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Rovesciando I miserabili

 

Il conflitto simbiotico tra Silvio Berlusconi e Marco Travaglio possiede una dimensione tragica ed epica paragonabile a quella dello scontro tra Jean Valjean e Javert; mentre nel romanzo di Hugo era Jean Valjean – il presunto criminale – a essere nel giusto, in quello dell’Italia della Seconda Repubblica a essere nel giusto è però il nostro duro, inflessibile Javert giornalista.

Nessuno, infatti, ha rappresentato la disonestà, nella cosiddetta Seconda repubblica, meglio di Silvio Berlusconi. Non c’è uomo politico che abbia sguazzato nella corruzione più radicalmente di lui. Nessuno, analogamente, ha rappresentato l’onestà, nello stesso periodo storico (e anche oltre, per fortuna della Terza repubblica), meglio di Marco Travaglio.

Incorruttibilmente onesto l’uno, irredimibilmente furfante l’altro, proprio così; eppure, si tratta di due persone entrambe dotate di eccezionale spessore – di spessore umano il primo, di spessore disumano il secondo. Il lato oscuro e il lato luminoso della forza. Marco Travaglio è per me l’eroe tragico, Silvio Berlusconi l’incubo farsesco. Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi di Maio, Nicola Zingaretti possono essere dei cattivi (i primi due, sicuramente) o dei bravi (il terzo e il quarto, forse) politici; Indro Montanelli, Michele Santoro, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca possono essere – o essere stati – dei buoni o dei cattivi giornalisti; ma solo Marco è oggi un giornalista-eroe, solo Berlusconi un politico-incubo.

Il “male assoluto” della politica italiana non è stato il dittatore Mussolini (anche se ci è andato vicino; ma, come sappiamo bene, in confronto a Hitler il Duce impallidisce, mentre il male assoluto non ha, non può avere, tracce di pallore. Esso è oscuro come la Morte Nera); né lo è stato il mafioso Andreotti – nonostante vi aspirasse – perché quando il male si traveste di santità non riesce a essere assoluto: quella veste ne rappresenta il limite, mentre l’assoluto non ha limiti.

Il male politico assoluto, in Italia, è stato lui: Silvio Berlusconi.

E allora, dove mai sarebbe lo spessore – seppur disumano – di Berlusconi? Come posso pensare che l’assolutamente malvagio Silvio non sia un mediocre?

Mi spiego: quest’uomo ha uno spessore che nel suo essere – come ho ripetuto più volte – assolutamente disumano è uno spessore assolutamente personale, assolutamente privato; Berlusconi ha privatizzato tutto, personalizzato tutto, ha invaso e conquistato – armato dei due sentimenti personali e privati fondamentali, l’odio e l’amore, modellati nell’irrazionalità più pura fino a mutarsi in due forze totalizzanti e devastanti – ha invaso e conquistato, così armato, il regno del ragionamento, della pazienza, del compromesso e del falso sorriso, del progetto a lungo termine, dell’ipocrisia diplomatica. Ha portato corna, flirt, insulti, galanterie, barzellette sporche e offese creative, vanagloria e canzonette nelle lussuose e silenti camere della ragione politica.

Silvio ha vissuto tutto quello che ha vissuto sempre e soltanto odiando e amando; la sua ragione, niente affatto debole, non è stata però altro che uno strumento di queste due sue passioni debordanti, un’arma in mano a queste sue alluvioni, frane e smottamenti geotettonici del sentimento.

Si tratta di un uomo che ha vissuto tutto fino in fondo. Quello che ha vissuto è deprecabile, ma non è quel che ha vissuto a renderlo il male politico assoluto (ha fatto anche del bene, magari involontariamente; troppo poco, purtroppo per noi cittadini italiani). Ciò che lo rende il male politico assoluto è come ha vissuto, ossia il modo assoluto con cui ha vissuto il male, il suo dargli tutto sé stesso senza mai risparmiarsi, senza mai lasciare che il ragionamento interferisse e ponesse un argine al sentimento.

Berlusconi non si è mai pentito – l’ipocrisia di un pentimento in tarda età avrebbe gettato un’ombra di chiarezza, di prevedibilità, sull’oscurità della sua anima dominata dall’irrazionale. Un ripensamento tardivo, inutile, patetico avrebbe generato un riflesso umanizzante sulla superficie della sua tenebra. Non pentendosi, la tenebra farsescamente agghiacciante di Silvio è rimasta impenetrabile.

Intediamoci bene: sono un cittadino, amerò sempre Marco, detesterò sempre Silvio; non sono al di sopra delle parti. Nessuno lo è. Viva Marco Travaglio.

Berlusconi è senza dubbio uno di quelli di cui giustamente vien detto: sarebbe da sbattere in galera e poi buttare le chiavi. Ma sarebbe uno da levarsi il vil cappello mentre le chiavi girano nella serratura per l’ultima volta, da lanciargli un impotente sarcastico sorriso prima di andarsene per lasciarlo tragicamente marcire, per lasciare che la maschera si sciolga assieme alla faccia nell’acido della sua nuova solitudine malvagia. La maschera di Silvio non cadrebbe per rivelarne il volto: si fonderebbe con esso e gridendo brucerebbe. La sua vita è stata una lunga stridente farsa e solo un’orripilante tragedia potrebbe degnamente coronarla. Orripilante come questa mia nuova parola, “gridendo”: ridendo e gridando, gridando e ridendo.

Ma il delirante neologismo non nascerà, lo straziante finale non avverrà.

Nessuno lo sbatterà in galera: sarà la voce del tramonto d’un dì di carnevale

ad avere l’ultima grottesca parola su Silvio.

 

Non vi sarà corona di tragedia

a cinger la sua farsesca testa.

 

 

(Alberto Cassone, 2020)

Porca paletta

“Porca paletta!”, locuzione popolare italiana impiegata per esprimere un sentimento di rammarico (similmente all’interiezione “accidenti!”) ha origine da un francesismo. Nicolas Capalette era, infatti, il nome di un generale francese, attivo sul suolo italiano in epoca napoleonica, il quale non ne combinava una giusta, mettendo sempre nei guai i suoi soldati. La sua incompetenza e goffaggine erano proverbiali; tra il popolo italiano si era diffuso, quindi, il modo di dire sarcastico “(C’est) Pour Capalette!”, utilizzato ogni volta che qualcuno faceva una stupidaggine, una gaffe, un errore grossolano – tale errore veniva così “dedicato a Capalette”.

In seguito, perdendosi gradualmente la memoria dell’origine di questo modo di dire e anche a causa della sua frequente cattiva pronuncia, si diffuse la forma errata “porca paletta”, per analogia con altre locuzioni interiettive, quale ad esempio “porca miseria”; con l’affermazione di tale forma errata si smarrì anche il carattere sarcastico dell’espressione originaria, così che la nuova locuzione non rappresenta oggi altro che una semplice variante del summenzionato “accidenti!”.

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Pensieri per la cara Zia Lina

Da bambino mi stupivo dell’incredibile vitalità di zia Lina.

A quel tempo, essendo già sposata, non riflettevo sul fatto che anche lei, di cognome, facesse in realtà Adrena; ma, anche quando la cosa mi passò casualmente per il capo, non mi resi affatto conto dell’ovvietà di un tale tratto caratteriale.

Fu solo allorché, già adolescente, la accompagnai in un ufficio comunale, che compresi tutto, grazie all’impiegato che ne pronunciò le generalità in quel modo per me così inaudito e bizzarro.

…………………………………………………….

Ora che sono un uomo, da tempo oramai non ci sei più; sapessi quanto, quanto mi manchi, cara zia. La tua energia, la tua passione.

La mia vita ha preso una brutta piega, sai. Alla morte tua, di tuo fratello e di sua moglie in quel vostro terribile incidente stradale, da novello orfano fui affidato a zia Rita, sorella di mia madre e donna, come ben sai, aggressiva, severissima, nevrotica fino all’isteria.

Quel periodo, durato quasi quattro anni, lo ricordo come il peggiore della mia tarda giovinezza e prima età adulta; ancora oggi, seppur pienamente maturo e indipendente, sento gravare su di me il peso di quei giorni infernali e sono tristemente consapevole del loro legame con le turbe psichiche che amici e familiari mi fanno spesso notare, talora con affetto, talora con sarcasmo.

Non vado mai a trovare zia Rita, perché sto cercando di dimenticare e di superare tutto. D’altra parte, neanche mia madre, donna comunque meravigliosa, aveva mai brillato per tranquillità e lucidità. Quasi nessuno, nella lunga storia della famiglia Esau, ha mostrato le doti dell’equilibrio e della serenità interiore. Se un giorno avrò dei figli, dei piccoli Adrena, spero che erediteranno la grinta tua e di mio padre, non l’angosciosa e meschina iperattività degli Esau. Un’eventuale figlia femmina, naturalmente, non potrà che chiamarsi Lina.

Mi manchi, mi manchi, mi manchi. Mi manchi!

Un caro abbraccio,

tuo affezionato

affezionatissimo!

Nipote

Alberto Adrena

 

Marta Igienica

Marta Igienica era una bimba differente dalle altre. Le altre bambine si sporcavano sempre, mettendo le mani dappertutto, cadendo e rotolandosi per terra; lei era sempre impeccabile, candida, linda e soffice.

Quando smettevano di giocare, le altre andavano subito da Marta Igienica e le chiedevano di strofinarsi un po’ su di lei per pulirsi prima di tornare a casa. Non che ci tenessero a essere pulite; si trattava soltanto di non fare arrabbiare i genitori. Marta Igienica accettava sempre: indossava infatti ogni giorno un vestito bianchissimo, che si srotolava a piacimento, lasciando cadere in terra le parti sporche e restando così sempre immacolato. Le bimbe vi si strusciavano ridendo, mentre Marta assumeva un’aria regale e sorrideva compiaciuta: non giocava mai scatenata come le altre, è vero, ma in compenso c’era quella fantastica sensazione di speciale importanza.

Un pomeriggio di un giorno grigio, particolarmente annoiata e invidiosa nel guardare le amiche rotolarsi nel fango, nella sua mente si fece però strada un pensiero nuovo: chissà, forse avrebbe potuto anche lei buttarsi per terra e giocare liberamente. Il suo vestito si sarebbe infatti srotolato proprio come quando le bambine lo usavano per pulirsi, lasciandola comunque perfettamente bianca.

Dunque, detto, fatto: senza cercar mezze misure, si lanciò in una pozzanghera a occhi chiusi e con il cuore in gola. Le bimbe, vedendola saltare, trattennero il respiro. Dopo pochi istanti, Marta Igienica si rizzò ed emerse dalla pozzanghera, tutta inzuppata di un nauseabondo liquido marrone; non ci volle molto a capire che il magico srotolamento, in questo caso, non avrebbe funzionato.

La povera Marta iniziò a piangere, anzi scoppiò a piangere, anzi… esplose, tramutando la sua solitamente snella e distinta figura in uno di quei terrificanti temporali in cui l’acqua invade tutte le dimensioni dello spazio, aggredisce ogni atomo di quel piccolo universo e si fonde con i suoni sordi, mugulanti, incomprensibili della disperazione umana.

Il vortice acqueo che circondò il viso e la figura tutta di Marta Igienica durò alcuni minuti, durante i quali nessuna delle sue amichette osò avvicinarsi. Si strinsero invece fra loro, mute e timorose, incapaci di prevedere cosa sarebbe accaduto.

Quando l’infernale nube iniziò a evaporare, le bimbe scorsero sul viso di Marta un’espressione di vergogna. Era in mutandine e maglietta: il suo vestito incantato si era talmente infradiciato che aveva finito per disgregarsi in pezzi informi e appiccicosi, i quali si erano rapidamente moltiplicati e, aggrappandosi invano alla bimba, erano lentamente scivolati sul prato, per essere sparsi tutt’intorno dai rivoli del pianto più tempestoso che fosse mai stato visto.

La maglietta e le mutandine di Marta erano di color marrone, per cui il rosso scuro della vergogna dipinta sulla sua faccia non risaltava poi neanche troppo. Le sue amiche, alquanto dispiaciute, finalmente le si avvicinarono. Annolina Bagnata, la più puzzolente del gruppetto, ebbe un’intuizione formidabile: “Marta, non ti preoccupare, oggi torneremo a casa sporche e ci sorbiremo i giusti rimproveri di papà e mamma; domani mattina tua madre ti vestirà del solito bianco abbagliante e tutto tornerà perfettamente a posto. Adesso, visto che tanto sei tutta vestita di marrone, perché non ti insozzi un po’ anche tu, per benino per benino?”

Al suono di quelle parole, il viso della nostra eroina sempre pulitina si rischiarò. Ora il marrone del suo abbigliamento intimo risaltava bene su quelle guance innocenti e mai birichine. Ma era giunta infine l’ora di essere un po’ meno innocenti e un po’ più birichine: Marta Igienica si tuffò per la seconda volta nella pozzanghera, per diventar tutta marrone, dalla testa ai piedi. Ci riuscì perfettamente: quando ne emerse, quello era diventato l’unico colore presente sulla sua figura. Non era Igienica, ma era sempre Marta; perché è importante di che colore siamo, ma è ancora più importante che un colore ce l’abbiamo.

(AC)

“Mouse” è un toponimo

La Terra di Mouse, anticamente divisa, dal punto di vista statuale, in Mouse del Nord e Mouse del Sud, successivamente unificata in Grande Mouse – o “Regno di Mouse” – nel VI secolo a.c., quindi fiorente di civiltà per un ulteriore millennio, infine invasa dalla popolazione guerresca dei Cat (responsabile di un tragico sterminio) è oggi finalmente nota agli studiosi, in particolare per l’inaudito sviluppo tecnologico raggiunto all’apice della sua parabola culturale.

L’avanzatissima tecnologia elaborata dai Mouse, ammirata, ma anche temuta e pertanto non studiata né imitata dalle popolazioni coeve, andò completamente perduta (così come la memoria del popolo che l’aveva creata) ai tempi delle stragi cattiche; gli etnografi contemporanei sono però riusciti a risalire ai Mouse, principalmente grazie a un mito tramandato oralmente nell’area, diffuso esclusivamente tra la popolazione contadina. Il mito (noto come “Leggenda di Brin Page”), di difficile interpretazione, identifica il saggio Brin Page come il progenitore dei Mouse; menziona inoltre, come luogo di formazione dell’antieroe Zuckerberg, un certo Monte Monitor, soprastante la Valle della Tastiera e abitato dal Mostro di Jobs con la sua discendenza, la tribù dei Nerdgeek. Il resto della storia non è, come detto, affatto chiaro; vi appaiono dei Gates che si aprono per condurre a un oscuro palazzo, pieno di Windows ma privo di porte. I combattenti dei Mouse erano denominati Hackers, mentre la popolazione comune formava la classe degli App Artenenti e i governanti quella degli Orienters. Sia la vita civile che le guerre si svolgevano attraverso artefatti di alta sofisticazione tecnologica.

Destino ha voluto che Adriano Olivetti, durante la fase di progettazione del suo prototipo di personal computer, abbia avuto una breve storia d’amore con la sorella del principale studioso dei Mouse (l’etnografo M. M. Diswaltney), la quale – pare – gli avrebbe raccontato quanto aveva saputo dal fratello, spendendo con Olivetti parole appassionate in merito all’incredibile tecnologia di quel popolo. Di qui, il termine “Mouse” per designare lo strumento che tutti conosciamo e che ha dato, a sua volta, il proprio nome (per un’evidente somiglianza estetica) a quell’animale sgradevole ma in fondo simpatico che le nostre donne detestano. Potenza di un toponimo.

Porcellini e nanne

Chiunque possieda un porcellino sa bene quanto sia difficile, giunta la sera, farlo addormentare. Molto spesso, l’impresa si rivela addirittura impossibile: il vivace suino rimane sveglio a giocare mentre il padrone si addormenta, cullato da teneri, ludici grugniti.

La scienza ha indagato a fondo l’enigma e ha, di recente, scoperto la ragione per cui non esiste alcun porcellino che accetti di buon grado di coricarsi di buon’ora. Tre ricercatori universitari bolognesi hanno infatti pubblicato, nel numero di agosto di una prestigiosa rivista di etologia, i risultati dei loro lunghi studi. A fini meramente divulgativi, ve li presentiamo qui in forma semplificata, riassumendoli in una singola frase:

un por cel lino è un mai a letto.

Sarà probabilmente utile chiarire che all’Università di Bologna (Alma Mater Studiorum), per una prassi ormai consolidata, la balbuzie è ammessa anche nella scrittura. Infatti, essa vi è considerata un diritto e non, come avviene nelle altre (incivili) università italiane, una malattia. La/il balbuziente (più correttamente chiamata/chiamato: “la/il diversamente pronunciante”) ha con la propria balbuzie una relazione identitaria; pertanto, nell’illuminato ateneo bolognese, alle ricercatrici/ai ricercatori e alle studentesse/agli studenti è garantita la possibilità di scrivere come si parla, ossia di essere sé stesse/sé stessi senza essere costrette/costretti a nascondersi dietro le convenzioni della scrittura.

Sfortunatamente, la ricerca ha sì svelato la ragione dell’insonnia infantile suina, ma non ha identificato alcun rimedio. Del resto, i ricercatori non hanno fatto altro che enunciare una verità immutabile. Che le proprietarie/i proprietari di maialette/maialetti si mettano, dunque, l’anima in pace: bisogna lasciar giocare il cucciolo fino a tardi.

Follone

Follone: lavatore e smacchiatore o sodatore di panni.

Ognuno ha degli scheletri nell’armadio. Ma questo non autorizza sempre i giornalisti a ficcare il naso nel mobilio altrui. Certamente, di solito è un bene che gli scheletri siano messi in mostra nella stanza o, ancor meglio, in piazza: la gente deve sapere. Ma non sempre. Si danno dei casi – rari, lo ammetto – in cui lo scheletro sta bene dove sta. Non vi siete mai chiesti, come passino il tempo tali strutture ossee recluse in scomodi, cupi, claustrofobici armadi? Non l’avete fatto? Bene; lo speravo. Gli scheletri, ovviamente, non passano il tempo, perché essi sono oltre il tempo; perché essi sono fine. Sarebbe follia credere il contrario. Sarebbe follia credere, che esistano degli scheletri che fanno eccezione. Degli scheletri che persistono. Nel tempo. Degli scheletri che non siano fine, ma solo pausa. Degli scheletri che tale pausa la debbano, in qualche modo, passare.

Non fermiamoci qui. Sarebbe comodo; ma non possiamo fermarci qui. Dobbiamo, invece, immaginare. Immaginare uno scheletro diverso. Uno scheletro innocente, che creda nella follia e che rifiuti il suo destino. Uno scheletro che voglia passare la sua lugubre pausa, nell’assurda speranza di una redenzione e di un felice ritorno nel tempo delle creature animate.

Eccolo: lo vediamo già: è gigantesco. è prigioniero del suo altrettanto gigantesco armadio, ma non è inattivo. Si sente ancora parte della famiglia a cui il mobile appartiene; pertanto, si dà da fare. Era stato, da bambino, molto amato; ora, vuole rendersi utile. Ritenuto – al momento del trapasso – da tutti colpevole, sa di essere innocente. Non vuole finire estratto da giornalisti curiosi e irrispettosi; non vuole finire estratto ed esposto nella sua nudità scarnata, da nessuno. Lui, scheletro enorme e dissennato, è il follone. Follemente aggrappato al tempo, alla vita. Lo vediamo muoversi sicuro, nell’armadio della sua vecchia stanza da letto, armato di pezzette, stracci, carta scottex e spruzzatore di acqua e detersivo. Osserva attentamente ogni abito lì riposto, finché non ne trova uno non perfettamente pulito. Ogni volta che individua un vestito appena un po’ sporco, sul quale delle minuscole macchie di sangue siano ancora visibili, sorride. Un sorriso folle, da scheletro sopravvissuto, da scheletro cocciuto e felice. Il sorriso dura pochi, interminabili secondi. Lo immaginiamo brillare bianco nel buio dell’armadio. Quando il sorriso si spegne, torna l’oscurità. è fitta, asfissiante. Ma l’oscurità è il regno del follone; l’enorme maniacale struttura ossea sopravvivente sa ben agire nelle tenebre. Spruzza il detersivo sul capo di abbigliamento imperfettamente igienizzato; ne strofina le zone ancora rosse. Terminata l’operazione, forse sorride ancora; speriamo di no. Ma certamente è felice. Non ci sono giornalisti a cercar di forzare l’armadio. Sarebbe sbagliato e sarebbe inutile: lui lo sa bene. Perché i panni sporchi, si lavano in famiglia; e il lavaggio spetta al follone.

Inforsare

Inforsare: mettere in forse, rendere dubbioso.

Era il pizzaiolo più bravo del paese. Forse dell’intera regione. Ma non ne gioiva, perché aveva un gran problema: la mancanza di fiducia in sé stesso. Ogni pizza sfornata, per quanto decisamente superiore – per sapore, consistenza, aspetto, digeribilità, valore nutritivo – a qualsiasi altra pizza prodotta a Valbrediano e dintorni, non rappresentava per lui che un’occasione mancata. “Forse avrei dovuto mettere più pomodoro. Forse avrei potuto tenerla nel forno per 30 secondi di meno. Forse avrei dovuto aggiungere più acqua nell’impasto. Forse avrei potuto…”, e così via. Qualsiasi pizza da lui sfornata non era che un’opportunità perduta, un passo inciampato sulla strada verso l’agognata perfezione. Una strada la cui fine forse non avrebbe mai visto. “Forse avrei dovuto… forse avrei potuto…”: la sua mente era tormentata dai “forse”. Eppure, le sue pizze erano semplicemente strepitose e gli affari andavano a gonfie vele.

Dopo una ventina d’anni di professione, anni di successo infestati, guastati dai dubbi e dai rimpianti, un cambiamento avvenne in lui. Si era sempre limitato a pensarle, le sue angosce, le sue insoddisfazioni; ma una sera di febbraio, era l’inverno di tre anni fa, i suoi assistenti lo udirono gridare mentre sfornava una Margherita: “FORSE AVREI DOVUTO!! FORSE AVREI POTUTO!!!! FORSE!! FORSE!! FORSE!!!”. Probabilmente, anche alcuni clienti si accorsero dell’inconsueto e violento sfogo. Il paese non era grande, in breve tempo si sparse la voce: il pizzaiolo più bravo di Valbrediano non credeva nella propria bravura. Dubitava di tutto, senza ragione. Era un perfezionista patologico, un infelice compulsivo. Al lavoro, da quella fatale sera di febbraio, non riuscì mai più a tenersi nulla dentro. La povera moglie, per di più, veniva svegliata nel sonno dalle sue brusche imprecazioni notturne: “FORSE! FORSE! FORSE!!”

Il sindaco del paese, un uomo colto e riservato, amante della pizza e del buon cibo in generale, ne fu – come tutti i suoi compaesani – stupito e dispiaciuto. Ma non era uomo da far tragedie o scandali, da pensar male o da godere nella maldicenza; al contrario, amava sdrammatizzare. Grazie al suo talento umoristico e al suo amore per i neologismi, coniò quindi il termine “inforsare”, che subito si diffuse tra i Valbredianensi, guadagnandosi nel giro di pochi mesi un posto sicuro all’interno del lessico locale condiviso. “Avrà inforsato le nostre Napoletane, il pizzaiolo?” “Speriamo di sì: ho una fame…” “Basta che non ci affligga anche stasera con le sue ossessioni e i suoi tormenti… è per starne alla larga che ho prenotato questo tavolino in fondo al locale, cara. Non lo voglio proprio sentire”. “A chi lo dici… che inforsi pure, quel geniaccio strampalato, ma a distanza di sicurezza”.

Inforsare2

Acrocoro

Acrocoro: (geogr.) insieme assai esteso di rilievi.

“Chi di voi non ha mai provato ad attraversare un acrocoro”? Vedo molte mani alzarsi. Tutte. Nessuno dei presenti, tranne me, ci ha mai provato. “Professore, cos’è un acrocoro?” mi chiede un ragazzo, in piedi. Sono felice che non lo sappia. Se sai cos’è, sei già perduto: non puoi evitare di provare ad attraversarlo, ma allo stesso tempo la tua impresa può solo fallire; e ne esci mutato.

Non passeggiare tra quei campi. Vi incontrerai dei contadini; vi scoprirai degli animi agresti. Riprenderai a percorrerli, finché incontrerai lei, la donna dagli occhi trasparenti, incastonati sul nulla; li guarderai. Non saranno finestre attraverso le quali scoprire la sua anima, non saranno specchi nei quali ritrovare la tua immagine; i suoi occhi verdi sono la sua mente nera. Essi non riflettono, né esprimono.

Vorrei poter dire tutto questo a quel ragazzo, che continua a guardarmi, aspettando con pazienza la mia risposta alla sua domanda. Ma come potrei farlo? Il mutismo di quegli occhi verdi, il mutismo di quell’animo nero mi hanno tramutato in un pupazzo di nozioni: “Un acrocoro è un insieme assai esteso di rilievi. In altre parole, si tratta di un vasto altopiano, generalmente circondato da catene montuose”.

Mancano ancora venticinque minuti al termine della classe, ma è come se fosse già finita. Se avessi incontrato la nera e verde donna quand’ero giovane, sarebbe come se la classe non fosse mai iniziata. Ma l’ho conosciuta sette anni fa, all’età di 45 anni. Ricordo i giorni passati a desiderare quel viso aspro, quelle mani appuntite, quel corpo robusto e denso, capace di ammorbidirsi e di avvolgere. Ottenni, infine, da lei quel che volevo: ma il successivo e ultimo desiderio, nato da quel possesso totalizzante e ipnotico, non potrò realizzarlo mai. Non puoi attraversare un cuore agro.

“Si sente bene, professore”?

Non mi sento bene, perché ho provato ad attraversarlo, e non avrei dovuto. Ora sono diverso, mentre voi siete uguali, sarete sempre uguali, uguali a voi stessi e uguali tra di voi. “Certo, ragazzi; tutto bene. Durante la prossima lezione vi racconterò di quei pochi coraggiosi che hanno tentato l’attraversamento dell’acrocoro. Solo uno di loro è tornato; ed è qui, davanti a voi, per insegnarvi a non temere il mistero, a non creder mai a chi vi dice: ‘impossibile!’, a non dubitare mai di voi stessi, a provare tutte le esperienze possibili. Il nostro corso di Geografia è diverso da quello degli altri professori!”

Sento gli applausi, ma non mi scaldano il cuore.

acrocoro

Infenso

 

Inferno: alla vita

infinitamente, intensamente infenso

infimo e infame

vuoto.

 

L’eccezionale evento, il ritrovamento della poesia inedita “Inferno” di Giuseppe Ungaretti in uno scassato cassetto della sua dimora romana, è stato rivelato l’altro ieri in occasione del festival letterario “UmbriaLibri” e ha immediatamente suscitato estrema curiosità, sia da parte del pubblico che della critica.

Il rinvenitore della poesia è Blatero Sascone, un agente immobiliare che si trovava, circa una settimana fa, nella vecchia abitazione per un’ordinaria presa di visione della stessa da parte della sua agenzia.

Blatero Sascone ha confessato di aver buttato in un cestino quello che credeva essere un insignificante foglio scarabocchiato da qualche marmocchio del secolo scorso.

La donna delle pulizie, che l’umanità e l’humanitas la ringrazino, si è resa conto del valore del testo non appena l’ha scorto sul fondo del cestino. Neolaureata in Letterature Comparate presso la Sapienza di Roma, lo stesso ateneo dove Ungaretti aveva insegnato per tanti anni, la donna ha interrotto immediatamente il lavoro (purtroppo ne è seguito, pochi giorni dopo, il suo licenziamento) per recarsi d’urgenza al Dipartimento di Studi Ungarettiani della medesima università e consegnare il foglio, unitamente al cestino in cui era stato ritrovato, al relatore della sua tesi di laurea in poetica ungarettiana, Prof. Edemio Collinale.

In vista del suo intervento, che avrebbe avuto luogo di lì a pochi giorni, a UmbriaLibri, il Prof. Collinale ha deciso di utilizzare la ribalta del festival per dare notizia dello straordinario rinvenimento.

Il componimento, splendido, è stato da lui datato al 1959; non sono chiare, per il momento, le ragioni per cui il poeta avesse deciso di non pubblicarlo. Ve ne forniamo, di seguito, il testo integrale.

Inferno: alla vita

infinitamente, intensamente infenso

infimo e infame

vuoto.

Infenso alla vita,

d’inferno amico,

superare, è importante

quest’inverno, le dico.

Infatti, fa

freddo

troppo

freddo

infinito

freddo

fra noi. Che fame.

 

Il titolo, attribuito dal Prof. Collinale, di “Inferno” è stato contestato dal Prof. Celestiano Freddelli, suo collega del Dipartimento di Studi Ungarettiani. Freddelli ha proposto di rinominare il componimento “Infenso”. Sarà l’editore a decidere. Nel frattempo, si è scatenata la corsa all’interpretazione più aderente. La maggior parte dei critici, espressisi sui giornali di ieri (quale stupefacente rapidità!), è arrivata a una conclusione sorprendente: Ungaretti aveva un’amante (“le dico”: chi mai sarebbe, altrimenti, questa lei dal poeta menzionata?) ed era deluso dalla consorte, poiché ella spesso dimenticava di cucinare (“che fame”) e di accendere il riscaldamento (“infinito freddo fra noi”: è doveroso segnalare, però, che quest’ultima frase potrebbe avere anche un valore metaforico ed essere in realtà riferita al rapporto tra i due consorti). L’inferno non sarebbe altro che la loro tormentata vita di coppia; l’inverno e il vuoto potrebbero essere quindi ulteriori rappresentazioni figurate della stessa. Il ricorso al termine “infenso” (ostile, avverso), decisamente in disuso, si spiegherebbe pertanto con il desiderio dell’artista di alludere – per i lettori più raffinati – allo stato di “disuso” in cui era caduta la loro relazione.

Se non siete d’accordo con questa interpretazione, diciamo così, “autobiografica” della poesia, contattateci e proponetecene una differente: studiungarettiani@infenso.unisapienza.it.

Giuseppe_Ungaretti