Archivi categoria: Confessioni di un paroletario

Quella celebre frase

“Ask not what your country can do for you, ask what you can do for your country”. Forse è stato proprio per fare qualcosa per la propria nazione, senza per questo aspettarsi nulla in cambio, che venti anni fa, esattamente il 22 novembre 1963, alcuni cittadini statunitensi hanno deciso di uccidere – certo esagerando un poco – l’autore di questa sciocca frase, ossia il mitico JFK. In effetti, in una comunità sana, entrambe le cose dovrebbero accadere – la comunità ti aiuta, tu aiuti la comunità. Ma le parole di JFK risuonano comunque nella mia testa, ancora, in tutta la loro ottusa potenza. Devo fare qualcosa io per l’Italia, non aspettarmi che l’Italia faccia qualcosa per me. Sì, devo fare qualcosa. Agire per la mia comunità. Ma cosa? Cosa? Cosaaaaa?

Ah, sì, certo… trovato! Non ci pensavo, ma è la risposta più ovvia! Devo raccogliere le firme per un referendum che vieti che le idiozie solennemente pronunciate dai presidenti degli USA si diffondano in Europa. Eureka! Ho trovato finalmente cosa posso fare io per la mia comunità! È una sensazione bellissima. Inizierò domattina presto la raccolta delle firme – ora sono stanco. Vado al cinema, stasera. Mi rilasso con un film… una commedia italiana! E vaffanculo, Hollywood!!!

Sono eccitato: si tratta infatti del molto reclamizzato film di Gabriele Muccino con Will Smith. Come detto, è una commedia, ma allo stesso tempo è una pellicola di “fantascienza paradossale”: La ricerca della felicità è ambientato ai nostri giorni – ma è uscito nelle sale nel 2006! Ad ogni modo, ho ancora due ore prima che inizi. Giusto il tempo per buttare tutti i miei vinili di musicisti statunitensi. Tengo solo quelli del Boss… origini italiane ed ebraiche, quindi posso ben fare un’eccezione… caro Bruce, non ti lascerò mai! Vali dieci, cento, mille JFK, tu!…. e hai fatto qualcosa per me, senza per questo aspettarti molto in cambio. È vero, sei diventato ricco – ma i pochi soldi che io ti ho dato per comprare i tuoi sei vinili non sono quasi nulla, anzi sono proprio zero, in confronto a quello che dai tuoi vinili ho ricevuto. La ricchezza ti ha scelto perché sei stato generoso, perché non l’hai mai cercata, perché hai scritto canzoni che non potevi non scrivere, dando voce a storie che voce non avevano, aiutando persone come me a tirare diritto nei periodi più bui, a continuare a crederci.

~

Niente potrà ripagare quello che hai fatto per tutti noi, Bruce. Perdonami dunque per le stupidaggini che ho scritto su JFK, su Muccino, sul referendum. Non sono degne di stare vicino a te. Né lo sono, lascia che te lo confessi, JFK, Will Smith e Gabriele Muccino.

 

(Alberto Cassone, 2020)

La scelta giusta

Crescendo nel degrado della periferia metropolitana, tra la violenza e l’indifferenza, riuscire a costruirsi delle amicizie autentiche sembrava a Nicola, a quel tempo un bravo ragazzino di nove anni, un’impresa molto difficile. Naturalmente, lui non sapeva che quel mondo non era affatto l’unico possibile – e credeva che la difficoltà nel trovare degli amici fosse dovuta a qualche suo grosso difetto. Altrettanto naturalmente, la distinzione tra amicizie “autentiche” o “non autentiche” non gli passava neanche lontanamente per la testa: voleva degli amici, punto e basta.

I genitori lo portavano a messa la domenica; frequentava regolarmente il catechismo. Le due cose non gli dispiacevano affatto; naturalmente, non si rendeva ancora conto del fatto che il mondo della chiesa e della parrocchia offriva, per quelle ore in esso trascorse, una protezione da quell’altro mondo, quello duro, ostile.

C’erano, a scuola, alcuni amichetti che ogni tanto lo invitavano a giocare a pallone in strada o nel cortile della casa di uno di loro, di pomeriggio. Quegli inviti erano come sacri, per lui: volendo disperatamente avere degli amici, si trattava di occasioni d’oro da non perdere per nessuna ragione al mondo.

Un pomeriggio, Nicola fu invitato a giocare a pallone in un orario in cui avrebbe dovuto recarsi in parrocchia per il catechismo; naturalmente, non accettò l’invito e fece il bravo ragazzo. Nelle settimane successive, la cosa si ripeté altre due o tre volte, con lo stesso esito; un tale esemplare comportamento era reso più semplice dal fatto che fare catechismo, come detto, gli piaceva. Finché, un pomeriggio in cui la fastidiosa coincidenza di orari si verificò nuovamente, dopo aver come di consueto rinunciato al pallone ed essersi come di consueto incamminato verso la parrocchia con la coscienza a posto, Nicola si fermò. Era ancora in tempo per cambiare idea, tornare sui suoi passi, correre nel cortile dell’amichetto che lo aveva invitato. Ma non si poteva fare semplicemente così, come se nulla fosse: non sarebbe stato da lui. Aveva bisogno di un motivo giusto per cambiare idea. Rimase fermo sul marciapiedi per diversi secondi, totalmente concentrato nel suo sforzo, quasi tremando nell’animo per il salto di qualità che stava, senza saperlo, richiedendo alla propria coscienza. Poi, d’improvviso, tutto venne in scioltezza, da sé, con disinvoltura: “ma io ci credo, che esiste questo Dio? No, non ci credo. Secondo me, non esiste. Dunque, la cosa giusta da fare è andare a giocare con i miei amichetti”. Corse al cortile dell’amico, giocò felice; nei giorni successivi, disse ai genitori – con ben poca solennità e con non poca infantilità – che non aveva più voglia di fare catechismo né di andare a messa. I suoi genitori sapevano che quelle erano cose che non si potevano imporre; dunque, dopo qualche resistenza, gli vennero incontro.

Negli anni seguenti, il pallone divenne della vita di Nicola assoluto protagonista; ma, poiché con gli amici spesso si giocava in strada o in campetti di calcio abbandonati – dunque incolti – e frequentati da gioventù abbandonata – dunque violenta, ed essendo quella protezione dal mondo offerta dalla chiesa venuta a mancare, si trattò di anni molto difficili.

Chi dorme rivoluziona pesci

Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’. Almeno un filino. Nel mio piccolo, nel mio microscopico, nel mio infimo e nel mio infinitesimale – almeno lì. Far del bene a qualche amico, a qualche conoscente, a qualche parente.

Alcuni dicono che il mondo si possa solo migliorare o peggiorare. Secondo loro, “lascia il mondo com’è” è un’utopia: chi prova a migliorarlo, forse ci riesce, forse no; chi non ci prova, lo peggiora di sicuro; per questo, sarebbe una buona cosa se ci fossero più persone che cercano di migliorarlo che persone che non ci provano: perché le prime, appunto, forse ci riescono e forse no, mentre le seconde sicuramente lo peggiorano.

Sacrosante parole! Sì, lo voglio. Voglio migliorare il mondo. Almeno un po’, almeno un filino. Nel mio piccolissimo, nel mio microscopico, nel mio infinitesimale – almeno lì. E magari, poi, di più. Un poco di più, o abbastanza di più, o persino molto di più. Magari, va bene, solo un filino d’erba – ma un filino di quelli importanti, non un filino qualsiasi. Magari, invece, un’intera foresta.

Oppure, potrei migliorarlo non nel mio infimo, ma – all’opposto – nel mio infinito: migliorare il mondo veramente, macroscopicamente. Potrei farlo nel mio grandissimo, nel mio enorme: rivoluzionare la vita della mia comunità. Forse anche la vita delle altre comunità – e quindi, dell’intera specie umana. E poi, perché non l’universo? Potrei cambiare le orbite dei pianeti del sistema solare. Stravolgere l’ordine della galassie. Mutare le leggi dell’astrofisica.

Vabbe’, non esageriamo. Andiamo a lavare i piatti, adesso, che domani ci si deve alzare presto e non ce ne sarà il tempo.

~

Longtemps, je me suis couché de bonne heure.

Per molto tempo, mi sono svegliato di buon’ora, io – a differenza del grande Marcel Proust. Per altrettanto tempo, ho lavato i piatti la sera, steso i panni, stancamente navigato su internet prima di indossare instupidito il mio pigiama e infilarmi nel letto.

Ho così compreso che non avrei mai potuto cambiare il mondo. E ho capito che avrei dovuto, invece, cambiare me stesso. Ho lavorato sulla mia personalità, ho indagato nei miei sentimenti e ho rafforzato il mio autocontrollo, la mia forza di volontà, la mia autostima. Ho detto basta agli instupidimenti serali, alle alzatacce per far colpo sul capo, alla pigra solitudine dei pasti, dei panni e dei piatti.

Dopo anni spesi in questo lavoro, un tragico dubbio un giorno mi ha assalito: e se tutta la fatica fatta per cambiare me stesso non fosse stata altro che un modo di adattarmi? Di piegarmi, di conformarmi?

Ma no. Tranquillo. Diventare più forte mi è servito, al contrario, per resistere. Resistere stringendo i denti, resistere tendendo i nervi, resistere nell’attesa che arrivasse il momento giusto, il momento propizio per contrattaccare.

Perché, a questo mondo, io proprio non riesco ad adattarmi – e l’ora di provare a cambiarlo, finalmente, è giunta.

La sveglia fatale, finalmente, è suonata. Solo che… ho ancora sonno… voglio restare a letto ancora per qualche minuto. Giusto il tempo di sentirmi veramente riposato.

Un guerriero ritemprato combatte meglio, dunque ha più possibilità di vincere.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

Rovesciando I miserabili

 

Il conflitto simbiotico tra Silvio Berlusconi e Marco Travaglio possiede una dimensione tragica ed epica paragonabile a quella dello scontro tra Jean Valjean e Javert; mentre nel romanzo di Hugo era Jean Valjean – il presunto criminale – a essere nel giusto, in quello dell’Italia della Seconda Repubblica a essere nel giusto è però il nostro duro, inflessibile Javert giornalista.

Nessuno, infatti, ha rappresentato la disonestà, nella cosiddetta Seconda repubblica, meglio di Silvio Berlusconi. Non c’è uomo politico che abbia sguazzato nella corruzione più radicalmente di lui. Nessuno, analogamente, ha rappresentato l’onestà, nello stesso periodo storico (e anche oltre, per fortuna della Terza repubblica), meglio di Marco Travaglio.

Incorruttibilmente onesto l’uno, irredimibilmente furfante l’altro, proprio così; eppure, si tratta di due persone entrambe dotate di eccezionale spessore – di spessore umano il primo, di spessore disumano il secondo. Il lato oscuro e il lato luminoso della forza. Marco Travaglio è per me l’eroe tragico, Silvio Berlusconi l’incubo farsesco. Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi di Maio, Nicola Zingaretti possono essere dei cattivi (i primi due, sicuramente) o dei bravi (il terzo e il quarto, forse) politici; Indro Montanelli, Michele Santoro, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca possono essere – o essere stati – dei buoni o dei cattivi giornalisti; ma solo Marco è oggi un giornalista-eroe, solo Berlusconi un politico-incubo.

Il “male assoluto” della politica italiana non è stato il dittatore Mussolini (anche se ci è andato vicino; ma, come sappiamo bene, in confronto a Hitler il Duce impallidisce, mentre il male assoluto non ha, non può avere, tracce di pallore. Esso è oscuro come la Morte Nera); né lo è stato il mafioso Andreotti – nonostante vi aspirasse – perché quando il male si traveste di santità non riesce a essere assoluto: quella veste ne rappresenta il limite, mentre l’assoluto non ha limiti.

Il male politico assoluto, in Italia, è stato lui: Silvio Berlusconi.

E allora, dove mai sarebbe lo spessore – seppur disumano – di Berlusconi? Come posso pensare che l’assolutamente malvagio Silvio non sia un mediocre?

Mi spiego: quest’uomo ha uno spessore che nel suo essere – come ho ripetuto più volte – assolutamente disumano è uno spessore assolutamente personale, assolutamente privato; Berlusconi ha privatizzato tutto, personalizzato tutto, ha invaso e conquistato – armato dei due sentimenti personali e privati fondamentali, l’odio e l’amore, modellati nell’irrazionalità più pura fino a mutarsi in due forze totalizzanti e devastanti – ha invaso e conquistato, così armato, il regno del ragionamento, della pazienza, del compromesso e del falso sorriso, del progetto a lungo termine, dell’ipocrisia diplomatica. Ha portato corna, flirt, insulti, galanterie, barzellette sporche e offese creative, vanagloria e canzonette nelle lussuose e silenti camere della ragione politica.

Silvio ha vissuto tutto quello che ha vissuto sempre e soltanto odiando e amando; la sua ragione, niente affatto debole, non è stata però altro che uno strumento di queste due sue passioni debordanti, un’arma in mano a queste sue alluvioni, frane e smottamenti geotettonici del sentimento.

Si tratta di un uomo che ha vissuto tutto fino in fondo. Quello che ha vissuto è deprecabile, ma non è quel che ha vissuto a renderlo il male politico assoluto (ha fatto anche del bene, magari involontariamente; troppo poco, purtroppo per noi cittadini italiani). Ciò che lo rende il male politico assoluto è come ha vissuto, ossia il modo assoluto con cui ha vissuto il male, il suo dargli tutto sé stesso senza mai risparmiarsi, senza mai lasciare che il ragionamento interferisse e ponesse un argine al sentimento.

Berlusconi non si è mai pentito – l’ipocrisia di un pentimento in tarda età avrebbe gettato un’ombra di chiarezza, di prevedibilità, sull’oscurità della sua anima dominata dall’irrazionale. Un ripensamento tardivo, inutile, patetico avrebbe generato un riflesso umanizzante sulla superficie della sua tenebra. Non pentendosi, la tenebra farsescamente agghiacciante di Silvio è rimasta impenetrabile.

Intediamoci bene: sono un cittadino, amerò sempre Marco, detesterò sempre Silvio; non sono al di sopra delle parti. Nessuno lo è. Viva Marco Travaglio.

Berlusconi è senza dubbio uno di quelli di cui giustamente vien detto: sarebbe da sbattere in galera e poi buttare le chiavi. Ma sarebbe uno da levarsi il vil cappello mentre le chiavi girano nella serratura per l’ultima volta, da lanciargli un impotente sarcastico sorriso prima di andarsene per lasciarlo tragicamente marcire, per lasciare che la maschera si sciolga assieme alla faccia nell’acido della sua nuova solitudine malvagia. La maschera di Silvio non cadrebbe per rivelarne il volto: si fonderebbe con esso e gridendo brucerebbe. La sua vita è stata una lunga stridente farsa e solo un’orripilante tragedia potrebbe degnamente coronarla. Orripilante come questa mia nuova parola, “gridendo”: ridendo e gridando, gridando e ridendo.

Ma il delirante neologismo non nascerà, lo straziante finale non avverrà.

Nessuno lo sbatterà in galera: sarà la voce del tramonto d’un dì di carnevale

ad avere l’ultima grottesca parola su Silvio.

 

Non vi sarà corona di tragedia

a cinger la sua farsesca testa.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

L’arte del possibile?

Un uomo povero e semplice riesce a conquistare il cuore di una donna colta e sensibile, grazie all’arte del corteggiamento.

Uno scrittore riesce a commuovere un uomo cinico, grazie all’arte del racconto.

Un medico riesce a guarire un malato grave, grazie all’arte medica.

Un agricoltore riesce a far comparire sul suo campo migliaia di spighe di grano, grazie all’arte della coltivazione.

Un padre lontano riesce con le sue lettere a tener vivo l’amore della sua famiglia, grazie all’arte della scrittura.

Uno statista riesce, con la sua passione intellettuale, la sua visionarietà e il suo coraggio a indirizzare il proprio popolo – e a ispirare altri popoli – lungo un percorso repubblicano di libertà e solidarietà, grazie all’arte della politica.

~

Un marito devoto al suo tablet e al suo smartphone riesce a guastare in pochi mesi una relazione d’amore costruita in molti anni, grazie alla tecnica della comunicazione a distanza.

Un agricoltore riesce a rovinare il sapore delle sue piante, grazie alle tecniche della coltivazione commerciale.

Un medico riesce a generare un figlio privo di padre o privo di madre, grazie alla tecnica della riproduzione artificiale.

Un uomo cinico riesce a non farsi più commuovere da nessun formidabile scrittore, grazie alla tecnica della riproduzione infinita delle immagini, la quale lo ha reso sostanzialmente insensibile all’invisibile.

Una donna colta e sensibile riesce a trovare, grazie alla tecnica della “ricerca del partner” per via informatica, l’uomo perfetto per lei – colto e sensibile.

Il sogno della creazione di una comunità di popoli contro la guerra riesce a trasformarsi in un incubo, grazie alla tecnica della politica neoliberista e burocraticista.

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Siamo riusciti a trasformare la politica, che come ogni arte è arte dell’impossibile, in “arte del possibile”, grazie al dominio della tecnica, la quale è sempre del possibile.

Riusciremo, riscoprendo la giusta relazione tra arte e tecnica, a far sì che la politica torni a essere un’arte?

 

(Alberto Cassone, 2020)

 

Niente follia, niente saggezza

Leggevo l’Elogio della follia di Erasmo, ma non capivo. La Follia mi si rivolgeva tessendo le proprie lodi, spiegando le ragioni della propria fondamentale importanza per gli umani; ma era pur sempre la Follia a parlare di tali ragioni, dunque… avrei dovuto ritenere, in accordo con il più elementare buon senso, che l’autore credesse vero il contrario di quanto da Costei così poco autorevolmente affermato?

Evidentemente, quello era destinato a essere un pomeriggio pieno di dubbi. Ne sopravvenne infatti presto, da un luogo della mente certo più remoto di quello ove dimora il buon senso, un altro: avrei forse capito l’Elogio della saggezza, se un testo del genere dal grande umanista olandese fosse stato scritto? Dopo una breve riflessione, mi risposi negativamente: avrei creduto di comprenderlo, certo; ma non ne avrei afferrato lo spirito. Sapevo bene, infatti, che chi non comprende il discorso della follia, non può neanche comprendere quello della saggezza.

Avevo ancora a disposizione circa tre ore e mezza, prima che mia moglie e le mie sette figlie rientrassero in casa dal cinema per la cena. Non avevo altra scelta: la spesa di cui ero stato solennemente incaricato l’avrei fatta il giorno dopo; avremmo mangiato quel che c’era di avanzato in frigorifero, poco o tanto che fosse, buono o cattivo. Quelle tre ore e mezza le avrei dedicate a cercare di comprendere.

Salve, terzo dubbio, ben arrivato e fatti sentire, forte e chiaro. Come dici? “Cercare di comprendere non è il giusto atteggiamento, quando si ascolta la Follia”? Ma allora sei una certezza, caro, non un dubbio! Perché mai, dimmi un po’, ti sei presentato come tale? Come, come? “Non lo so”? Ah, ecco. Va bene. Sei una certezza che dubita di sé. Mettiti pure comoda, cara, e continuiamo.

Se è vero che la follia non può esistere senza la saggezza (e viceversa), perché mai, mi chiedevo, Erasmo aveva scritto soltanto l’elogio della prima? Forse nelle tante sue altre mirabili opere vi era, implicito, quello della seconda? Ecco, a quel punto mi sembrò di avere finalmente imboccato una strada promettente. Tante opere frutto di saggezza, una sola attribuita alla Follia: perché lambiccarmi il cervello, dunque, chiedendomi se in quest’ultima l’autore avesse presentato il suo pensiero, o la sua stessa follia?

Follia rima con poesia; forse, dunque, non mi sarei tanto angosciato – e avrei trovato il tempo di fare quella fatidica spesa – se Erasmo il suo celebre elogio l’avesse scritto in versi. La tentazione di prenderlo sul serio, perlomeno, sarebbe stata meno forte.

“Perché mai, se fosse stato scritto in forma poetica, l’avrei potuto prendere meno seriamente?” Benvenuto anche a te, ennesimo dubbio di questo stralunato pomeriggio. Sai che ti dico? Ti rispondo in versi.

 

Follia, follia, per vicina che tu sia

non avrai l’anima mia:

troppe scorte di saggezza

in questi anni ho accumulato,

troppo senno e accortezza

mi proteggon da ogni lato.

Sette figlie, è vero, non son poche

e mia moglie è assai nervosa;

ma son sveglie più che oche

e la paga generosa

che ricevo per studiar

“Scienze dell’economia domestica”

non è forse da gran Zar

ma buon cibo ognuna mastica

grazie ad essa; ed i miei studi

sono sempre pubblicati

in riviste di gran nome:

“Non dimenticar la spesa, cara!”

“Lavatrice: e più non sudi!”

“Bianchi brillanti freschissimi bucati!”

“Cucinar: il quando e il come!”

“Strofinare è cosa amara!”

Dunque, son ben saggio, io;

e se il suona il campanello

non mi devo preoccupare:

le otto donne il mio cervello

di sicur saprà calmare.

Fammi però controllar

cosa in frigo c’è rimasto:

o mio Dio!, un vuoto vasto

come abisso devastato

dai gelidi venti del nulla:

anzi, no! C’è una cipolla…

ma che sciocco che son stato…

sarà ancora aperto il bar?

Forse un vecchio tramezzino…?

Ma che dico? Sono otto

le mie donne che alle otto

(tra tre minuti – o giù di lì)

suoneranno il campanello…

caro Erasmo, su questo sì

che mi lambiccherò il cervello.

 

(Alberto Cassone, maggio 2020)