiamo qui in forma semplificata, riassumendoli in una singola frase:

un por cel lino è un mai a letto.

Sarà probabilmente utile chiarire che all’Università di Bologna (Alma Mater Studiorum), per una prassi ormai consolidata, la balbuzie è ammessa anche nella scrittura. Infatti, essa vi è considerata un diritto e non, come avviene nelle altre (incivili) università italiane, una malattia. La/il balbuziente (più correttamente chiamata/chiamato: “la/il diversamente pronunciante”) ha con la propria balbuzie una relazione identitaria; pertanto, nell’illuminato ateneo bolognese, alle ricercatrici/ai ricercatori e alle studentesse/agli studenti è garantita la possibilità di scrivere come si parla, ossia di essere sé stesse/sé stessi senza essere costrette/costretti a nascondersi dietro le convenzioni della scrittura.

Sfortunatamente, la ricerca ha sì svelato la ragione dell’insonnia infantile suina, ma non ha identificato alcun rimedio. Del resto, i ricercatori non hanno fatto altro che enunciare una verità immutabile. Che le proprietarie/i proprietari di maialette/maialetti si mettano, dunque, l’anima in pace: bisogna lasciar giocare il cucciolo fino a tardi.

Il raccontino dei raccontini

Se io fossi un editore, andrei a cercare giovani talenti navigando tra gli scritti dei bloggers. Ma sono un semplice tipografo. Per vivere, stampo.

La stragrande maggioranza dei libri che, passando dalla mia tipografia, si trasformano da files in cose, da oggetti virtuali in oggetti reali, sono romanzi. Lunghi, lunghissimi romanzi, il frastuono della cui stampa segna da oltre trent’anni le mie mattine e i miei pomeriggi.

Le sere, però, in questi trent’anni, ho amato passarle in silenzio. Tra le pagine dei libri, ma leggendoli. Mi appassionano i racconti brevi, perciò la maggior parte dei volumi che ho acquistato e che leggo a casa mia sono raccolte di racconti, alcune di un unico autore, altre tematiche.

L’anno scorso, qualcosa è cambiato. Ho preso l’abitudine di controllare la posta elettronica una volta al giorno, di sera, dopo la lettura, prima di andare a letto. A tale routine si è aggiunta, alcuni mesi fa, quella – sempre serale – di navigare in rete, tra i blog letterari, alla ricerca di gioiellini, di miniature narrative.

Oggi, oramai, ho praticamente smesso di comprare e leggere libri di racconti brevi, essendomi dato totalmente ai blog. Mi manca un po’, quella serenità dello sfogliar pagine, ma d’altra parte la mia immersione nella narrativa virtuale ha rappresentato una liberazione, seppur limitata alla sera, da quella carta prima onnipresente.

Cosa accadrebbe se, una mattina, mi portassi in tipografia e stampassi una raccolta, da me liberamente assemblata e formattata, di tali racconti? Senza dubbio, osservandoli per la prima volta su carta, rimarrei io stesso stupito nel constatarne l’estrema brevità. Anche i racconti più brevi presenti nelle mie raccolte cartacee apparirebbero, in confronto, discretamente lunghi.

Ma non ho ragione alcuna per stamparli. Salvo nel disco rigido i migliori che trovo, tra cinque e dieci ogni sera, ne leggo venti o trenta, sto al computer per ore, a volte non facendo neanche una pausa per bere un bicchiere d’acqua; mi scopro ipnotizzato da questa giovane, divorante passione. Non ho un blog mio e non ho mai scritto, non ne sento l’esigenza – sono, del resto, una persona passiva, ermeticamente rinchiusa nel perimetro delle passioni.

L’ipnosi viscerale, lo stato di trance reiterato di sera in sera, non può che fare strani scherzi, questo si sa. Ad esempio, a volte sento di non sapere più che cosa è reale e che cosa non lo è. Altre volte, un racconto che mi ha agganciato si rivela talmente breve che, se chiudo gli occhi, lo vedo pian piano svanire, dissolversi senza alcun chiasso, farsi pura luce, le sue parole scomparse dallo schermo, dalla mia esperienza, dalla mia memoria. Allora, per un istante, vorrei stamparlo, vorrei vedere come è fatto il nulla, sapere che razza di oggetto è il nulla.

Altre volte ancora, mi capita di chiedermi se il racconto che sto leggendo non l’abbia forse scritto io, tanto grande è l’affinità che vi riscontro con la mia esistenza. Ed è, in effetti, il caso di questo racconto. L’ho scritto io? Ovviamente no, ciò è del tutto impossibile. Però, lo ripeto, dopo tutte quelle ore al computer, non è poi tanto strano che la mia testa si metta a giocare un po’ con me. Ecco spiegato tutto.