La scelta giusta

Crescendo nel degrado della periferia metropolitana, tra la violenza e l’indifferenza, riuscire a costruirsi delle amicizie autentiche sembrava a Nicola, a quel tempo un bravo ragazzino di nove anni, un’impresa molto difficile. Naturalmente, lui non sapeva che quel mondo non era affatto l’unico possibile – e credeva che la difficoltà nel trovare degli amici fosse dovuta a qualche suo grosso difetto. Altrettanto naturalmente, la distinzione tra amicizie “autentiche” o “non autentiche” non gli passava neanche lontanamente per la testa: voleva degli amici, punto e basta.

I genitori lo portavano a messa la domenica; frequentava regolarmente il catechismo. Le due cose non gli dispiacevano affatto; naturalmente, non si rendeva ancora conto del fatto che il mondo della chiesa e della parrocchia offriva, per quelle ore in esso trascorse, una protezione da quell’altro mondo, quello duro, ostile.

C’erano, a scuola, alcuni amichetti che ogni tanto lo invitavano a giocare a pallone in strada o nel cortile della casa di uno di loro, di pomeriggio. Quegli inviti erano come sacri, per lui: volendo disperatamente avere degli amici, si trattava di occasioni d’oro da non perdere per nessuna ragione al mondo.

Un pomeriggio, Nicola fu invitato a giocare a pallone in un orario in cui avrebbe dovuto recarsi in parrocchia per il catechismo; naturalmente, non accettò l’invito e fece il bravo ragazzo. Nelle settimane successive, la cosa si ripeté altre due o tre volte, con lo stesso esito; un tale esemplare comportamento era reso più semplice dal fatto che fare catechismo, come detto, gli piaceva. Finché, un pomeriggio in cui la fastidiosa coincidenza di orari si verificò nuovamente, dopo aver come di consueto rinunciato al pallone ed essersi come di consueto incamminato verso la parrocchia con la coscienza a posto, Nicola si fermò. Era ancora in tempo per cambiare idea, tornare sui suoi passi, correre nel cortile dell’amichetto che lo aveva invitato. Ma non si poteva fare semplicemente così, come se nulla fosse: non sarebbe stato da lui. Aveva bisogno di un motivo giusto per cambiare idea. Rimase fermo sul marciapiedi per diversi secondi, totalmente concentrato nel suo sforzo, quasi tremando nell’animo per il salto di qualità che stava, senza saperlo, richiedendo alla propria coscienza. Poi, d’improvviso, tutto venne in scioltezza, da sé, con disinvoltura: “ma io ci credo, che esiste questo Dio? No, non ci credo. Secondo me, non esiste. Dunque, la cosa giusta da fare è andare a giocare con i miei amichetti”. Corse al cortile dell’amico, giocò felice; nei giorni successivi, disse ai genitori – con ben poca solennità e con non poca infantilità – che non aveva più voglia di fare catechismo né di andare a messa. I suoi genitori sapevano che quelle erano cose che non si potevano imporre; dunque, dopo qualche resistenza, gli vennero incontro.

Negli anni seguenti, il pallone divenne della vita di Nicola assoluto protagonista; ma, poiché con gli amici spesso si giocava in strada o in campetti di calcio abbandonati – dunque incolti – e frequentati da gioventù abbandonata – dunque violenta, ed essendo quella protezione dal mondo offerta dalla chiesa venuta a mancare, si trattò di anni molto difficili.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...