Niente follia, niente saggezza

Leggevo l’Elogio della follia di Erasmo, ma non capivo. La Follia mi si rivolgeva tessendo le proprie lodi, spiegando le ragioni della propria fondamentale importanza per gli umani; ma era pur sempre la Follia a parlare di tali ragioni, dunque… avrei dovuto ritenere, in accordo con il più elementare buon senso, che l’autore credesse vero il contrario di quanto da Costei così poco autorevolmente affermato?

Evidentemente, quello era destinato a essere un pomeriggio pieno di dubbi. Ne sopravvenne infatti presto, da un luogo della mente certo più remoto di quello ove dimora il buon senso, un altro: avrei forse capito l’Elogio della saggezza, se un testo del genere dal grande umanista olandese fosse stato scritto? Dopo una breve riflessione, mi risposi negativamente: avrei creduto di comprenderlo, certo; ma non ne avrei afferrato lo spirito. Sapevo bene, infatti, che chi non comprende il discorso della follia, non può neanche comprendere quello della saggezza.

Avevo ancora a disposizione circa tre ore e mezza, prima che mia moglie e le mie sette figlie rientrassero in casa dal cinema per la cena. Non avevo altra scelta: la spesa di cui ero stato solennemente incaricato l’avrei fatta il giorno dopo; avremmo mangiato quel che c’era di avanzato in frigorifero, poco o tanto che fosse, buono o cattivo. Quelle tre ore e mezza le avrei dedicate a cercare di comprendere.

Salve, terzo dubbio, ben arrivato e fatti sentire, forte e chiaro. Come dici? “Cercare di comprendere non è il giusto atteggiamento, quando si ascolta la Follia”? Ma allora sei una certezza, caro, non un dubbio! Perché mai, dimmi un po’, ti sei presentato come tale? Come, come? “Non lo so”? Ah, ecco. Va bene. Sei una certezza che dubita di sé. Mettiti pure comoda, cara, e continuiamo.

Se è vero che la follia non può esistere senza la saggezza (e viceversa), perché mai, mi chiedevo, Erasmo aveva scritto soltanto l’elogio della prima? Forse nelle tante sue altre mirabili opere vi era, implicito, quello della seconda? Ecco, a quel punto mi sembrò di avere finalmente imboccato una strada promettente. Tante opere frutto di saggezza, una sola attribuita alla Follia: perché lambiccarmi il cervello, dunque, chiedendomi se in quest’ultima l’autore avesse presentato il suo pensiero, o la sua stessa follia?

Follia rima con poesia; forse, dunque, non mi sarei tanto angosciato – e avrei trovato il tempo di fare quella fatidica spesa – se Erasmo il suo celebre elogio l’avesse scritto in versi. La tentazione di prenderlo sul serio, perlomeno, sarebbe stata meno forte.

“Perché mai, se fosse stato scritto in forma poetica, l’avrei potuto prendere meno seriamente?” Benvenuto anche a te, ennesimo dubbio di questo stralunato pomeriggio. Sai che ti dico? Ti rispondo in versi.

 

Follia, follia, per vicina che tu sia

non avrai l’anima mia:

troppe scorte di saggezza

in questi anni ho accumulato,

troppo senno e accortezza

mi proteggon da ogni lato.

Sette figlie, è vero, non son poche

e mia moglie è assai nervosa;

ma son sveglie più che oche

e la paga generosa

che ricevo per studiar

“Scienze dell’economia domestica”

non è forse da gran Zar

ma buon cibo ognuna mastica

grazie ad essa; ed i miei studi

sono sempre pubblicati

in riviste di gran nome:

“Non dimenticar la spesa, cara!”

“Lavatrice: e più non sudi!”

“Bianchi brillanti freschissimi bucati!”

“Cucinar: il quando e il come!”

“Strofinare è cosa amara!”

Dunque, son ben saggio, io;

e se il suona il campanello

non mi devo preoccupare:

le otto donne il mio cervello

di sicur saprà calmare.

Fammi però controllar

cosa in frigo c’è rimasto:

o mio Dio!, un vuoto vasto

come abisso devastato

dai gelidi venti del nulla:

anzi, no! C’è una cipolla…

ma che sciocco che son stato…

sarà ancora aperto il bar?

Forse un vecchio tramezzino…?

Ma che dico? Sono otto

le mie donne che alle otto

(tra tre minuti – o giù di lì)

suoneranno il campanello…

caro Erasmo, su questo sì

che mi lambiccherò il cervello.

 

(Alberto Cassone, maggio 2020)

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