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Quella celebre frase

“Ask not what your country can do for you, ask what you can do for your country”. Forse è stato proprio per fare qualcosa per la propria nazione, senza per questo aspettarsi nulla in cambio, che venti anni fa, esattamente il 22 novembre 1963, alcuni cittadini statunitensi hanno deciso di uccidere – certo esagerando un poco – l’autore di questa sciocca frase, ossia il mitico JFK. In effetti, in una comunità sana, entrambe le cose dovrebbero accadere – la comunità ti aiuta, tu aiuti la comunità. Ma le parole di JFK risuonano comunque nella mia testa, ancora, in tutta la loro ottusa potenza. Devo fare qualcosa io per l’Italia, non aspettarmi che l’Italia faccia qualcosa per me. Sì, devo fare qualcosa. Agire per la mia comunità. Ma cosa? Cosa? Cosaaaaa?

Ah, sì, certo… trovato! Non ci pensavo, ma è la risposta più ovvia! Devo raccogliere le firme per un referendum che vieti che le idiozie solennemente pronunciate dai presidenti degli USA si diffondano in Europa. Eureka! Ho trovato finalmente cosa posso fare io per la mia comunità! È una sensazione bellissima. Inizierò domattina presto la raccolta delle firme – ora sono stanco. Vado al cinema, stasera. Mi rilasso con un film… una commedia italiana! E vaffanculo, Hollywood!!!

Sono eccitato: si tratta infatti del molto reclamizzato film di Gabriele Muccino con Will Smith. Come detto, è una commedia, ma allo stesso tempo è una pellicola di “fantascienza paradossale”: La ricerca della felicità è ambientato ai nostri giorni – ma è uscito nelle sale nel 2006! Ad ogni modo, ho ancora due ore prima che inizi. Giusto il tempo per buttare tutti i miei vinili di musicisti statunitensi. Tengo solo quelli del Boss… origini italiane ed ebraiche, quindi posso ben fare un’eccezione… caro Bruce, non ti lascerò mai! Vali dieci, cento, mille JFK, tu!…. e hai fatto qualcosa per me, senza per questo aspettarti molto in cambio. È vero, sei diventato ricco – ma i pochi soldi che io ti ho dato per comprare i tuoi sei vinili non sono quasi nulla, anzi sono proprio zero, in confronto a quello che dai tuoi vinili ho ricevuto. La ricchezza ti ha scelto perché sei stato generoso, perché non l’hai mai cercata, perché hai scritto canzoni che non potevi non scrivere, dando voce a storie che voce non avevano, aiutando persone come me a tirare diritto nei periodi più bui, a continuare a crederci.

~

Niente potrà ripagare quello che hai fatto per tutti noi, Bruce. Perdonami dunque per le stupidaggini che ho scritto su JFK, su Muccino, sul referendum. Non sono degne di stare vicino a te. Né lo sono, lascia che te lo confessi, JFK, Will Smith e Gabriele Muccino.

 

(Alberto Cassone, 2020)

La scelta giusta

Crescendo nel degrado della periferia metropolitana, tra la violenza e l’indifferenza, riuscire a costruirsi delle amicizie autentiche sembrava a Nicola, a quel tempo un bravo ragazzino di nove anni, un’impresa molto difficile. Naturalmente, lui non sapeva che quel mondo non era affatto l’unico possibile – e credeva che la difficoltà nel trovare degli amici fosse dovuta a qualche suo grosso difetto. Altrettanto naturalmente, la distinzione tra amicizie “autentiche” o “non autentiche” non gli passava neanche lontanamente per la testa: voleva degli amici, punto e basta.

I genitori lo portavano a messa la domenica; frequentava regolarmente il catechismo. Le due cose non gli dispiacevano affatto; naturalmente, non si rendeva ancora conto del fatto che il mondo della chiesa e della parrocchia offriva, per quelle ore in esso trascorse, una protezione da quell’altro mondo, quello duro, ostile.

C’erano, a scuola, alcuni amichetti che ogni tanto lo invitavano a giocare a pallone in strada o nel cortile della casa di uno di loro, di pomeriggio. Quegli inviti erano come sacri, per lui: volendo disperatamente avere degli amici, si trattava di occasioni d’oro da non perdere per nessuna ragione al mondo.

Un pomeriggio, Nicola fu invitato a giocare a pallone in un orario in cui avrebbe dovuto recarsi in parrocchia per il catechismo; naturalmente, non accettò l’invito e fece il bravo ragazzo. Nelle settimane successive, la cosa si ripeté altre due o tre volte, con lo stesso esito; un tale esemplare comportamento era reso più semplice dal fatto che fare catechismo, come detto, gli piaceva. Finché, un pomeriggio in cui la fastidiosa coincidenza di orari si verificò nuovamente, dopo aver come di consueto rinunciato al pallone ed essersi come di consueto incamminato verso la parrocchia con la coscienza a posto, Nicola si fermò. Era ancora in tempo per cambiare idea, tornare sui suoi passi, correre nel cortile dell’amichetto che lo aveva invitato. Ma non si poteva fare semplicemente così, come se nulla fosse: non sarebbe stato da lui. Aveva bisogno di un motivo giusto per cambiare idea. Rimase fermo sul marciapiedi per diversi secondi, totalmente concentrato nel suo sforzo, quasi tremando nell’animo per il salto di qualità che stava, senza saperlo, richiedendo alla propria coscienza. Poi, d’improvviso, tutto venne in scioltezza, da sé, con disinvoltura: “ma io ci credo, che esiste questo Dio? No, non ci credo. Secondo me, non esiste. Dunque, la cosa giusta da fare è andare a giocare con i miei amichetti”. Corse al cortile dell’amico, giocò felice; nei giorni successivi, disse ai genitori – con ben poca solennità e con non poca infantilità – che non aveva più voglia di fare catechismo né di andare a messa. I suoi genitori sapevano che quelle erano cose che non si potevano imporre; dunque, dopo qualche resistenza, gli vennero incontro.

Negli anni seguenti, il pallone divenne della vita di Nicola assoluto protagonista; ma, poiché con gli amici spesso si giocava in strada o in campetti di calcio abbandonati – dunque incolti – e frequentati da gioventù abbandonata – dunque violenta, ed essendo quella protezione dal mondo offerta dalla chiesa venuta a mancare, si trattò di anni molto difficili.

Chi dorme rivoluziona pesci

Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’. Almeno un filino. Nel mio piccolo, nel mio microscopico, nel mio infimo e nel mio infinitesimale – almeno lì. Far del bene a qualche amico, a qualche conoscente, a qualche parente.

Alcuni dicono che il mondo si possa solo migliorare o peggiorare. Secondo loro, “lascia il mondo com’è” è un’utopia: chi prova a migliorarlo, forse ci riesce, forse no; chi non ci prova, lo peggiora di sicuro; per questo, sarebbe una buona cosa se ci fossero più persone che cercano di migliorarlo che persone che non ci provano: perché le prime, appunto, forse ci riescono e forse no, mentre le seconde sicuramente lo peggiorano.

Sacrosante parole! Sì, lo voglio. Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’, almeno un filino. Nel mio piccolissimo, nel mio microscopico, nel mio infinitesimale – almeno lì. E magari, poi, di più. Un poco di più, o abbastanza di più, o persino molto di più. Magari, va bene, solo un filino d’erba – ma un filino di quelli importanti, non un filino qualsiasi. Magari, invece, un’intera foresta.

Oppure, potrei migliorarlo non nel mio infimo, ma – all’opposto – nel mio infinito: migliorare il mondo veramente, macroscopicamente. Potrei farlo nel mio grandissimo, nel mio enorme: rivoluzionare la vita della mia comunità. Forse anche la vita delle altre comunità – e quindi, dell’intera specie umana. E poi, perché non l’universo? Potrei cambiare le orbite dei pianeti del sistema solare. Stravolgere l’ordine della galassie. Mutare le leggi dell’astrofisica.

Vabbe’, non esageriamo. Andiamo a lavare i piatti, adesso, che domani ci si deve alzare presto e non ce ne sarà il tempo.

~

Longtemps, je me suis couché de bonne heure.

Per molto tempo, mi sono svegliato di buon’ora, io – a differenza del grande Marcel Proust. Per altrettanto tempo, ho lavato i piatti la sera, steso i panni, stancamente navigato su internet prima di indossare instupidito il mio pigiama e infilarmi nel letto.

Ho così compreso che non avrei mai potuto cambiare il mondo. E ho capito che avrei dovuto, invece, cambiare me stesso. Ho lavorato sulla mia personalità, ho indagato nei miei sentimenti e ho rafforzato il mio autocontrollo, la mia forza di volontà, la mia autostima. Ho detto basta agli instupidimenti serali, alle alzatacce per far colpo sul capo, alla pigra solitudine dei pasti, dei panni e dei piatti.

Dopo anni spesi in questo lavoro, un tragico dubbio un giorno mi ha assalito: e se tutta la fatica fatta per cambiare me stesso non fosse stata altro che un modo di adattarmi? Di piegarmi, di conformarmi?

Ma no. Tranquillo. Diventare più forte mi è servito, al contrario, per resistere. Resistere stringendo i denti, resistere tendendo i nervi, resistere nell’attesa che arrivasse il momento giusto, il momento propizio per contrattaccare.

Perché, a questo mondo, io proprio non riesco ad adattarmi – e l’ora di provare a cambiarlo, finalmente, è giunta.

La sveglia fatale, finalmente, è suonata. Solo che… ho ancora sonno… voglio restare a letto ancora per qualche minuto. Giusto il tempo di sentirmi veramente riposato.

Un guerriero ritemprato combatte meglio, dunque ha più possibilità di vincere.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

Rovesciando I miserabili

 

Il conflitto simbiotico tra Silvio Berlusconi e Marco Travaglio possiede una dimensione tragica ed epica paragonabile a quella dello scontro tra Jean Valjean e Javert; mentre nel romanzo di Hugo era Jean Valjean – il presunto criminale – a essere nel giusto, in quello dell’Italia della Seconda Repubblica a essere nel giusto è però il nostro duro, inflessibile Javert giornalista.

Nessuno, infatti, ha rappresentato la disonestà, nella cosiddetta Seconda repubblica, meglio di Silvio Berlusconi. Non c’è uomo politico che abbia sguazzato nella corruzione più radicalmente di lui. Nessuno, analogamente, ha rappresentato l’onestà, nello stesso periodo storico (e anche oltre, per fortuna della Terza repubblica), meglio di Marco Travaglio.

Incorruttibilmente onesto l’uno, irredimibilmente furfante l’altro, proprio così; eppure, si tratta di due persone entrambe dotate di eccezionale spessore – di spessore umano il primo, di spessore disumano il secondo. Il lato oscuro e il lato luminoso della forza. Marco Travaglio è per me l’eroe tragico, Silvio Berlusconi l’incubo farsesco. Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi di Maio, Nicola Zingaretti possono essere dei cattivi (i primi due, sicuramente) o dei bravi (il terzo e il quarto, forse) politici; Indro Montanelli, Michele Santoro, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca possono essere – o essere stati – dei buoni o dei cattivi giornalisti; ma solo Marco è oggi un giornalista-eroe, solo Berlusconi un politico-incubo.

Il “male assoluto” della politica italiana non è stato il dittatore Mussolini (anche se ci è andato vicino; ma, come sappiamo bene, in confronto a Hitler il Duce impallidisce, mentre il male assoluto non ha, non può avere, tracce di pallore. Esso è oscuro come la Morte Nera); né lo è stato il mafioso Andreotti – nonostante vi aspirasse – perché quando il male si traveste di santità non riesce a essere assoluto: quella veste ne rappresenta il limite, mentre l’assoluto non ha limiti.

Il male politico assoluto, in Italia, è stato lui: Silvio Berlusconi.

E allora, dove mai sarebbe lo spessore – seppur disumano – di Berlusconi? Come posso pensare che l’assolutamente malvagio Silvio non sia un mediocre?

Mi spiego: quest’uomo ha uno spessore che nel suo essere – come ho ripetuto più volte – assolutamente disumano è uno spessore assolutamente personale, assolutamente privato; Berlusconi ha privatizzato tutto, personalizzato tutto, ha invaso e conquistato – armato dei due sentimenti personali e privati fondamentali, l’odio e l’amore, modellati nell’irrazionalità più pura fino a mutarsi in due forze totalizzanti e devastanti – ha invaso e conquistato, così armato, il regno del ragionamento, della pazienza, del compromesso e del falso sorriso, del progetto a lungo termine, dell’ipocrisia diplomatica. Ha portato corna, flirt, insulti, galanterie, barzellette sporche e offese creative, vanagloria e canzonette nelle lussuose e silenti camere della ragione politica.

Silvio ha vissuto tutto quello che ha vissuto sempre e soltanto odiando e amando; la sua ragione, niente affatto debole, non è stata però altro che uno strumento di queste due sue passioni debordanti, un’arma in mano a queste sue alluvioni, frane e smottamenti geotettonici del sentimento.

Si tratta di un uomo che ha vissuto tutto fino in fondo. Quello che ha vissuto è deprecabile, ma non è quel che ha vissuto a renderlo il male politico assoluto (ha fatto anche del bene, magari involontariamente; troppo poco, purtroppo per noi cittadini italiani). Ciò che lo rende il male politico assoluto è come ha vissuto, ossia il modo assoluto con cui ha vissuto il male, il suo dargli tutto sé stesso senza mai risparmiarsi, senza mai lasciare che il ragionamento interferisse e ponesse un argine al sentimento.

Berlusconi non si è mai pentito – l’ipocrisia di un pentimento in tarda età avrebbe gettato un’ombra di chiarezza, di prevedibilità, sull’oscurità della sua anima dominata dall’irrazionale. Un ripensamento tardivo, inutile, patetico avrebbe generato un riflesso umanizzante sulla superficie della sua tenebra. Non pentendosi, la tenebra farsescamente agghiacciante di Silvio è rimasta impenetrabile.

Intediamoci bene: sono un cittadino, amerò sempre Marco, detesterò sempre Silvio; non sono al di sopra delle parti. Nessuno lo è. Viva Marco Travaglio.

Berlusconi è senza dubbio uno di quelli di cui giustamente vien detto: sarebbe da sbattere in galera e poi buttare le chiavi. Ma sarebbe uno da levarsi il vil cappello mentre le chiavi girano nella serratura per l’ultima volta, da lanciargli un impotente sarcastico sorriso prima di andarsene per lasciarlo tragicamente marcire, per lasciare che la maschera si sciolga assieme alla faccia nell’acido della sua nuova solitudine malvagia. La maschera di Silvio non cadrebbe per rivelarne il volto: si fonderebbe con esso e gridendo brucerebbe. La sua vita è stata una lunga stridente farsa e solo un’orripilante tragedia potrebbe degnamente coronarla. Orripilante come questa mia nuova parola, “gridendo”: ridendo e gridando, gridando e ridendo.

Ma il delirante neologismo non nascerà, lo straziante finale non avverrà.

Nessuno lo sbatterà in galera: sarà la voce del tramonto d’un dì di carnevale

ad avere l’ultima grottesca parola su Silvio.

 

Non vi sarà corona di tragedia

a cinger la sua farsesca testa.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

Imagine there’s a heaven

Immagina che il mondo si sia trasformato in un luogo invivibile, dove nessuno ha più rispetto per nessuno, niente ha più alcun valore in sé e l’idea di giustizia genera solo sarcasmo.

Immagina poi che tu e pochi altri vi battiate, nonostante l’evidenza vi sia avversa e le speranze appaiano nulle, per l’affermazione della giustizia.

Ogni volta che vi si dice: “Smetti di credere nella giustizia! Non esiste nessuna giustizia, non lo vedi? Apri gli occhi!”, tu rispondi: “Ho fede nella giustizia, voglio che il suo ideale non sparisca e non mi importa di quanto sembri impossibile salvarlo”.

Le vostre battaglie sembrano dare un senso alla vostra esistenza – ma non vi basta provare questa sensazione: desiderate che la giustizia riguadagni concretamente terreno, desiderate vincere almeno qualcuna delle vostre battaglie.

~

Ora immagina, invece, di essere una persona alla ricerca di risposte, la quale si sta recando a una conferenza scientifico-filosofica sull’origine della vita. Studiosi e pensatori si alternano nell’esposizione delle loro varie teorie. Dopo molte ore passate ad ascoltarli, decidi che la teoria più convincente, tra quelle esposte, spiega l’origine della vita sulla Terra con l’esistenza di un essere superiore che l’ha creata volontariamente.

Altre teorie erano molto interessanti ma non ti sembravano verosimili; altre parevano ragionevoli ma erano poco coinvolgenti; quella dell’essere superiore, invece, non era solo una teoria: era anche una storia. Così, alla fine della giornata, ti sei schierato con questa spiegazione. Ci hai riflettuto molto, nei giorni seguenti, e non hai cambiato idea. Avevi una sensazione molto forte: credere in quella storia sembrava iniziare a dare un senso alla tua esistenza.

Nei mesi successivi, hai incontrato altre persone che la pensavano come te e, insieme, avete deciso di formare un’associazione filosofica e di incontrarvi molto spesso.

Negli anni, i legami personali e culturali tra di voi si sono approfonditi e hanno generato dei forti vincoli di amicizia e solidarietà.

Un giorno, per caso, hai letto di una teoria – e di una storia – differente sull’origine della vita. In questa, non appariva alcun essere superiore; ma ti è sembrata molto interessante.

Ci hai riflettuto per alcuni giorni, dopo di che hai deciso che non era giusto abbandonare la tua teoria, quella che condividevi con i tuoi amici più cari, solo perché la nuova storia appariva forse altrettanto convincente e affascinante.

Tornando a casa, ne hai parlato con tua moglie, la quale ti ha spiegato che non esiste solo la ragione, ma c’è anche la fede. “La fede nella correttezza della tua visione del mondo ti aiuterà a non vacillare quando qualcuno proverà a metterla in discussione”: così ti ha detto lei.

Hai ripensato all’essere superiore che ha creato la vita sulla Terra, a tutte le affascinanti, coinvolgenti storie che raccontano di lui. Esse sembravano, in quel momento più che mai, in grado di donare un senso alla tua esistenza; nient’altro ti pareva essere necessario; quella sensazione era tutto ciò di cui avevi bisogno, anche perché – ne eri certo – essa era esattamente la stessa sensazione provata dalle persone che ti erano più care.

Non ti eri mai reso conto di amarlo così tanto come in quell’istante. Hai capito che non è solo superiore a noi umani e a tutti gli altri esseri viventi: è molto più di questo, perché è perfetto e onnisciente.

Ne hai discusso con un collega, che non faceva parte dell’associazione, il quale ha obiettato: “Se questo essere esiste, fa parte della natura. Se fa parte della natura, non può essere perfetto, perché nulla in natura è perfetto”. Gli hai risposto, deciso: “Ti sbagli: non fa parte della natura, ma della sovrannatura. Nella sovrannatura, esistono la perfezione e l’onniscienza”.

Il tuo collega ha replicato, ma tu già non l’ascoltavi più. Si trattava, in fondo, solo di elucubrazioni teoriche. Dov’era la sua storia?

~

Adesso, immagina di essere entrambi: il combattente che ha fede nella giustizia, ma anche il credente nell’idea dell’origine divina del mondo. “Un momento”, mi dirai, “non ho nessuna voglia di essere due persone!” Va bene, non c’è problema: scegli chi vuoi essere. “Ma non potrei invece essere una persona sola che, però, avesse fede in entrambe le cose?” No, perché il combattente è una persona che crede in un valore, l’altro è una persona che crede in una storia. Sono due personaggi psicologicamente molto diversi fra loro. “Ah, certo, sono solo due personaggi immaginari… dunque, non posso realmente essere nessuno dei due, giusto?” Puoi esserlo, invece: basta che tu creda a questa storia.

 

(Alberto Cassone, 2020)

L’arte del possibile?

Un uomo povero e semplice riesce a conquistare il cuore di una donna colta e sensibile, grazie all’arte del corteggiamento.

Uno scrittore riesce a commuovere un uomo cinico, grazie all’arte del racconto.

Un medico riesce a guarire un malato grave, grazie all’arte medica.

Un agricoltore riesce a far comparire sul suo campo migliaia di spighe di grano, grazie all’arte della coltivazione.

Un padre lontano riesce con le sue lettere a tener vivo l’amore della sua famiglia, grazie all’arte della scrittura.

Uno statista riesce, con la sua passione intellettuale, la sua visionarietà e il suo coraggio a indirizzare il proprio popolo – e a ispirare altri popoli – lungo un percorso repubblicano di libertà e solidarietà, grazie all’arte della politica.

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Un marito devoto al suo tablet e al suo smartphone riesce a guastare in pochi mesi una relazione d’amore costruita in molti anni, grazie alla tecnica della comunicazione a distanza.

Un agricoltore riesce a rovinare il sapore delle sue piante, grazie alle tecniche della coltivazione commerciale.

Un medico riesce a generare un figlio privo di padre o privo di madre, grazie alla tecnica della riproduzione artificiale.

Un uomo cinico riesce a non farsi più commuovere da nessun formidabile scrittore, grazie alla tecnica della riproduzione infinita delle immagini, la quale lo ha reso sostanzialmente insensibile all’invisibile.

Una donna colta e sensibile riesce a trovare, grazie alla tecnica della “ricerca del partner” per via informatica, l’uomo perfetto per lei – colto e sensibile.

Il sogno della creazione di una comunità di popoli contro la guerra riesce a trasformarsi in un incubo, grazie alla tecnica della politica neoliberista e burocraticista.

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Siamo riusciti a trasformare la politica, che come ogni arte è arte dell’impossibile, in “arte del possibile”, grazie al dominio della tecnica, la quale è sempre del possibile.

Riusciremo, riscoprendo la giusta relazione tra arte e tecnica, a far sì che la politica torni a essere un’arte?

 

(Alberto Cassone, 2020)

 

Niente follia, niente saggezza

Leggevo l’Elogio della follia di Erasmo, ma non capivo. La Follia mi si rivolgeva tessendo le proprie lodi, spiegando le ragioni della propria fondamentale importanza per gli umani; ma era pur sempre la Follia a parlare di tali ragioni, dunque… avrei dovuto ritenere, in accordo con il più elementare buon senso, che l’autore credesse vero il contrario di quanto da Costei così poco autorevolmente affermato?

Evidentemente, quello era destinato a essere un pomeriggio pieno di dubbi. Ne sopravvenne infatti presto, da un luogo della mente certo più remoto di quello ove dimora il buon senso, un altro: avrei forse capito l’Elogio della saggezza, se un testo del genere dal grande umanista olandese fosse stato scritto? Dopo una breve riflessione, mi risposi negativamente: avrei creduto di comprenderlo, certo; ma non ne avrei afferrato lo spirito. Sapevo bene, infatti, che chi non comprende il discorso della follia, non può neanche comprendere quello della saggezza.

Avevo ancora a disposizione circa tre ore e mezza, prima che mia moglie e le mie sette figlie rientrassero in casa dal cinema per la cena. Non avevo altra scelta: la spesa di cui ero stato solennemente incaricato l’avrei fatta il giorno dopo; avremmo mangiato quel che c’era di avanzato in frigorifero, poco o tanto che fosse, buono o cattivo. Quelle tre ore e mezza le avrei dedicate a cercare di comprendere.

Salve, terzo dubbio, ben arrivato e fatti sentire, forte e chiaro. Come dici? “Cercare di comprendere non è il giusto atteggiamento, quando si ascolta la Follia”? Ma allora sei una certezza, caro, non un dubbio! Perché mai, dimmi un po’, ti sei presentato come tale? Come, come? “Non lo so”? Ah, ecco. Va bene. Sei una certezza che dubita di sé. Mettiti pure comoda, cara, e continuiamo.

Se è vero che la follia non può esistere senza la saggezza (e viceversa), perché mai, mi chiedevo, Erasmo aveva scritto soltanto l’elogio della prima? Forse nelle tante sue altre mirabili opere vi era, implicito, quello della seconda? Ecco, a quel punto mi sembrò di avere finalmente imboccato una strada promettente. Tante opere frutto di saggezza, una sola attribuita alla Follia: perché lambiccarmi il cervello, dunque, chiedendomi se in quest’ultima l’autore avesse presentato il suo pensiero, o la sua stessa follia?

Follia rima con poesia; forse, dunque, non mi sarei tanto angosciato – e avrei trovato il tempo di fare quella fatidica spesa – se Erasmo il suo celebre elogio l’avesse scritto in versi. La tentazione di prenderlo sul serio, perlomeno, sarebbe stata meno forte.

“Perché mai, se fosse stato scritto in forma poetica, l’avrei potuto prendere meno seriamente?” Benvenuto anche a te, ennesimo dubbio di questo stralunato pomeriggio. Sai che ti dico? Ti rispondo in versi.

 

Follia, follia, per vicina che tu sia

non avrai l’anima mia:

troppe scorte di saggezza

in questi anni ho accumulato,

troppo senno e accortezza

mi proteggon da ogni lato.

Sette figlie, è vero, non son poche

e mia moglie è assai nervosa;

ma son sveglie più che oche

e la paga generosa

che ricevo per studiar

“Scienze dell’economia domestica”

non è forse da gran Zar

ma buon cibo ognuna mastica

grazie ad essa; ed i miei studi

sono sempre pubblicati

in riviste di gran nome:

“Non dimenticar la spesa, cara!”

“Lavatrice: e più non sudi!”

“Bianchi brillanti freschissimi bucati!”

“Cucinar: il quando e il come!”

“Strofinare è cosa amara!”

Dunque, son ben saggio, io;

e se il suona il campanello

non mi devo preoccupare:

le otto donne il mio cervello

di sicur saprà calmare.

Fammi però controllar

cosa in frigo c’è rimasto:

o mio Dio!, un vuoto vasto

come abisso devastato

dai gelidi venti del nulla:

anzi, no! C’è una cipolla…

ma che sciocco che son stato…

sarà ancora aperto il bar?

Forse un vecchio tramezzino…?

Ma che dico? Sono otto

le mie donne che alle otto

(tra tre minuti – o giù di lì)

suoneranno il campanello…

caro Erasmo, su questo sì

che mi lambiccherò il cervello.

 

(Alberto Cassone, maggio 2020)

Una testa da bambino e un cuore da vecchio

Già da prima di nascere, volevo la comodità, volevo la vita facile: ho chiesto dunque di ricevere una testa da bambino e un cuore da vecchio.

Ma uno spiritello beffardo mi ha giocato un tiro: sono nato con una testa da vecchio e con un cuore da bambino.

Sono cresciuto circondato da persone sagge – ma il mio cuore da bambino non mi permetteva di diventare una di loro.

Da grande, ho incontrato mille e più folli – ma la mia testa da vecchio non mi permetteva di fare festa con loro.

Da vecchio, oggi, passo ogni giornata alla ricerca di quello spiritello beffardo. Vorrei infatti ringraziarlo: non ho mai avuto la saggezza, ma ho ricevuto la testa per riconoscerla e il cuore per amarla.

 

(Alberto Cassone)

Il film che ho visto

Venerdì scorso, Nadia mi ha invitato al cinema. “Dai, andiamo, ho sentito dire che è un film molto bello. Giulia c’è già stata e me ne ha parlato benissimo”. “Uhm.. di che parla”? “Uff, di che parla… e io che ne so? Senti, deciditi, che non ho tempo. Devo finire di preparare il brodo e mi devo anche vestire”. “Sì, ho capito, ma… dov’è, e a che ora inizia”? “È alle dieci, al Cinema Nadir”. “Alle dieci… va bene, dai… ci vengo. C’incontriamo lì davanti. Ci si vede una mezz’oretta prima, così chiacchieriamo un po’”? “Ma che chiacchieriamo… dai, che devo chiudere. A dopo. Ciao”. “Ciao Nadia”. “Cia-cia-cia-cia-ciao”.

Sono le nove e cinquantacinque minuti quando giungo al Nadir; quindici minuti di attesa davanti all’ingresso e, infine, Nadia arriva. “Dai, che forse è già iniziato! Prendiamo i posti, sbrigati! Ma che aspetti? Uff – devo fare tutto io! I biglietti? Dobbiamo fare i biglietti? Ma, dico, non potevi farli tu, mentre mi aspettavi? Non avevi nulla da fare”!

Il film, fortunatamente, non è ancora iniziato. Pochissimi minuti di pubblicità (si tratta di un cinema che proietta pellicole impegnate), dopodiché “Lo Zio di Giampiera” ha inizio. È un film che promette amare riflessioni, secchi dubbi e aride verità, tutto al modico prezzo di 6 euro e 50 centesimi. Su, coraggio; non sarà poi così malvagio.

Il regista aderisce alle regole del manifesto cinematografico “Nogma” e ha, pertanto, bandito la musica. Nel silenzio, le immagini (quelle ci sono) risaltano di sincera bidimensionalità, mentre i dialoghi vengono scanditi, soppesati come soffusi, sofferti monosillabi postungarettiani. Giampiera vive a Milano, è ricca, giovane, bella, frequenta il conservatorio ed è corteggiata da diversi uomini; per di più, ha tante buone amiche e moltissimo tempo libero. Ciò nonostante, la ragazza è profondamente infelice – il ricordo di un infausto accadimento la tormenta. Purtroppo, non sappiamo quale sia.

Paolo vive anch’egli a Milano; a differenza di Giampiera, è un ragazzo povero. Per sbarcare il lunario, svolge umili lavoretti giornalieri o stagionali; deve inoltre soffrire piccole angherie quotidiane, regolarmente inflittegli da conoscenti e familiari. Non ha tempo libero da dedicare a sé; il suo aspetto è alquanto anonimo. Rispetto a Giampiera, però, Paolo non vive in un passato immaginario, segnato da strazianti memorie, ed è infelice anch’egli: infelice nel presente, poiché la sua amata, Rosa, non ricambia il suo amore.

Il film presenta certamente una dimensione d’impegno sociale: lo capiamo in occasione della prima scena “d’azione”, che segue quelle unicamente strumentali alla presentazione dei personaggi e nella quale l’altolocata Giampiera e il miserabile Paolo s’incontrano, nel tardo pomeriggio di un giorno in cui lui era stato chiamato a lavare i vetri della sala concerti del conservatorio. L’incontro è composto, come da manuale di grande cinema, unicamente di sguardi, appena accennati, di impercettibili espressioni-impressioni, di afoni barlumi comunicativi. Che si trattasse del loro incontro, lo so per certo, perché me l’ha detto poi Nadia, nell’intervallo.

Improvvisamente, terminata la magistrale scena precedente, lo scenario è stravolto – veniam trasportati sulle spiagge della Normandia, sei mesi esatti dopo il D-Day. Sapevate, voi, che quel luogo era a lungo rimasto in uno stato di completa devastazione? Che dopo ben sei mesi gli statunitensi, responsabili del dissesto, non erano ancora intervenuti per ripulire? Il regista ci suggerisce tale inquietante riflessione concentrando il suo sguardo cinematografico in ripetuti primi piani sulle armi, sulle attrezzature e sui brandelli delle divise, abbandonate da tutti e da tutto, fuorché dal vento privo di memoria e di coscienza, fuorché dal sangue aggrumato che, da verde-mimetiche, le ha rese rosso-elegiache.

Ed è su questa spiaggia-allucinazione-testimonianza che passeggia, lento, appoggiandosi al suo bastone-archetipo, un uomo molto anziano; al suo fianco, la fiduciosa e vivace manina stretta nella rugosa e vissuta mano, una bambina, tra gli 8 e i 10 anni di età. “Alice…” mormora il vecchio, “Alice… vendicami”.

……

I rumorosi e allo stesso tempo evasivi pop corn consumati durante l’intervallo mi sollevano, ma nello spazio di pochi minuti è già giunto il momento di interrompere la masticazione – siamo nuovamente a Milano. Giampiera è ora una donna nel pieno dei suoi cinquant’anni; ha un marito dottore, Andrea, e un figlio adolescente, Riccardo.

A Riccardo, naturalmente, non mancano i soldi, ma non lo vediamo muoversi nell’alta società; preferisce frequentare le giovani gang di emarginati periferici, sperimentare le potenzialità acrobatiche della sua moto, amare e abbandonare ragazze tredici-quattordicenni.

Seguiamo la famiglia di Giampiera, osservandola progredire nella sua neopostborghese routine per alcune scene, al termine delle quali il regista rivolge il suo sguardo alle vicende di un ormai brizzolato Paolo. Apprendiamo così, grazie ai suoi dialoghi con i familiari, che egli era riuscito, sette anni prima, a farsi sposare dall’amata Rosa, per mezzo di un romanticamente stupefacente colpo di testa (del quale, però, non veniamo a sapere altro. Questa parte è piaciuta molto a Nadia – in particolare, il fatto che non ne verremo a sapere altro; così come nulla sapremo dell’infausto accadimento, del tormentoso evento incastonato nel passato di Giampiera).

Sfortunatamente per Paolo, però, adesso Rosa ha un amante: si tratta di un rozzo caporale, molto maschio, molto egocentrico. Da una scena d’amore, poco esplicita, tra Rosa e il militare siamo bruscamente distolti, per mezzo di una straniante immagine raffigurante un vicolo milanese al tramonto.

Freme e frizza la grande città di aperitivi e di esperienze; il nostro vicoletto, però, è immerso in un surreale torpore. Riflessi di luce, fantasmi di silenzio. Dei passi s’odono, un’ombra si delinea; le ombre, ecco, sono due: Paolo e Giampiera, il miserabile e la tormentata – s’avvicinano, s’incrociano, s’allontanano; paiono ignorarsi completamente. Un’improvvisa esplosione di musica orchestrale (il regista si concede qui un’unica, ben motivata eccezione alla regola Nogma) sottolinea l’importanza simbolica del mancato incontro.

Passano ancora, scavalcati dall’inquietudine della narrazione, diversi anni. Giampiera, ormai una donna anziana, vive da sola. Qualcuno bussa alla sua porta. Accostandosi per aprirla, un brivido acuminato le scuote il cuore – quello stesso cuore che ella credeva divenuto definitivamente imperforabile. Esita, non apre; domanda soltanto, con voce alta e rotta: “Chi è”? “Sono Alice”. “Alice…? Chi… ”? “Mi apra, signora. Sono sua cugina. Mio padre…” “Non conosco nessuna Alice… vada via…” “…era Roberto, il fratello di sua madre”. “Che…?… Non può essere – Roberto non ha mai avuto figli… è morto in battaglia, da giovane, in Francia. Se ne vada…” “Aspetti, la prego… ci sono delle cose che lei non sa… vede… suo zio non era morto, ma volle che lo si credesse tale… restò a vivere in Normandia, non si sposò mai; odiava tutti e tutto; un giorno, oramai anziano, prese però una decisione – una decisione che avrebbe cambiato la mia vita… decise… di adottare un’orfana”.

Nel lussuoso salone, gli abiti dimessi di Alice brillano di composta dignità. “Roberto, come le dicevo, sopravvisse alla guerra; ma, poiché non sopportava la sua famiglia, non volle più tornare a Milano. La guerra l’aveva segnato… invecchiò male. Nei suoi ultimi anni, non si trascinava nella mente che un unico, perentorio, persecutorio pensiero: la vendetta”. “Vendetta.. ? Ma… cosa… vendetta per che cosa”? “Voleva vendicarsi, con lei. Non me ne disse la ragione. Io ero piccola; lui mi aveva salvato; lo amavo con tutta me stessa: fu così, che promisi. Oggi, pertanto, sono qui. Per mantenere”.

“Non vorrai uccidermi, Alice? Uccidere me, una povera vecchia, tua cugina? Così, a sangue freddo? E senza neanche capirne il motivo…”? “Non si tratta di questo. Qui non si tratta di vita o di morte – perlomeno, non di vita e morte del corpo. La vendetta che sto per compiere, infatti, è fatta di parole. Parole con le quali io le svelerò, lentamente, dolcemente, un atroce segreto – il segreto di sua madre”. “Aspetta… Alice, aspetta…. non credo di volerlo sapere… (il brivido acuminato, attraversato il cuore, ora le scuote tutto il corpo; è un brivido ghiacciato, che permane, che non scorre; che paralizza; tutte queste sensazioni, naturalmente, non sono visibili direttamente sullo schermo ma, poiché noi spettatori le avvertiamo in prima persona, ci vien fatto di attribuirle alla sventurata Giampiera). Alice, io… io preferirei che tu tacessi…“ “È troppo tardi. Non avrebbe mai dovuto lasciarmi entrare. Sappia, dunque, che…”

Sono le ventitré e cinquantuno. Lo Zio di Giampiera è finito, proprio così, sospeso – su spezzate parole. Un errore da parte della produzione, una scelta artistica, oppure un guasto al proiettore – chi può dirlo? Non verremo mai, questo è certo, a sapere quale fosse quell’infamante segreto, celato nel passato della madre di Giampiera e fattosi straziante strumento di postuma rivincita. Né il tema diventa, come avrebbe potuto, spunto di vivace conversazione tra me e Nadia: lei ha un appuntamento in discoteca, con le sue amiche, a mezzanotte. Girls night. Non sono invitato.

La Copertina Puzzoletta

C’era una volta una copertina che si chiamava Puzzoletta e che viveva, insieme a tutte le altre copertine del mondo, nel Paese delle Copertine.

Ciascuna di tutte le sue amiche copertine aveva un proprio bimbo da coprire. Ogni sera, mentre i bambini cenavano, assieme ai grandi, nel Paese degli Umani, esse si alzavano nel cielo, attraversavano il confine tra i due paesi, volavano fino alle case, si infilavano abilmente nelle finestre e si posavano sui letti, pronte per i loro piccoli.

La copertina Puzzoletta, però, ogni volta si sentiva sola soletta e anche inutile, perché non aveva un buon odore e, forse per questa ragione, non era ancora riuscita a trovare un bambino per sé.

Una notte, avendo deciso di non scoraggiarsi e di cercare per l’ennesima volta il suo piccolo del cuore, si alzò nel cielo, volò oltre il confine, raggiunse il Paese degli Umani e vi si fermò, planando nell’aria fresca. Si sentiva più serena, finalmente. Guardò verso il basso: nel buio, un lumicino svelava una bimba scoperta, profondamente addormentata sul suo letto. La casa era molto elegante e la cameretta estremamente lussuosa; ma, sorprendentemente, quella bambina non aveva alcuna copertina a scaldarla.

Puzzoletta per un po’ rimase lì a osservarla, indecisa sul da farsi, quando improvvisamente si alzò un vento gelido e violento, che la sollevò nell’oscurità più fitta, più in alto di quanto non fosse mai stata.

Presto però i suoi occhi si abituarono, grazie anche alla luce della luna e delle stelle, che per la prima volta le sembrò forte e calda. Da lassù riusciva a vedere tutti i bambini del Paese degli Umani e tutte le sue amiche copertine, placidamente impegnate a coprirli nel sonno. Anche la bimba scoperta continuava a dormire, ma Puzzoletta si avvide che ora stava tremando dal freddo. La sua finestra era infatti spalancata – di questo non si era accorta, prima – e l’aria gelida penetrava decisa nella splendida camera.

Ogni copertina giovane viene cresciuta dalle anziane nel segno di una sola idea, di un solo dovere, di una sola missione e vocazione: quella di proteggere i bambini dal freddo. Tale idea, in breve tempo, si muta nelle copertine in un istinto, in una seconda natura. Anche la nostra Puzzoletta, ovviamente, era cresciuta proprio così; perciò, nel veder la bimba tremare, avvertì uno sconosciuto ma impetuoso impulso, che le intimava di scendere immediatamente da lei.

Purtroppo, la violenza del vento era irresistibile, così che – per quanto si sforzasse – Puzzoletta non riusciva a scendere, neanche di pochi centimetri. Ma ancora più preoccupante era l’evidenza del fatto che più il vento fischiava più la piccola batteva i denti.

Finalmente, dopo molto tempo, il vento cessò di soffiare. Puzzoletta poté volare giù, entrare nella finestra della bimba e posarsi sul suo corpo infreddolito. La bambina starnutì, si svegliò, si guardò intorno, ma non si accorse della copertina. Voleva riaddormentarsi, ma aveva la sensazione che nella sua stanza quella notte ci fosse qualcosa di diverso. Era… uno strano odore. Non terribile, no; sopportabile, probabilmente; ma strano, eccome se era strano.

Non riuscendo ad addormentarsi subito come avrebbe voluto, la piccola si girò nervosamente sull’altro fianco; e fu in quel momento che si accorse della copertina.

“E tu cosa sei?”, le chiese. Puzzoletta era molto agitata, ma decisa a non lasciarsi sfuggire quell’occasione. “Sono la tua Copertina, venuta per te dal Paese delle Copertine, per proteggerti dal freddo”. “Ah, che bello… grazie!! Però, io ne ho già tante, di copertine…” “Eppure, ti ho visto dormire scoperta, stanotte”. “è vero, sì… hai ragione. Ma questa è una cosa che faccio sempre prima di quei giorni in cui non voglio proprio andare a scuola. Ho bisogno di prendermi un raffreddore, perché domani c’è un’interrogazione e io ho paura di non saper rispondere abbastanza bene”.

Puzzoletta era molto, molto delusa. “Se è così, non servo a nulla, anzi… peggioro le cose. Ti lascio al tuo raffreddore ”, le disse tristemente, preparandosi a volar fuori.

“Io sono Caterina”, replicò però la bambina con un dolce sorriso, “e ho appena avuto una grande idea. Conosci il Mondo dei Poveri?” “No, che cos’è? Dov’è?” “Si trova alla periferia del Paese degli Umani, a poche centinaia di metri da qui, ma è invisibile, perché non c’è elettricità e perché la luna e le stelle, per la vergogna, non vi gettano mai la loro luce”. “Perché si vergognano?” “Perché ci abitano solo bambini e adulti poverissimi, magri e sporchi, che non hanno nulla da mangiare e sentono sempre freddo, sempre, non solo prima di un’interrogazione. Vuoi conoscerlo, il loro Mondo?”

Pochi istanti dopo l’entusiastico “sì” di Puzzoletta, Caterina e la copertina avevano già attraversato la finestra e stavano volando – la bimba avvolta dentro Puzzoletta – verso sud-ovest, finché, dopo alcuni elettrizzanti secondi, Caterina non chiese a Puzzoletta di calarsi giù, nelle tenebre del Mondo dei Poveri.

Una volta giunte a terra, la bimba – pur non vedendo nulla – chiamò ad alta voce: “Arianna! Vieni qui, Arianna”! Ma nessuno rispose. “Forse sta dormendo”, osservò Puzzoletta, sbadigliando. “Forse sì, hai ragione, sta dormendo. Lasciamola stare. Anzi, no, ma che dico? Seguimi: ti faccio strada fino al posto dove Arianna di solito dorme. Così potrai posarti su di lei e proteggerla dal freddo. Vieni con me”. Ma Puzzoletta non le rispose. Caterina si voltò e si accorse che la copertina si era addormentata. Dormiva tanto profondamente da essere del tutto immobile, così che per un istante le sembrò che fosse stato tutto un sogno, che non esistesse nessuna Puzzoletta e che quella bella e un poco maleodorante copertina non fosse che una delle tante ripiegate nel cassettone della sua lussuosa stanza da letto. Caterina la prese delicatamente fra le mani, camminò fino a raggiungere Arianna e, facendo attenzione a non svegliare la bimba povera, la posò con infinito amore, stendendola bene su quel fragile corpo infreddolito.

Di colpo, si sentì stanchissima. Camminò fino a casa, scavalcò il cancelletto del giardino, si arrampicò sull’alberello che affacciava sulla finestra della sua stanza da letto al primo piano, sgusciò dentro, cadde sul letto e crollò, tornando felice a sognare del Paese delle Copertine.