Chi dorme rivoluziona pesci

Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’. Almeno un filino. Nel mio piccolo, nel mio microscopico, nel mio infimo e nel mio infinitesimale – almeno lì. Far del bene a qualche amico, a qualche conoscente, a qualche parente.

Alcuni dicono che il mondo si possa solo migliorare o peggiorare. Secondo loro, “lascia il mondo com’è” è un’utopia: chi prova a migliorarlo, forse ci riesce, forse no; chi non ci prova, lo peggiora di sicuro; per questo, sarebbe una buona cosa se ci fossero più persone che cercano di migliorarlo che persone che non ci provano: perché le prime, appunto, forse ci riescono e forse no, mentre le seconde sicuramente lo peggiorano.

Sacrosante parole! Sì, lo voglio. Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’, almeno un filino. Nel mio piccolissimo, nel mio microscopico, nel mio infinitesimale – almeno lì. E magari, poi, di più. Un poco di più, o abbastanza di più, o persino molto di più. Magari, va bene, solo un filino d’erba – ma un filino di quelli importanti, non un filino qualsiasi. Magari, invece, un’intera foresta.

Oppure, potrei migliorarlo non nel mio infimo, ma – all’opposto – nel mio infinito: migliorare il mondo veramente, macroscopicamente. Potrei farlo nel mio grandissimo, nel mio enorme: rivoluzionare la vita della mia comunità. Forse anche la vita delle altre comunità – e quindi, dell’intera specie umana. E poi, perché non l’universo? Potrei cambiare le orbite dei pianeti del sistema solare. Stravolgere l’ordine della galassie. Mutare le leggi dell’astrofisica.

Vabbe’, non esageriamo. Andiamo a lavare i piatti, adesso, che domani ci si deve alzare presto e non ce ne sarà il tempo.

~

Longtemps, je me suis couché de bonne heure.

Per molto tempo, mi sono svegliato di buon’ora, io – a differenza del grande Marcel Proust. Per altrettanto tempo, ho lavato i piatti la sera, steso i panni, stancamente navigato su internet prima di indossare instupidito il mio pigiama e infilarmi nel letto.

Ho così compreso che non avrei mai potuto cambiare il mondo. E ho capito che avrei dovuto, invece, cambiare me stesso. Ho lavorato sulla mia personalità, ho indagato nei miei sentimenti e ho rafforzato il mio autocontrollo, la mia forza di volontà, la mia autostima. Ho detto basta agli instupidimenti serali, alle alzatacce per far colpo sul capo, alla pigra solitudine dei pasti, dei panni e dei piatti.

Dopo anni spesi in questo lavoro, un tragico dubbio un giorno mi ha assalito: e se tutta la fatica fatta per cambiare me stesso non fosse stata altro che un modo di adattarmi? Di piegarmi, di conformarmi?

Ma no. Tranquillo. Diventare più forte mi è servito, al contrario, per resistere. Resistere stringendo i denti, resistere tendendo i nervi, resistere nell’attesa che arrivasse il momento giusto, il momento propizio per contrattaccare.

Perché, a questo mondo, io proprio non riesco ad adattarmi – e l’ora di provare a cambiarlo, finalmente, è giunta.

La sveglia fatale, finalmente, è suonata. Solo che… ho ancora sonno… voglio restare a letto ancora per qualche minuto. Giusto il tempo di sentirmi veramente riposato.

Un guerriero ritemprato combatte meglio, dunque ha più possibilità di vincere.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

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