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Imagine there’s a heaven

Immagina che il mondo si sia trasformato in un luogo invivibile, dove nessuno ha più rispetto per nessuno, niente ha più alcun valore in sé e l’idea di giustizia genera solo sarcasmo.

Immagina poi che tu e pochi altri vi battiate, nonostante l’evidenza vi sia avversa e le speranze appaiano nulle, per l’affermazione della giustizia.

Ogni volta che vi si dice: “Smetti di credere nella giustizia! Non esiste nessuna giustizia, non lo vedi? Apri gli occhi!”, tu rispondi: “Ho fede nella giustizia, voglio che il suo ideale non sparisca e non mi importa di quanto sembri impossibile salvarlo”.

Le vostre battaglie sembrano dare un senso alla vostra esistenza – ma non vi basta provare questa sensazione: desiderate che la giustizia riguadagni concretamente terreno, desiderate vincere almeno qualcuna delle vostre battaglie.

~

Ora immagina, invece, di essere una persona alla ricerca di risposte, la quale si sta recando a una conferenza scientifico-filosofica sull’origine della vita. Studiosi e pensatori si alternano nell’esposizione delle loro varie teorie. Dopo molte ore passate ad ascoltarli, decidi che la teoria più convincente, tra quelle esposte, spiega l’origine della vita sulla Terra con l’esistenza di un essere superiore che l’ha creata volontariamente.

Altre teorie erano molto interessanti ma non ti sembravano verosimili; altre parevano ragionevoli ma erano poco coinvolgenti; quella dell’essere superiore, invece, non era solo una teoria: era anche una storia. Così, alla fine della giornata, ti sei schierato con questa spiegazione. Ci hai riflettuto molto, nei giorni seguenti, e non hai cambiato idea. Avevi una sensazione molto forte: credere in quella storia sembrava iniziare a dare un senso alla tua esistenza.

Nei mesi successivi, hai incontrato altre persone che la pensavano come te e, insieme, avete deciso di formare un’associazione filosofica e di incontrarvi molto spesso.

Negli anni, i legami personali e culturali tra di voi si sono approfonditi e hanno generato dei forti vincoli di amicizia e solidarietà.

Un giorno, per caso, hai letto di una teoria – e di una storia – differente sull’origine della vita. In questa, non appariva alcun essere superiore; ma ti è sembrata molto interessante.

Ci hai riflettuto per alcuni giorni, dopo di che hai deciso che non era giusto abbandonare la tua teoria, quella che condividevi con i tuoi amici più cari, solo perché la nuova storia appariva forse altrettanto convincente e affascinante.

Tornando a casa, ne hai parlato con tua moglie, la quale ti ha spiegato che non esiste solo la ragione, ma c’è anche la fede. “La fede nella correttezza della tua visione del mondo ti aiuterà a non vacillare quando qualcuno proverà a metterla in discussione”: così ti ha detto lei.

Hai ripensato all’essere superiore che ha creato la vita sulla Terra, a tutte le affascinanti, coinvolgenti storie che raccontano di lui. Esse sembravano, in quel momento più che mai, in grado di donare un senso alla tua esistenza; nient’altro ti pareva essere necessario; quella sensazione era tutto ciò di cui avevi bisogno, anche perché – ne eri certo – essa era esattamente la stessa sensazione provata dalle persone che ti erano più care.

Non ti eri mai reso conto di amarlo così tanto come in quell’istante. Hai capito che non è solo superiore a noi umani e a tutti gli altri esseri viventi: è molto più di questo, perché è perfetto e onnisciente.

Ne hai discusso con un collega, che non faceva parte dell’associazione, il quale ha obiettato: “Se questo essere esiste, fa parte della natura. Se fa parte della natura, non può essere perfetto, perché nulla in natura è perfetto”. Gli hai risposto, deciso: “Ti sbagli: non fa parte della natura, ma della sovrannatura. Nella sovrannatura, esistono la perfezione e l’onniscienza”.

Il tuo collega ha replicato, ma tu già non l’ascoltavi più. Si trattava, in fondo, solo di elucubrazioni teoriche. Dov’era la sua storia?

~

Adesso, immagina di essere entrambi: il combattente che ha fede nella giustizia, ma anche il credente nell’idea dell’origine divina del mondo. “Un momento”, mi dirai, “non ho nessuna voglia di essere due persone!” Va bene, non c’è problema: scegli chi vuoi essere. “Ma non potrei invece essere una persona sola che, però, avesse fede in entrambe le cose?” No, perché il combattente è una persona che crede in un valore, l’altro è una persona che crede in una storia. Sono due personaggi psicologicamente molto diversi fra loro. “Ah, certo, sono solo due personaggi immaginari… dunque, non posso realmente essere nessuno dei due, giusto?” Puoi esserlo, invece: basta che tu creda a questa storia.

 

(Alberto Cassone, 2020)

L’arte del possibile?

Un uomo povero e semplice riesce a conquistare il cuore di una donna colta e sensibile, grazie all’arte del corteggiamento.

Uno scrittore riesce a commuovere un uomo cinico, grazie all’arte del racconto.

Un medico riesce a guarire un malato grave, grazie all’arte medica.

Un agricoltore riesce a far comparire sul suo campo migliaia di spighe di grano, grazie all’arte della coltivazione.

Un padre lontano riesce con le sue lettere a tener vivo l’amore della sua famiglia, grazie all’arte della scrittura.

Uno statista riesce, con la sua passione intellettuale, la sua visionarietà e il suo coraggio a indirizzare il proprio popolo – e a ispirare altri popoli – lungo un percorso repubblicano di libertà e solidarietà, grazie all’arte della politica.

~

Un marito devoto al suo tablet e al suo smartphone riesce a guastare in pochi mesi una relazione d’amore costruita in molti anni, grazie alla tecnica della comunicazione a distanza.

Un agricoltore riesce a rovinare il sapore delle sue piante, grazie alle tecniche della coltivazione commerciale.

Un medico riesce a generare un figlio privo di padre o privo di madre, grazie alla tecnica della riproduzione artificiale.

Un uomo cinico riesce a non farsi più commuovere da nessun formidabile scrittore, grazie alla tecnica della riproduzione infinita delle immagini, la quale lo ha reso sostanzialmente insensibile all’invisibile.

Una donna colta e sensibile riesce a trovare, grazie alla tecnica della “ricerca del partner” per via informatica, l’uomo perfetto per lei – colto e sensibile.

Il sogno della creazione di una comunità di popoli contro la guerra riesce a trasformarsi in un incubo, grazie alla tecnica della politica neoliberista e burocraticista.

~

Siamo riusciti a trasformare la politica, che come ogni arte è arte dell’impossibile, in “arte del possibile”, grazie al dominio della tecnica, la quale è sempre del possibile.

Riusciremo, riscoprendo la giusta relazione tra arte e tecnica, a far sì che la politica torni a essere un’arte?

 

(Alberto Cassone, 2020)

 

Niente follia, niente saggezza

Leggevo l’Elogio della follia di Erasmo, ma non capivo. La Follia mi si rivolgeva tessendo le proprie lodi, spiegando le ragioni della propria fondamentale importanza per gli umani; ma era pur sempre la Follia a parlare di tali ragioni, dunque… avrei dovuto ritenere, in accordo con il più elementare buon senso, che l’autore credesse vero il contrario di quanto da Costei così poco autorevolmente affermato?

Evidentemente, quello era destinato a essere un pomeriggio pieno di dubbi. Ne sopravvenne infatti presto, da un luogo della mente certo più remoto di quello ove dimora il buon senso, un altro: avrei forse capito l’Elogio della saggezza, se un testo del genere dal grande umanista olandese fosse stato scritto? Dopo una breve riflessione, mi risposi negativamente: avrei creduto di comprenderlo, certo; ma non ne avrei afferrato lo spirito. Sapevo bene, infatti, che chi non comprende il discorso della follia, non può neanche comprendere quello della saggezza.

Avevo ancora a disposizione circa tre ore e mezza, prima che mia moglie e le mie sette figlie rientrassero in casa dal cinema per la cena. Non avevo altra scelta: la spesa di cui ero stato solennemente incaricato l’avrei fatta il giorno dopo; avremmo mangiato quel che c’era di avanzato in frigorifero, poco o tanto che fosse, buono o cattivo. Quelle tre ore e mezza le avrei dedicate a cercare di comprendere.

Salve, terzo dubbio, ben arrivato e fatti sentire, forte e chiaro. Come dici? “Cercare di comprendere non è il giusto atteggiamento, quando si ascolta la Follia”? Ma allora sei una certezza, caro, non un dubbio! Perché mai, dimmi un po’, ti sei presentato come tale? Come, come? “Non lo so”? Ah, ecco. Va bene. Sei una certezza che dubita di sé. Mettiti pure comoda, cara, e continuiamo.

Se è vero che la follia non può esistere senza la saggezza (e viceversa), perché mai, mi chiedevo, Erasmo aveva scritto soltanto l’elogio della prima? Forse nelle tante sue altre mirabili opere vi era, implicito, quello della seconda? Ecco, a quel punto mi sembrò di avere finalmente imboccato una strada promettente. Tante opere frutto di saggezza, una sola attribuita alla Follia: perché lambiccarmi il cervello, dunque, chiedendomi se in quest’ultima l’autore avesse presentato il suo pensiero, o la sua stessa follia?

Follia rima con poesia; forse, dunque, non mi sarei tanto angosciato – e avrei trovato il tempo di fare quella fatidica spesa – se Erasmo il suo celebre elogio l’avesse scritto in versi. La tentazione di prenderlo sul serio, perlomeno, sarebbe stata meno forte.

“Perché mai, se fosse stato scritto in forma poetica, l’avrei potuto prendere meno seriamente?” Benvenuto anche a te, ennesimo dubbio di questo stralunato pomeriggio. Sai che ti dico? Ti rispondo in versi.

 

Follia, follia, per vicina che tu sia

non avrai l’anima mia:

troppe scorte di saggezza

in questi anni ho accumulato,

troppo senno e accortezza

mi proteggon da ogni lato.

Sette figlie, è vero, non son poche

e mia moglie è assai nervosa;

ma son sveglie più che oche

e la paga generosa

che ricevo per studiar

“Scienze dell’economia domestica”

non è forse da gran Zar

ma buon cibo ognuna mastica

grazie ad essa; ed i miei studi

sono sempre pubblicati

in riviste di gran nome:

“Non dimenticar la spesa, cara!”

“Lavatrice: e più non sudi!”

“Bianchi brillanti freschissimi bucati!”

“Cucinar: il quando e il come!”

“Strofinare è cosa amara!”

Dunque, son ben saggio, io;

e se il suona il campanello

non mi devo preoccupare:

le otto donne il mio cervello

di sicur saprà calmare.

Fammi però controllar

cosa in frigo c’è rimasto:

o mio Dio!, un vuoto vasto

come abisso devastato

dai gelidi venti del nulla:

anzi, no! C’è una cipolla…

ma che sciocco che son stato…

sarà ancora aperto il bar?

Forse un vecchio tramezzino…?

Ma che dico? Sono otto

le mie donne che alle otto

(tra tre minuti – o giù di lì)

suoneranno il campanello…

caro Erasmo, su questo sì

che mi lambiccherò il cervello.

 

(Alberto Cassone, maggio 2020)

Una testa da bambino e un cuore da vecchio

Già da prima di nascere, volevo la comodità, volevo la vita facile: ho chiesto dunque di ricevere una testa da bambino e un cuore da vecchio.

Ma uno spiritello beffardo mi ha giocato un tiro: sono nato con una testa da vecchio e con un cuore da bambino.

Sono cresciuto circondato da persone sagge – ma il mio cuore da bambino non mi permetteva di diventare una di loro.

Da grande, ho incontrato mille e più folli – ma la mia testa da vecchio non mi permetteva di fare festa con loro.

Da vecchio, oggi, passo ogni giornata alla ricerca di quello spiritello beffardo. Vorrei infatti ringraziarlo: non ho mai avuto la saggezza, ma ho ricevuto la testa per riconoscerla e il cuore per amarla.

 

(Alberto Cassone)

La nascita

L’alba, velata di grigio, annunciava l’avvento di una giornata qualsiasi. La tribù di cacciatori e raccoglitrici si riunì per la colazione.

“Noi andiamo a cacciare, come al solito”, disse un maschio adulto, parlando a nome degli altri maschi adulti.

“Noi andiamo a raccogliere, come al solito” disse una giovane femmina adulta, parlando a nome di tutte le femmine adulte.

“Ci rivediamo al sole alto, per il pasto e per poi raccontarci, dopo avere addormentato i piccoli, come sono andate la raccolta e la caccia”, aggiunse la femmina adulta.

“Noi ve lo racconteremo in versi, come sempre”, disse un altro maschio adulto, più magro del primo.

“Noi ve lo diremo in prosa e in disegni, come di consueto”, gli rispose la giovane adulta.

I vecchi, ormai inabili sia alla caccia che alla raccolta, ascoltavano. Quando videro gli adulti partire, si guardarono e sorrisero.

Da quando si era trasferita in quella regione, per la tribù la vita si era fatta inaspettatamente dura: i cacciatori si erano ritrovati in competizione con altri predatori, meno organizzati e privi di armi, ma più abili e spietati. Spesso, perciò, alle grandi stragi di prede si accompagnavano stragi più piccole, in cui a perdere la vita erano alcuni tra gli umani e gli animali in tale lotta fra predatori coinvolti.

Ma i vecchi avevano continuato, ogni mattina alla partenza degli adulti, a guardarsi fra loro e a sorridere.

Al sole alto, gli adulti rientrarono: prima i maschi (non tutti, perché alcuni non erano sopravvissuti a quella battuta di caccia), poco dopo le femmine. Insieme ai bambini e ai ragazzi, adulti e vecchi consumarono all’ombra della quercia il solito pasto. Le raccoglitrici, aiutate dalle vecchie, addormentarono poi i piccolini, mentre le ragazze e i ragazzi giocavano all’aperto e i cacciatori, nelle tende, si occupavano della carne e dei vegetali da conservare, aiutati dai vecchi.

Sbrigate le rispettive mansioni, femmine, maschi, vecchi e vecchie si raccolsero nella grotta, sedendo come d’abitudine a pochi passi dall’ingresso, per avere più luce. Le raccoglitrici raccontarono con parole semplici, integrate da delicate immagini tracciate su una parete, dove e come si era svolta quel dì la loro attività di raccolta. Nulla di nuovo, nulla di diverso da qualsiasi altro giorno; ma i vecchi ascoltavano con interesse, sorridendo compiaciuti.

Terminata la narrazione femminile, il gruppo si trasferì più all’interno della grotta, affinché i cacciatori potessero raccontare nel buio quasi completo la loro mattinata, in versi che oggi diremmo “epici”.

Attraverso le loro tradizionali tecniche – rime improvvisate e ritmo serrato, a un tempo ipnotico e spezzato – i maschi inscenarono il consueto spettacolo di parole sussurrate, poi gridate, poi ancora sussurrate, di gesti accennati nell’ombra, di salti, scatti e giravolte invisibili, costruendo nell’oscurità una storia di animali e uomini in lotta. Ma non era una storia importante. Nulla di sostanzialmente nuovo era accaduto; i vecchi, però, sedevano attenti, e sorridevano. Sorridevano, tutti – eccetto i due anziani supremi, moglie e marito, i quali non avevano neanche bisogno di guardarsi per sapere di stare pensando la stessa cosa. Tanto la storia delle femmine era stata umile, onesta ed estremamente aggraziata, quanto il racconto dei maschi tradiva orgoglio e arroganza. Tanto la raccolta delle femmine era stata, quel giorno come tutti gli altri, pacifica e produttiva, quanto la caccia dei maschi era stata, al solito, scarsa e violenta, producendo due risultati, entrambi negativi: poca carne, e una piccola ma estremamente dolorosa perdita di maschi.

Al termine dei racconti, il gruppo si alzò per prepararsi a uscire dalla grotta, in silenzio e nel consueto ordine: prima le femmine, poi i maschi, infine i vecchi e le vecchie. Mentre le raccoglitrici iniziavano a oltrepassare la soglia e a riaffacciarsi lentamente all’aria aperta, una delle più giovani, voltandosi e allargando le braccia, si pose di mezzo, sbarrando ad alcune femmine e a tutti i maschi la strada dell’uscita. Era una delle raccoglitrici che, quella mattina, avevano perduto il proprio maschio.

La giovane attese solo qualche istante, per assicurarsi di aver ottenuto l’attenzione generale; dopo di che, fissando il suo sguardo in quello del maschio cacciatore capo ma rivolgendosi, con voce imperiosa, a tutti i presenti, domandò: “Perché mai, nel vostro racconto di caccia, appaiono solo personaggi maschili”?

I vecchi si guardarono, muti come sempre, ma raggelati. L’anziana suprema, solo lei, sorrise; l’anziano supremo abbassò lo sguardo a terra, forse vergognandosi per quanto era stato appena detto.

Il cacciatore capo rispose alla giovane raccoglitrice, ma nessuno, oggi, ricorda più che cosa disse. Quel giorno, infatti, era nato il femminismo.

Il Prof. Anno e la famiglia Mesi

Secondo Aprile il tempo era uno “scorrere”,

secondo Maggio era un “mutare”.

 

 

orologio

 

C’era infinite volte Anno, che da solo si annoiava e per ammazzare il tempo si recava in visita dalla famiglia Mesi.

La famiglia Mesi era composta di dodici membri, alcuni più alti, altri più bassi, uno decisamente nanerottolo: Febbraio, capace però di crescere una volta ogni quattro Anni (ogni quattro visite di Anno) circa, per poi però fatalmente decrescere ogni Anno successivo a quello dell’incremento.

Capirete come fosse necessario, almeno da quest’ultimo punto di vista, che Anno andasse a trovarli: altrimenti, Febbraio sarebbe rimasto sempre ugualmente basso, proprio come sempre identici in altezza restavano gli altri.

Pertanto, la noia di Anno indirettamente aiutava Febbraio a sentirsi a suo modo bene: è vero, si diceva, sono il più “corto”, ma è altrettanto vero che sono l’unico a “saltellar” così, regolarmente e magicamente.

Il Prof. Anno – professore di filosofia non esercitante – andava a trovar prima Gennaio il bonario, poi Febbraio il nanerottolo, poi Marzo il… no, il resto dei Mesi e dei loro soprannomi vi sarà svelato dopo, perché c’è una cosa più importante da raccontarvi ora.

Uno scrittore scriveva una storia sul Professor Anno e la famiglia Mesi; come un incantesimo, mentre la storia veniva scritta, Anno li andò a trovare tutti insieme.

Li andò a trovare un Giorno (un punto dell’Anno). Sì, perché Anno in visita si presentava da ciascuno di loro sempre un Giorno, si presentava sempre da un suo certo diverso punto: i Mesi sapevano che era sempre Anno a comparire, fresco e gioviale, da loro, ma se non lo avessero saputo sarebbe parso loro che si trattasse ogni volta di un Giorno diverso (e sarebbe stato strano, dal loro punto di vista: Giorno è Giorno, dunque perché mai avrebbe dovuto essere diverso ogni volta?). E invece, ovviamente lo sapevano, perché qualcosa di del tutto simile accadeva anche a loro.

Ma torniamo alla cosa più importante: quel Giorno era speciale, perché Anno era apparso – magia! – in visita da tutti loro contemporaneamente. Quel Giorno, disse (sì, era un Giorno a parlare in quel momento, ma sappiamo bene che era anche Anno a farlo) che gli sarebbe piaciuto proporre un gioco. I Mesi gli chiesero di spiegarsi meglio: mica tutti i giochi sono interessanti.

Il Prof. Anno non si fece pregare. “Il gioco che vi propone Oggi consiste nel dare una propria definizione del tempo. Ognuno di voi potrà dire cosa crede che il tempo sia; quando l’ultimo, Dicembre, si sarà espresso, scopriremo cos’è veramente, misurando quanto tempo sarà passato da adesso”.

“Ma non ha senso”, risposero in coro undici Mesi (Febbraio tacque – lo sappiamo, gli era più affezionato degli altri).

“Forse no; ma non vogliamo provare, comunque, a scoprire se invece, per caso, questo gioco un senso ce l’abbia?”

“In fondo, sembra divertente”, disse Marzo il pazzerello ripensandoci, “forse non intelligente, ma divertente sì. Un senso, una direzione, un verso… qualcosa ce l’avrà, alla fine”. Gli altri undici tacquero; poi alcuni di loro, con cenni del capo man mano sempre meno impercettibili, parvero forse, chissà, cominciare ad acconsentire; seguì un confabulìo, prima tenue, poi crescente, poi sonoro e infine, come avrete già capito da un Secolo, fu deciso che si sarebbe giocato.

Secolo rovina sempre tutta la suspense delle storie. Il guaio è, che Secolo non è che Anno, il quale è Decennio, Millennio, è Mese, è Giorno. Ma allora questa storia non ha alcun senso? Forse no – ma adesso vogliamo provare comunque a scoprire se invece, per caso, questa storia un senso ce l’abbia.

“In fondo, sembra interessante”, disse, riecheggiando le parole di Marzo, Maggio il saggio, “e anche divertente”. “E intelligente, sicuramente” proseguì nel riecheggiamento Gennaio il bonario, come se si stesse ancora discutendo se giocare o meno, quando invece, come sappiamo, la decisione era stata già presa. Gennaio continuò così: “Io proporrei di iniziare a riflettere, tutti insieme, sulla definizione dell’essenza del Tempo mediante una piccola attività didattica, di carattere linguistico: prendete una matita o una penna e sottolineate tutti gli avverbi (incluse le locuzioni avverbiali) di tempo presenti in questa storia (non fino a qui – fino alla fine). Per esempio: sempredopoadessonel frattempoinfinite volte…”.

“Ma questa storia non è scritta!” replicò Aprile la prima vera donna della storia, “noi la stiamo parlando! Parlare non è un verbo transitivo, scusatemi, ma insomma, lo capite”…

“Sono d’accordo, la stiamo raccontando (anzi no: la stiamo vivendo) a voce, non per iscritto” la appoggiò Luglio lo stanco, “quindi – per lo meno – la storia non è ancora scritta, perciò non è possibile sottolineare un bel nulla – e del resto sarebbe comunque fatica sprecata: il Prof. Anno non ci ha detto di fare una lezione di lingua, ci ha proposto un gioco filosofico – è diverso”.

Chiamato in tal modo in causa, anche Anno confermò che non era il caso di inserire nel gioco alcuna attività didattica; tutti gli altri Mesi concordarono.

Il nostro filosofo non esercitante pose, quindi, a Gennaio il bonario la domanda: “Qual è la tua definizione del tempo, Gennaio? Non ci pensar troppo a lungo – dev’essere spontanea”.

Gennaio invece, che come tutti i bonari era un gran testardo, un po’ ci pensò sopra, poi si pronunciò così:

il tempo sono io, ma se qualcun mi cambia il nome, lo sarò sempre io?

Il Prof. Anno apprezzò in silenzio la definizione-domanda di Gennaio. Venne poi il turno di Febbraio il nanerottolo.

Il tempo sei tu, perché hai più nomi, e infiniti ne hai.

Ora toccava a Marzo il pazzerello:

ma se non ci fossero più quegli esseri che danno nomi, che ne sarebbe mai di noi e del tempo?

Il professore ci pensò su, ma senza angoscia. Si disse, che i nomi oramai glieli avevano dati, quindi dov’era il problema? Mica se quegli esseri fossero scomparsi se li sarebbero venuti a riprendere, no?

Ma nel frattempo stava parlando Aprile la prima vera donna della storia:

il tempo è scorrere veloce, e se riesci a trovarlo, non sai più quant’è veloce, ma se sai quant’è veloce, non sai più dove si trova.

Ad Anno non sfuggì il riferimento al principio di indeterminazione. Bisognava rifletterci bene, però… magari più tardi.

Non ho il tempo per pensar, a quel che Aprile voglia dir, ma ho il tempo dentro me, per mutare ogni dì, disse Maggio il saggio. Eppur resto sempre io: questo è un fatto di magia.

Il Prof. Anno comprese subito come Maggio si riferisse a quello strano fenomeno, a cui abbiamo già accennato sopra: un Giorno è sempre un Giorno, eppure ogni volta è diverso, come se una ripetizione fosse anche una successione, e una successione una ripetizione, e una ripetizione… un’Ora è sempre un’Ora, ma è anche un Giorno, perché il Giorno non può presentarsi che in una certa Ora e un’Ora non può che presentarsi in un certo Giorno. Da far girar la testa… intorno a sé stessa e intorno a un’altra testa, forse…      

Il tempo è confrontar due cambiamenti, disse intanto Giugno lo scrittore.

Il tempo è il bene più prezioso, recitò poi Luglio lo stanco.

“Smetti di sottolineare gli avverbi (e le locuzioni avverbiali) di tempo, lo stai facendo di nascosto ma me ne sono accorto, caro Gennaio!” esclamò il professore. “Finiscila, adesso! Non tra un po’, proprio adesso!”

Gennaio – noi ce ne eravamo resi conto da un bel pezzo – ci aveva provato, ma al richiamo del professore si dovette rassegnare. Il gioco, a dir la verità, gli piaceva moltissimo; allo stesso tempo, temeva di averlo un poco rovinato, con tutte quelle sottolineature. Ah, poter tornare indietro e cancellarle… ma si può viaggiar nel tempo?

Secondo Agosto il vacante, a cui spettava parlare, il tempo era una categoria dell’intelletto (Agosto era andato in Germania, mentre tutti i Tedeschi erano in Italia; lì aveva scoperto la filosofia di Kant e ora sfoggiava quel poco che ne aveva capito).

Secondo Settembre il nostalgico, il tempo era

 

secondo Ottobre il bevitore, il tempo è

secondo Novembre il sognatore, il tempo sarà:

secondo Dicembre il burattinaio, il tempo è stato...


“Dov’è andato Anno?” si domandarono tutti, notandone l’improvvisa scomparsa. L’ultima volta che l’avevano visto, era il 31 dicembre, lui.

Intelligenza artificiale – che fare?

 

Secondo il mio amico Preto, l’intelligenza è sempre artificiale. Così me ne andavo in giro per la città, camminavo per ore e ore, riflettendo su tante cose e anche su questa sua affermazione. Non che essa si prestasse a meditazioni prolungate: la cultura umana non è un fenomeno naturale, o lo è? Dalla risposta che si dava a tale questione fondamentale discendeva, direi meccanicamente, la risposta da dare all’altra. Erano solo problemi di parole, allora?

Ieri i negozi erano ancora aperti, le loro vetrine e insegne già illuminate – i pomeriggi d’inverno dell’Emisfero Nord, in questo, non si distinguono da quelli dell’Emisfero Sud. Qualche esercizio commerciale si ornava di piante, quasi sempre selezionate e disposte in maniera più che accurata. La maggior parte dei negozi, però, si contentava dei giochi di luci e colori offerti dallo splendore del neon. Proseguendo nel mio percorso, decisi di provare, per la durata di quella passeggiata, a far lo stesso: ad accontentarmi della mia intelligenza artificiale, lasciando da parte e dimenticando quei forse ipocriti pensieri emotivi (così tento di definirli), da me dentro di me per anni attentamente selezionati e accuditi.

Intendevo provare a privarmi, nel pensare, del sentimento; ero certo che non ci fosse da fare un grande sforzo per riuscirci: sarebbe bastato pensare solo a me. Era sufficiente capire le cose solo dal mio punto di vista. Continuando a camminare, mi sforzai di applicare quella nuova attitudine mentale agli oggetti e alle persone che progressivamente si presentavano, in movimento o in quiete, davanti ai miei occhi.

Se compro quella bambola per Denisa, sarà soddisfatta e  tranquilla almeno per qualche giorno, cosicché potrò lavorare con più serenità. Però mi costerebbe 38 euro: non è forse troppo? Proprio adesso, negli ultimi tre anni, da quando ho cominciato a guadagnare un po’ meglio, i prezzi sono saliti vertiginosamente. Lo fanno apposta. 

Non mi sembrava che stesse funzionando bene: sentivo una lieve rabbia, e la rabbia è un sentimento. Mi sforzai allora di osservare solo gli oggetti e le persone che – almeno intuitivamente – mi parevano avere meno probabilità di accendere emozioni forti in me.

C’è una grossa buca dall’altro lato della strada, a un passo dal cancello del parco. Tutte le tasse che paghiamo al municipio, dove finiscono? E poi ci sono le tasse nazionali. Ogni anno devo rinunciare, devo rimandare l’inizio di quella vita spensierata e piacevole che avrei voluto condurre. Devo sempre contare, contare, stare attento.

La rabbia era aumentata. Forse, non c’era modo di sfuggirle? Eppure, mi dicevo, dovrei essere abbastanza intelligente da riuscirci. Era però possibile che io dovessi provare diversamente: provare a smettere di osservare tutte quelle cose – cose che, in effetti, non mi riguardavano. Quando le osservavo, pensavo infatti subito a qualcosa o a qualcuno; poi, è vero, rientravo velocemente in me, nell’orbita ben delineata dei miei interessi personali – ma a quel punto, era già troppo tardi per rientrarvi serenamente. Mi sedetti su una panchina, chiusi gli occhi.

La teoria della relatività e la meccanica quantistica non vanno d’accordo. Ma quando mai le teorie, anche se eccezionalmente illuminanti, sono andate d’accordo fra loro? I creatori e i sostenitori delle due teorie, contrapposte, del libero arbitrio e del determinismo furono tutti dei geni, nessuno escluso. Le persone intelligenti non sempre, solo per il fatto di esserlo, riescono ad andare d’accordo fra loro, a trovare un buon punto di incontro. Va meglio, adesso non sento più nulla. Sto solo pensando, senza emozioni. Se riuscissi a fare così sempre. E se ci riuscisse qualche volta anche lei. Allora, andremmo d’accordo. E invece, litighiamo, litighiamo…

Un disastro. Mi alzai dalla panchina, aprii gli occhi, ripresi il percorso, ripensando a Preto. L’intelligenza è sempre artificiale, sostiene lui. Ma a quel punto mi sembrava che le cose non stessero propriamente così, che non potessero funzionare abbastanza bene così.  Però, d’altra parte, che cosa dire dei pensieri ipocriti, di quei delicati pensieri sentimentali che tanto ci piace coltivare, dopo averli scelti con cura, per poterli presentare fiorenti alla società – e anche allo specchio silenzioso della solitudine? Preferivo la sincerità, preferivo cercare un pensiero puro, uno sguardo lucido ed esatto. Ma vi ritrovavo, ogni volta, la giungla della mia rabbia. La ritrovavo sempre lì, inseparabile dalla mia intelligenza artificiale. Che cosa dovevo fare, allora?

……………………………….

Secondo il mio amico Preto, l’intelligenza non è mai artificiale. In piedi nella mia stanza da letto, fisso la parete spoglia. Ascolto il mio battito cardiaco. Da ragazzo, avrei ascoltato il ticchettio dell’orologio; gli orologi di oggi non ticchettano più, quindi eccomi ad ascoltare il cuore. Ogni giorno.

Domani voglio controllare, se in questa stanza c’è una porta. So bene, che non c’è ragione per cui non ci sia; ma domani voglio comunque controllare. Forse, se c’è, uscirò: scenderò le scale, oltrepasserò il portone e camminerò senza meta, riflettendo su tante cose, compresa l’affermazione del mio amico. Anche se la questione potrebbe facilmente ridursi a quella, più fondamentale, se la cultura umana tout court sia o non sia un fenomeno naturale.  Comunque, al di là delle parole, ho deciso che domani userò la mia intelligenza in modo diverso.

Andrò fuori città, vagherò per i campi, cercherò solo l’erba e il sole. Farò un esperimento: dimenticarmi di me, abbandonare il mio punto di vista, sciogliermi nel fuori. Riuscirò, in questo modo, a sentire qualcosa? O mi perderò nelle consuete elucubrazioni cervellotiche, nei raffinati calcoli dell’autosufficienza intellettuale? Voglio liberarmi, proverò a liberarmi da quello spiegare tutto dove il tutto assomiglia così malinconicamente al niente.

……………………………….

Sto camminando, ma non so se chiudere o meno gli occhi. Non avrei motivo di tenerli aperti: tutto è uguale, di fronte a me, privo di ostacoli. Un paesaggio splendido e uniforme. L’unica varietà è nella bassa vegetazione: una varietà affascinante. Conosco quasi tutti i tipi di piantine che crescono in questa zona, un tempo le avevo studiate sui libri. Ora sto cercando di individuare qui la distribuzione relativa dei diversi tipi, chiedendomi perché alcune piante prevalgano, in quantità, su altre pur presenti.

Sto facendo qualcosa di assurdamente noioso e, forse, di semplicemente assurdo. Dovrei vergognarmi.

Sì, l’esperimento sta riuscendo. Sto sentendo amore per la natura, sto sentendo vergogna per me stesso. Mi sto comportando da stupido, è vero – ma questo è inevitabile, quando ci si libera del proprio punto di vista. Però… la vergogna per me stesso… essa nasce comunque dal mio punto di vista. O forse da quello degli altri, ormai irrevocabilmente interiorizzato? Cosa devo fare allora, cosa? Forse avrei dovuto chiudere gli occhi, prima.

Sento di nuovo il battito del mio cuore. Oggi però non avverto la mancanza del ticchettio dell’orologio; qui fuori, posso sentire gli uccelli cantare. Pian piano, il battito del mio cuore svanisce. Ora sento solo gli uccelli. Li ascolto, mi sciolgo. Il loro canto è bellissimo.   

Tre nell’oceano

Tre persone nell’oceano, a bordo di una piccola barca a remi: Matteo, Luca, Giacomo. Niente più cibo, ancora nessuna costa in vista.

Dopo averne discusso più volte negli ultimi giorni, Matteo e Giacomo hanno concordato che il momento è, infine, arrivato: bisogna scegliere, estraendo a sorte, uno di loro – da uccidere e mangiare. Luca, però, non è d’accordo – anzi, si oppone risolutamente: preferisce l’eventualità di morire di fame a quella di sopravvivere grazie a un brutale atto di cannibalismo. Non solo: Luca ritiene inaccettabile, per sé, una morte per mano (e poi per bocca, per stomaco) di altri uomini.

Giacomo e Matteo non comprendono bene la presa di posizione di Luca né hanno, naturalmente, alcuna intenzione di escluderlo dall’estrazione a sorte. Insistono con forza: secondo loro, è giusto che anch’egli partecipi. Quest’ultimo, che in un primo tempo avrebbe accettato di dover assistere passivamente – pur sapendo che ne avrebbe tratto un terribile disgusto – all’omicidio e al conseguente pasto, non è ora più disposto neanche a ciò. Si tuffa in mare e muore, sparendo nelle irraggiungibili profondità.

Giacomo e Matteo, dopo la morte di Luca, trascorrono alcune ore seduti, in reciproco silenzio. Quando i pensieri diventano loro insopportabili, si alzano entrambi – prima Matteo, poi Giacomo – e, invece di sorteggiare, cercano di uccidersi a vicenda, strangolandosi.

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Questione morale: avrebbe dovuto Luca, considerando che non accettava né di partecipare al sorteggio né di assistere all’omicidio e che, quindi, non aveva altro possibile futuro oltre alla morte per annegamento, rinunciare al proprio egoismo – in nome del gruppo – lasciandosi mangiare? O avrebbe dovuto combattere – con le parole per iniziare, con la forza se necessario – affinché i suoi principi morali fossero compresi e condivisi anche dai compagni? Oppure, invece, ha fatto bene ad annegarsi – o, infine, c’erano altre possibilità?