Atomica a parti invertite

Un tennista giapponese, Kei Nishikori, trionfa agli Us Open: è il primo nipponico a conquistare New York. Forse la sua vittoria ha un valore simbolico, forse (più probabilmente) no. Ma i simboli siamo noi a costruirli: immaginiamo quindi, per qualche minuto, che questo valore di rivincita il trionfo di Kei ce l’abbia veramente. Immaginiamo le bombe su Hiroshima e Nagasaki – a parti invertite.

 

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Gli USA invadono la Colombia. I Giapponesi protestano: “Ehi, sapete bene che noi lì facciamo grandi affari – e vogliamo continuare a farli. Lasciate stare la Colombia, glingos!”

Gli USA replicano: “Qui, in ballo, ci sono valori più importanti del commercio. Ma sappiam bene che voi, materialisti orientali, non riuscirete mai a capirlo. La Colombia è America e deve stare con noi”.

“Ci sono valori più importanti del commercio? Non lo sappiamo, forse sì, oppure no – dev’essere dimostrato. E forse possiamo dimostrarlo in questo semplice modo: vediamo chi è più forte. È guerra!”

Giapponesi e Statunitensi se le danno di santa ragione, nei due continenti americani, per qualche tempo, mentre girano voci che la Cina, pure in guerra con il Giappone (anch’essa considera i nipponici eccessivamente materialisti, pertanto sta tentando di invaderli) stia sviluppando la prima bomba atomica nella storia dell’umanità. Eminenti scienziati giapponesi scrivono allora un accorato appello all’Imperatore, pregandolo di finanziare un programma per la realizzazione di un’atomica “deterrente”: si tratta di precedere a tutti i costi i Cinesi. L’Imperatore acconsente – la bomba si farà.

Passano gli anni. La Cina, dopo aver inferto alcuni colpi apparentemente mortali, è costretta a retrocedere e, furiosa, si arrende: troppi nemici in Asia e il Giappone materialista è fortissimo. Sembra, in effetti, imbattibile. Ma gli Statunitensi, a differenza dei Cinesi, paiono non esser proprio disposti a cedere. Forse non hanno più alcuna speranza di vincere – così si sente dire in giro – ma la loro mentalità anglosassone li incita alla resilience, fino alla fine. “I musi gialli non ci vedranno mai sventolar bandiera bianca!”

Il Giappone non può proprio rinunciare ai propri affari in Colombia. No, non sarebbe assolutamente accettabile. Eppure, gli Statunitensi non mollano; gira persino voce che non si arrenderanno mai. Che fare? Qualcuno suggerisce rammentando: “ma non avevamo costruito una bomba?” “Sì, ci eravamo riusciti, però era solo a fini deterrenti, contro i Cinesi…” risponde qualcun altro. “Niente però: dobbiamo usarla contro gli Stati Uniti. Siamo comunque destinati a vincere, ma il conflitto potrebbe durare ancora molti anni. I maledetti yankees non si arrendono: lo vedete bene. Pertanto, prima la gettiamo, più vite giapponesi risparmieremo”.

Queste insensate parole nascondono una verità più atroce e un’altra verità ancora più atroce: i Giapponesi si preparano già a una lunga guerra ideologica contro i potentissimi Brasiliani comunisti; la bomba contro gli USA è un messaggio per loro. Inoltre, costruire la bomba ha richiesto un enorme sforzo economico, logistico, tecnologico: sarebbe uno spreco, non lanciarla. Anzi, non lanciarle: perché ne sono state costruite, in verità, due: una all’uranio, un’altra al plutonio.

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Due bombe cadono ed esplodono: una su Seattle, l’altra su Denver. Due funghi atomici che non potremo mai dimenticare.

Culture Shock in Foligno Town

Alcuni studiosi di scienze sociali parlano di culture shock con riferimento a esperienze individuali di trasferimento all’interno di una cultura diversa da quella di origine, ossia, detto più semplicemente, alla sofferenza provata da un individuo nel trovarsi immerso in una comunità, e quindi in una cultura, diversa dalla propria.

 

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

 

Secondo tali studiosi, lo shock è assolutamente inevitabile (si realizza in tutti i casi) e si sviluppa secondo delle fasi predeterminate comuni: entusiasmo iniziale, rigetto successivo, accettazione critica finale. Evidentemente, chiamare “scientifiche” tali teorie e “scienze” tali studi sociali è alquanto azzardato; resta però il fatto che, finché non si sia provata sulla propria pelle una qualche forma di culture shock (il turismo, incluso quello culturale e anche se prolungato, non rientra in questo genere di esperienze), non si può capire nulla o quasi di differenze culturali, di identità, di comunità. Si tratta di una vera e propria sofferenza, la quale altro non è che il prezzo da pagare per l’apertura mentale.

Non che l’apertura mentale ne derivi automaticamente – spesso, a dispetto delle fasi predeterminate comuni attraversate dalle persone immaginarie dagli studiosi immaginate, le persone reali si fermano al secondo (per molti, primo e unico) stadio, quello del rigetto. In tal modo, il risultato del culture shock è, molto frequentemente, una maggiore chiusura mentale.

Una progressiva, inarrestabile chiusura mentale è, in effetti, quanto sta accadendo a me da circa tre anni (ossia, da quando mi sono trasferito a Foligno, io bolognese figlio di genitori napoletani e vissuto per nove anni a Pescara, per due a Vienna, per uno a Pisa e per uno a Southampton). Ho sperimentato diverse forme di culture shock in passato, ma mai mi era accaduto di trovarmi in una situazione di completo rigetto pari a quella provata, con intensità sempre crescente, a partire dal giorno del mio trasloco in un alto edificio a due passi da Porta San Felicianetto, nel rione Contrastanga.

L’irrazionale, violento, assoluto rifiuto della folignitudine si manifesta nella mia mente prendendo la forma di una vocina, la quale in impeccabile italiano standard pronuncia le seguenti parole:

non mi piace il piccolo mondo in cui vivono gli abitanti di Foligno. Lo trovo estremamente limitato e opprimente. Forse, come molti mi suggeriscono, è solo una questione di “provincia”; ma non riesco proprio a passare alla terza e ultima fase, quella dell’accettazione critica che si accompagna all’avvenuta integrazione. Non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel, a respirare. Odio quell’attenzione maniacale al vestito, alle forme, alle convenzioni sociali e al “pare brutto”; rifiuto con tutto me stesso quel continuo, perenne, ossessivo e singolarmente  appassionato discorrere di questioni pratiche, di soldi, e ancora di soldi, e ancora di questioni pratiche; quel perpetuo giudicar degli affari privati del vicino, della vicina, della conoscente e del conoscente, dell’amico e del parente, della parente e dell’amica. 

Esposta per diverse ore al giorno al martellante lavorio di persuasione svolto dalla satanica e raffinata vocina, la mia mente si sta lentamente e inesorabilmente comprimendo e contorcendo su sé stessa, si sta schiacciando e appiattendo sotto il peso della cupa realtà dalla vocina così ben descritta. Atroce, infernale realtà.

Realtà? Ma non sarà, invece, solo una macabra fantasia? Taci ordunque, perfida voce.

 

Pinocchio, la fantasia
è solo una bugia.

 

Nella realtà fantastica, sono oppresso da una schiera di difetti folignati; ma ecco che, finalmente, riesco a sentire la mia vera voce, quella che mi racconta la realtà reale. Mi sussurra parole soavi.

Sono circondato da umili, semplici, magici Hobbit della verde Umbria; Hobbit perché persone schiette e affettuose, concrete e aperte agli altri, cooperative più che competitive, chiacchierone per amore di socialità, paciose più che ambiziose.

Purtroppo, la voce fantastica non mi dà pace e silenzia quella della verità. Già non odo quasi più quelle parole lineari, rasserenanti. Il rumore ipnotico, quasi onirico del vile invito alla chiusura, al rifiuto, invece persevera, sempre con quell’insopportabile pronuncia italiano standard. Precipito, non so dove, ma certamente diretto verso il sonno della ragione, l’oblio della generosità e della bellezza.

Ormai non ricordo più nessuna di quelle incoraggianti parole d’amore per la Contea incantata nella leggiadra valle del Topino. La mia mente è ridotta a un guscio di noce, duro, impenetrabile – e vuoto. Si può morire di chiusura mentale? Se sì, io ne morirò, per troppa fantasia. Culture death!

Quella celebre frase

“Ask not what your country can do for you, ask what you can do for your country”. Forse è stato proprio per fare qualcosa per la propria nazione, senza per questo aspettarsi nulla in cambio, che venti anni fa, esattamente il 22 novembre 1963, alcuni cittadini statunitensi hanno deciso di uccidere – certo esagerando un poco – l’autore di questa sciocca frase, ossia il mitico JFK. In effetti, in una comunità sana, entrambe le cose dovrebbero accadere – la comunità ti aiuta, tu aiuti la comunità. Ma le parole di JFK risuonano comunque nella mia testa, ancora, in tutta la loro ottusa potenza. Devo fare qualcosa io per l’Italia, non aspettarmi che l’Italia faccia qualcosa per me. Sì, devo fare qualcosa. Agire per la mia comunità. Ma cosa? Cosa? Cosaaaaa?

Ah, sì, certo… trovato! Non ci pensavo, ma è la risposta più ovvia! Devo raccogliere le firme per un referendum che vieti che le idiozie solennemente pronunciate dai presidenti degli USA si diffondano in Europa. Eureka! Ho trovato finalmente cosa posso fare io per la mia comunità! È una sensazione bellissima. Inizierò domattina presto la raccolta delle firme – ora sono stanco. Vado al cinema, stasera. Mi rilasso con un film… una commedia italiana! E vaffanculo, Hollywood!!!

Sono eccitato: si tratta infatti del molto reclamizzato film di Gabriele Muccino con Will Smith. Come detto, è una commedia, ma allo stesso tempo è una pellicola di “fantascienza paradossale”: La ricerca della felicità è ambientato ai nostri giorni – ma è uscito nelle sale nel 2006! Ad ogni modo, ho ancora due ore prima che inizi. Giusto il tempo per buttare tutti i miei vinili di musicisti statunitensi. Tengo solo quelli del Boss… origini italiane ed ebraiche, quindi posso ben fare un’eccezione… caro Bruce, non ti lascerò mai! Vali dieci, cento, mille JFK, tu!…. e hai fatto qualcosa per me, senza per questo aspettarti molto in cambio. È vero, sei diventato ricco – ma i pochi soldi che io ti ho dato per comprare i tuoi sei vinili non sono quasi nulla, anzi sono proprio zero, in confronto a quello che dai tuoi vinili ho ricevuto. La ricchezza ti ha scelto perché sei stato generoso, perché non l’hai mai cercata, perché hai scritto canzoni che non potevi non scrivere, dando voce a storie che voce non avevano, aiutando persone come me a tirare diritto nei periodi più bui, a continuare a crederci.

~

Niente potrà ripagare quello che hai fatto per tutti noi, Bruce. Perdonami dunque per le stupidaggini che ho scritto su JFK, su Muccino, sul referendum. Non sono degne di stare vicino a te. Né lo sono, lascia che te lo confessi, JFK, Will Smith e Gabriele Muccino.

 

(Alberto Cassone, 2020)

La scelta giusta

Crescendo nel degrado della periferia metropolitana, tra la violenza e l’indifferenza, riuscire a costruirsi delle amicizie autentiche sembrava a Nicola, a quel tempo un bravo ragazzino di nove anni, un’impresa molto difficile. Naturalmente, lui non sapeva che quel mondo non era affatto l’unico possibile – e credeva che la difficoltà nel trovare degli amici fosse dovuta a qualche suo grosso difetto. Altrettanto naturalmente, la distinzione tra amicizie “autentiche” o “non autentiche” non gli passava neanche lontanamente per la testa: voleva degli amici, punto e basta.

I genitori lo portavano a messa la domenica; frequentava regolarmente il catechismo. Le due cose non gli dispiacevano affatto; naturalmente, non si rendeva ancora conto del fatto che il mondo della chiesa e della parrocchia offriva, per quelle ore in esso trascorse, una protezione da quell’altro mondo, quello duro, ostile.

C’erano, a scuola, alcuni amichetti che ogni tanto lo invitavano a giocare a pallone in strada o nel cortile della casa di uno di loro, di pomeriggio. Quegli inviti erano come sacri, per lui: volendo disperatamente avere degli amici, si trattava di occasioni d’oro da non perdere per nessuna ragione al mondo.

Un pomeriggio, Nicola fu invitato a giocare a pallone in un orario in cui avrebbe dovuto recarsi in parrocchia per il catechismo; naturalmente, non accettò l’invito e fece il bravo ragazzo. Nelle settimane successive, la cosa si ripeté altre due o tre volte, con lo stesso esito; un tale esemplare comportamento era reso più semplice dal fatto che fare catechismo, come detto, gli piaceva. Finché, un pomeriggio in cui la fastidiosa coincidenza di orari si verificò nuovamente, dopo aver come di consueto rinunciato al pallone ed essersi come di consueto incamminato verso la parrocchia con la coscienza a posto, Nicola si fermò. Era ancora in tempo per cambiare idea, tornare sui suoi passi, correre nel cortile dell’amichetto che lo aveva invitato. Ma non si poteva fare semplicemente così, come se nulla fosse: non sarebbe stato da lui. Aveva bisogno di un motivo giusto per cambiare idea. Rimase fermo sul marciapiedi per diversi secondi, totalmente concentrato nel suo sforzo, quasi tremando nell’animo per il salto di qualità che stava, senza saperlo, richiedendo alla propria coscienza. Poi, d’improvviso, tutto venne in scioltezza, da sé, con disinvoltura: “ma io ci credo, che esiste questo Dio? No, non ci credo. Secondo me, non esiste. Dunque, la cosa giusta da fare è andare a giocare con i miei amichetti”. Corse al cortile dell’amico, giocò felice; nei giorni successivi, disse ai genitori – con ben poca solennità e con non poca infantilità – che non aveva più voglia di fare catechismo né di andare a messa. I suoi genitori sapevano che quelle erano cose che non si potevano imporre; dunque, dopo qualche resistenza, gli vennero incontro.

Negli anni seguenti, il pallone divenne della vita di Nicola assoluto protagonista; ma, poiché con gli amici spesso si giocava in strada o in campetti di calcio abbandonati – dunque incolti – e frequentati da gioventù abbandonata – dunque violenta, ed essendo quella protezione dal mondo offerta dalla chiesa venuta a mancare, si trattò di anni molto difficili.

Chi dorme rivoluziona pesci

Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’. Almeno un filino. Nel mio piccolo, nel mio microscopico, nel mio infimo e nel mio infinitesimale – almeno lì. Far del bene a qualche amico, a qualche conoscente, a qualche parente.

Alcuni dicono che il mondo si possa solo migliorare o peggiorare. Secondo loro, “lascia il mondo com’è” è un’utopia: chi prova a migliorarlo, forse ci riesce, forse no; chi non ci prova, lo peggiora di sicuro; per questo, sarebbe una buona cosa se ci fossero più persone che cercano di migliorarlo che persone che non ci provano: perché le prime, appunto, forse ci riescono e forse no, mentre le seconde sicuramente lo peggiorano.

Sacrosante parole! Sì, lo voglio. Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’, almeno un filino. Nel mio piccolissimo, nel mio microscopico, nel mio infinitesimale – almeno lì. E magari, poi, di più. Un poco di più, o abbastanza di più, o persino molto di più. Magari, va bene, solo un filino d’erba – ma un filino di quelli importanti, non un filino qualsiasi. Magari, invece, un’intera foresta.

Oppure, potrei migliorarlo non nel mio infimo, ma – all’opposto – nel mio infinito: migliorare il mondo veramente, macroscopicamente. Potrei farlo nel mio grandissimo, nel mio enorme: rivoluzionare la vita della mia comunità. Forse anche la vita delle altre comunità – e quindi, dell’intera specie umana. E poi, perché non l’universo? Potrei cambiare le orbite dei pianeti del sistema solare. Stravolgere l’ordine della galassie. Mutare le leggi dell’astrofisica.

Vabbe’, non esageriamo. Andiamo a lavare i piatti, adesso, che domani ci si deve alzare presto e non ce ne sarà il tempo.

~

Longtemps, je me suis couché de bonne heure.

Per molto tempo, mi sono svegliato di buon’ora, io – a differenza del grande Marcel Proust. Per altrettanto tempo, ho lavato i piatti la sera, steso i panni, stancamente navigato su internet prima di indossare instupidito il mio pigiama e infilarmi nel letto.

Ho così compreso che non avrei mai potuto cambiare il mondo. E ho capito che avrei dovuto, invece, cambiare me stesso. Ho lavorato sulla mia personalità, ho indagato nei miei sentimenti e ho rafforzato il mio autocontrollo, la mia forza di volontà, la mia autostima. Ho detto basta agli instupidimenti serali, alle alzatacce per far colpo sul capo, alla pigra solitudine dei pasti, dei panni e dei piatti.

Dopo anni spesi in questo lavoro, un tragico dubbio un giorno mi ha assalito: e se tutta la fatica fatta per cambiare me stesso non fosse stata altro che un modo di adattarmi? Di piegarmi, di conformarmi?

Ma no. Tranquillo. Diventare più forte mi è servito, al contrario, per resistere. Resistere stringendo i denti, resistere tendendo i nervi, resistere nell’attesa che arrivasse il momento giusto, il momento propizio per contrattaccare.

Perché, a questo mondo, io proprio non riesco ad adattarmi – e l’ora di provare a cambiarlo, finalmente, è giunta.

La sveglia fatale, finalmente, è suonata. Solo che… ho ancora sonno… voglio restare a letto ancora per qualche minuto. Giusto il tempo di sentirmi veramente riposato.

Un guerriero ritemprato combatte meglio, dunque ha più possibilità di vincere.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

Rovesciando I miserabili

 

Il conflitto simbiotico tra Silvio Berlusconi e Marco Travaglio possiede una dimensione tragica ed epica paragonabile a quella dello scontro tra Jean Valjean e Javert; mentre nel romanzo di Hugo era Jean Valjean – il presunto criminale – a essere nel giusto, in quello dell’Italia della Seconda Repubblica a essere nel giusto è però il nostro duro, inflessibile Javert giornalista.

Nessuno, infatti, ha rappresentato la disonestà, nella cosiddetta Seconda repubblica, meglio di Silvio Berlusconi. Non c’è uomo politico che abbia sguazzato nella corruzione più radicalmente di lui. Nessuno, analogamente, ha rappresentato l’onestà, nello stesso periodo storico (e anche oltre, per fortuna della Terza repubblica), meglio di Marco Travaglio.

Incorruttibilmente onesto l’uno, irredimibilmente furfante l’altro, proprio così; eppure, si tratta di due persone entrambe dotate di eccezionale spessore – di spessore umano il primo, di spessore disumano il secondo. Il lato oscuro e il lato luminoso della forza. Marco Travaglio è per me l’eroe tragico, Silvio Berlusconi l’incubo farsesco. Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi di Maio, Nicola Zingaretti possono essere dei cattivi (i primi due, sicuramente) o dei bravi (il terzo e il quarto, forse) politici; Indro Montanelli, Michele Santoro, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca possono essere – o essere stati – dei buoni o dei cattivi giornalisti; ma solo Marco è oggi un giornalista-eroe, solo Berlusconi un politico-incubo.

Il “male assoluto” della politica italiana non è stato il dittatore Mussolini (anche se ci è andato vicino; ma, come sappiamo bene, in confronto a Hitler il Duce impallidisce, mentre il male assoluto non ha, non può avere, tracce di pallore. Esso è oscuro come la Morte Nera); né lo è stato il mafioso Andreotti – nonostante vi aspirasse – perché quando il male si traveste di santità non riesce a essere assoluto: quella veste ne rappresenta il limite, mentre l’assoluto non ha limiti.

Il male politico assoluto, in Italia, è stato lui: Silvio Berlusconi.

E allora, dove mai sarebbe lo spessore – seppur disumano – di Berlusconi? Come posso pensare che l’assolutamente malvagio Silvio non sia un mediocre?

Mi spiego: quest’uomo ha uno spessore che nel suo essere – come ho ripetuto più volte – assolutamente disumano è uno spessore assolutamente personale, assolutamente privato; Berlusconi ha privatizzato tutto, personalizzato tutto, ha invaso e conquistato – armato dei due sentimenti personali e privati fondamentali, l’odio e l’amore, modellati nell’irrazionalità più pura fino a mutarsi in due forze totalizzanti e devastanti – ha invaso e conquistato, così armato, il regno del ragionamento, della pazienza, del compromesso e del falso sorriso, del progetto a lungo termine, dell’ipocrisia diplomatica. Ha portato corna, flirt, insulti, galanterie, barzellette sporche e offese creative, vanagloria e canzonette nelle lussuose e silenti camere della ragione politica.

Silvio ha vissuto tutto quello che ha vissuto sempre e soltanto odiando e amando; la sua ragione, niente affatto debole, non è stata però altro che uno strumento di queste due sue passioni debordanti, un’arma in mano a queste sue alluvioni, frane e smottamenti geotettonici del sentimento.

Si tratta di un uomo che ha vissuto tutto fino in fondo. Quello che ha vissuto è deprecabile, ma non è quel che ha vissuto a renderlo il male politico assoluto (ha fatto anche del bene, magari involontariamente; troppo poco, purtroppo per noi cittadini italiani). Ciò che lo rende il male politico assoluto è come ha vissuto, ossia il modo assoluto con cui ha vissuto il male, il suo dargli tutto sé stesso senza mai risparmiarsi, senza mai lasciare che il ragionamento interferisse e ponesse un argine al sentimento.

Berlusconi non si è mai pentito – l’ipocrisia di un pentimento in tarda età avrebbe gettato un’ombra di chiarezza, di prevedibilità, sull’oscurità della sua anima dominata dall’irrazionale. Un ripensamento tardivo, inutile, patetico avrebbe generato un riflesso umanizzante sulla superficie della sua tenebra. Non pentendosi, la tenebra farsescamente agghiacciante di Silvio è rimasta impenetrabile.

Intediamoci bene: sono un cittadino, amerò sempre Marco, detesterò sempre Silvio; non sono al di sopra delle parti. Nessuno lo è. Viva Marco Travaglio.

Berlusconi è senza dubbio uno di quelli di cui giustamente vien detto: sarebbe da sbattere in galera e poi buttare le chiavi. Ma sarebbe uno da levarsi il vil cappello mentre le chiavi girano nella serratura per l’ultima volta, da lanciargli un impotente sarcastico sorriso prima di andarsene per lasciarlo tragicamente marcire, per lasciare che la maschera si sciolga assieme alla faccia nell’acido della sua nuova solitudine malvagia. La maschera di Silvio non cadrebbe per rivelarne il volto: si fonderebbe con esso e gridendo brucerebbe. La sua vita è stata una lunga stridente farsa e solo un’orripilante tragedia potrebbe degnamente coronarla. Orripilante come questa mia nuova parola, “gridendo”: ridendo e gridando, gridando e ridendo.

Ma il delirante neologismo non nascerà, lo straziante finale non avverrà.

Nessuno lo sbatterà in galera: sarà la voce del tramonto d’un dì di carnevale

ad avere l’ultima grottesca parola su Silvio.

 

Non vi sarà corona di tragedia

a cinger la sua farsesca testa.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

Imagine there’s a heaven

Immagina che il mondo si sia trasformato in un luogo invivibile, dove nessuno ha più rispetto per nessuno, niente ha più alcun valore in sé e l’idea di giustizia genera solo sarcasmo.

Immagina poi che tu e pochi altri vi battiate, nonostante l’evidenza vi sia avversa e le speranze appaiano nulle, per l’affermazione della giustizia.

Ogni volta che vi si dice: “Smetti di credere nella giustizia! Non esiste nessuna giustizia, non lo vedi? Apri gli occhi!”, tu rispondi: “Ho fede nella giustizia, voglio che il suo ideale non sparisca e non mi importa di quanto sembri impossibile salvarlo”.

Le vostre battaglie sembrano dare un senso alla vostra esistenza – ma non vi basta provare questa sensazione: desiderate che la giustizia riguadagni concretamente terreno, desiderate vincere almeno qualcuna delle vostre battaglie.

~

Ora immagina, invece, di essere una persona alla ricerca di risposte, la quale si sta recando a una conferenza scientifico-filosofica sull’origine della vita. Studiosi e pensatori si alternano nell’esposizione delle loro varie teorie. Dopo molte ore passate ad ascoltarli, decidi che la teoria più convincente, tra quelle esposte, spiega l’origine della vita sulla Terra con l’esistenza di un essere superiore che l’ha creata volontariamente.

Altre teorie erano molto interessanti ma non ti sembravano verosimili; altre parevano ragionevoli ma erano poco coinvolgenti; quella dell’essere superiore, invece, non era solo una teoria: era anche una storia. Così, alla fine della giornata, ti sei schierato con questa spiegazione. Ci hai riflettuto molto, nei giorni seguenti, e non hai cambiato idea. Avevi una sensazione molto forte: credere in quella storia sembrava iniziare a dare un senso alla tua esistenza.

Nei mesi successivi, hai incontrato altre persone che la pensavano come te e, insieme, avete deciso di formare un’associazione filosofica e di incontrarvi molto spesso.

Negli anni, i legami personali e culturali tra di voi si sono approfonditi e hanno generato dei forti vincoli di amicizia e solidarietà.

Un giorno, per caso, hai letto di una teoria – e di una storia – differente sull’origine della vita. In questa, non appariva alcun essere superiore; ma ti è sembrata molto interessante.

Ci hai riflettuto per alcuni giorni, dopo di che hai deciso che non era giusto abbandonare la tua teoria, quella che condividevi con i tuoi amici più cari, solo perché la nuova storia appariva forse altrettanto convincente e affascinante.

Tornando a casa, ne hai parlato con tua moglie, la quale ti ha spiegato che non esiste solo la ragione, ma c’è anche la fede. “La fede nella correttezza della tua visione del mondo ti aiuterà a non vacillare quando qualcuno proverà a metterla in discussione”: così ti ha detto lei.

Hai ripensato all’essere superiore che ha creato la vita sulla Terra, a tutte le affascinanti, coinvolgenti storie che raccontano di lui. Esse sembravano, in quel momento più che mai, in grado di donare un senso alla tua esistenza; nient’altro ti pareva essere necessario; quella sensazione era tutto ciò di cui avevi bisogno, anche perché – ne eri certo – essa era esattamente la stessa sensazione provata dalle persone che ti erano più care.

Non ti eri mai reso conto di amarlo così tanto come in quell’istante. Hai capito che non è solo superiore a noi umani e a tutti gli altri esseri viventi: è molto più di questo, perché è perfetto e onnisciente.

Ne hai discusso con un collega, che non faceva parte dell’associazione, il quale ha obiettato: “Se questo essere esiste, fa parte della natura. Se fa parte della natura, non può essere perfetto, perché nulla in natura è perfetto”. Gli hai risposto, deciso: “Ti sbagli: non fa parte della natura, ma della sovrannatura. Nella sovrannatura, esistono la perfezione e l’onniscienza”.

Il tuo collega ha replicato, ma tu già non l’ascoltavi più. Si trattava, in fondo, solo di elucubrazioni teoriche. Dov’era la sua storia?

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Adesso, immagina di essere entrambi: il combattente che ha fede nella giustizia, ma anche il credente nell’idea dell’origine divina del mondo. “Un momento”, mi dirai, “non ho nessuna voglia di essere due persone!” Va bene, non c’è problema: scegli chi vuoi essere. “Ma non potrei invece essere una persona sola che, però, avesse fede in entrambe le cose?” No, perché il combattente è una persona che crede in un valore, l’altro è una persona che crede in una storia. Sono due personaggi psicologicamente molto diversi fra loro. “Ah, certo, sono solo due personaggi immaginari… dunque, non posso realmente essere nessuno dei due, giusto?” Puoi esserlo, invece: basta che tu creda a questa storia.

 

(Alberto Cassone, 2020)

L’arte del possibile?

Un uomo povero e semplice riesce a conquistare il cuore di una donna colta e sensibile, grazie all’arte del corteggiamento.

Uno scrittore riesce a commuovere un uomo cinico, grazie all’arte del racconto.

Un medico riesce a guarire un malato grave, grazie all’arte medica.

Un agricoltore riesce a far comparire sul suo campo migliaia di spighe di grano, grazie all’arte della coltivazione.

Un padre lontano riesce con le sue lettere a tener vivo l’amore della sua famiglia, grazie all’arte della scrittura.

Uno statista riesce, con la sua passione intellettuale, la sua visionarietà e il suo coraggio a indirizzare il proprio popolo – e a ispirare altri popoli – lungo un percorso repubblicano di libertà e solidarietà, grazie all’arte della politica.

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Un marito devoto al suo tablet e al suo smartphone riesce a guastare in pochi mesi una relazione d’amore costruita in molti anni, grazie alla tecnica della comunicazione a distanza.

Un agricoltore riesce a rovinare il sapore delle sue piante, grazie alle tecniche della coltivazione commerciale.

Un medico riesce a generare un figlio privo di padre o privo di madre, grazie alla tecnica della riproduzione artificiale.

Un uomo cinico riesce a non farsi più commuovere da nessun formidabile scrittore, grazie alla tecnica della riproduzione infinita delle immagini, la quale lo ha reso sostanzialmente insensibile all’invisibile.

Una donna colta e sensibile riesce a trovare, grazie alla tecnica della “ricerca del partner” per via informatica, l’uomo perfetto per lei – colto e sensibile.

Il sogno della creazione di una comunità di popoli contro la guerra riesce a trasformarsi in un incubo, grazie alla tecnica della politica neoliberista e burocraticista.

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Siamo riusciti a trasformare la politica, che come ogni arte è arte dell’impossibile, in “arte del possibile”, grazie al dominio della tecnica, la quale è sempre del possibile.

Riusciremo, riscoprendo la giusta relazione tra arte e tecnica, a far sì che la politica torni a essere un’arte?

 

(Alberto Cassone, 2020)

 

Niente follia, niente saggezza

Leggevo l’Elogio della follia di Erasmo, ma non capivo. La Follia mi si rivolgeva tessendo le proprie lodi, spiegando le ragioni della propria fondamentale importanza per gli umani; ma era pur sempre la Follia a parlare di tali ragioni, dunque… avrei dovuto ritenere, in accordo con il più elementare buon senso, che l’autore credesse vero il contrario di quanto da Costei così poco autorevolmente affermato?

Evidentemente, quello era destinato a essere un pomeriggio pieno di dubbi. Ne sopravvenne infatti presto, da un luogo della mente certo più remoto di quello ove dimora il buon senso, un altro: avrei forse capito l’Elogio della saggezza, se un testo del genere dal grande umanista olandese fosse stato scritto? Dopo una breve riflessione, mi risposi negativamente: avrei creduto di comprenderlo, certo; ma non ne avrei afferrato lo spirito. Sapevo bene, infatti, che chi non comprende il discorso della follia, non può neanche comprendere quello della saggezza.

Avevo ancora a disposizione circa tre ore e mezza, prima che mia moglie e le mie sette figlie rientrassero in casa dal cinema per la cena. Non avevo altra scelta: la spesa di cui ero stato solennemente incaricato l’avrei fatta il giorno dopo; avremmo mangiato quel che c’era di avanzato in frigorifero, poco o tanto che fosse, buono o cattivo. Quelle tre ore e mezza le avrei dedicate a cercare di comprendere.

Salve, terzo dubbio, ben arrivato e fatti sentire, forte e chiaro. Come dici? “Cercare di comprendere non è il giusto atteggiamento, quando si ascolta la Follia”? Ma allora sei una certezza, caro, non un dubbio! Perché mai, dimmi un po’, ti sei presentato come tale? Come, come? “Non lo so”? Ah, ecco. Va bene. Sei una certezza che dubita di sé. Mettiti pure comoda, cara, e continuiamo.

Se è vero che la follia non può esistere senza la saggezza (e viceversa), perché mai, mi chiedevo, Erasmo aveva scritto soltanto l’elogio della prima? Forse nelle tante sue altre mirabili opere vi era, implicito, quello della seconda? Ecco, a quel punto mi sembrò di avere finalmente imboccato una strada promettente. Tante opere frutto di saggezza, una sola attribuita alla Follia: perché lambiccarmi il cervello, dunque, chiedendomi se in quest’ultima l’autore avesse presentato il suo pensiero, o la sua stessa follia?

Follia rima con poesia; forse, dunque, non mi sarei tanto angosciato – e avrei trovato il tempo di fare quella fatidica spesa – se Erasmo il suo celebre elogio l’avesse scritto in versi. La tentazione di prenderlo sul serio, perlomeno, sarebbe stata meno forte.

“Perché mai, se fosse stato scritto in forma poetica, l’avrei potuto prendere meno seriamente?” Benvenuto anche a te, ennesimo dubbio di questo stralunato pomeriggio. Sai che ti dico? Ti rispondo in versi.

 

Follia, follia, per vicina che tu sia

non avrai l’anima mia:

troppe scorte di saggezza

in questi anni ho accumulato,

troppo senno e accortezza

mi proteggon da ogni lato.

Sette figlie, è vero, non son poche

e mia moglie è assai nervosa;

ma son sveglie più che oche

e la paga generosa

che ricevo per studiar

“Scienze dell’economia domestica”

non è forse da gran Zar

ma buon cibo ognuna mastica

grazie ad essa; ed i miei studi

sono sempre pubblicati

in riviste di gran nome:

“Non dimenticar la spesa, cara!”

“Lavatrice: e più non sudi!”

“Bianchi brillanti freschissimi bucati!”

“Cucinar: il quando e il come!”

“Strofinare è cosa amara!”

Dunque, son ben saggio, io;

e se il suona il campanello

non mi devo preoccupare:

le otto donne il mio cervello

di sicur saprà calmare.

Fammi però controllar

cosa in frigo c’è rimasto:

o mio Dio!, un vuoto vasto

come abisso devastato

dai gelidi venti del nulla:

anzi, no! C’è una cipolla…

ma che sciocco che son stato…

sarà ancora aperto il bar?

Forse un vecchio tramezzino…?

Ma che dico? Sono otto

le mie donne che alle otto

(tra tre minuti – o giù di lì)

suoneranno il campanello…

caro Erasmo, su questo sì

che mi lambiccherò il cervello.

 

(Alberto Cassone, maggio 2020)

Una testa da bambino e un cuore da vecchio

Già da prima di nascere, volevo la comodità, volevo la vita facile: ho chiesto dunque di ricevere una testa da bambino e un cuore da vecchio.

Ma uno spiritello beffardo mi ha giocato un tiro: sono nato con una testa da vecchio e con un cuore da bambino.

Sono cresciuto circondato da persone sagge – ma il mio cuore da bambino non mi permetteva di diventare una di loro.

Da grande, ho incontrato mille e più folli – ma la mia testa da vecchio non mi permetteva di fare festa con loro.

Da vecchio, oggi, passo ogni giornata alla ricerca di quello spiritello beffardo. Vorrei infatti ringraziarlo: non ho mai avuto la saggezza, ma ho ricevuto la testa per riconoscerla e il cuore per amarla.

 

(Alberto Cassone)