Porca paletta

“Porca paletta!”, locuzione popolare italiana impiegata per esprimere un sentimento di rammarico (similmente all’interiezione “accidenti!”) ha origine da un francesismo. Nicolas Capalette era, infatti, il nome di un generale francese, attivo sul suolo italiano in epoca napoleonica, il quale non ne combinava una giusta, mettendo sempre nei guai i suoi soldati. La sua incompetenza e goffaggine erano proverbiali; tra il popolo italiano si era diffuso, quindi, il modo di dire sarcastico “(C’est) Pour Capalette!”, utilizzato ogni volta che qualcuno faceva una stupidaggine, una gaffe, un errore grossolano – tale errore veniva così “dedicato a Capalette”.

In seguito, perdendosi gradualmente la memoria dell’origine di questo modo di dire e anche a causa della sua frequente cattiva pronuncia, si diffuse la forma errata “porca paletta”, per analogia con altre locuzioni interiettive, quale ad esempio “porca miseria”; con l’affermazione di tale forma errata si smarrì anche il carattere sarcastico dell’espressione originaria, così che la nuova locuzione non rappresenta oggi altro che una semplice variante del summenzionato “accidenti!”.

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Pensieri per la cara Zia Lina

Da bambino mi stupivo dell’incredibile vitalità di zia Lina.

A quel tempo, essendo già sposata, non riflettevo sul fatto che anche lei, di cognome, facesse in realtà Adrena; ma, anche quando la cosa mi passò casualmente per il capo, non mi resi affatto conto dell’ovvietà di un tale tratto caratteriale.

Fu solo allorché, già adolescente, la accompagnai in un ufficio comunale, che compresi tutto, grazie all’impiegato che ne pronunciò le generalità in quel modo per me così inaudito e bizzarro.

…………………………………………………….

Ora che sono un uomo, da tempo oramai non ci sei più; sapessi quanto, quanto mi manchi, cara zia. La tua energia, la tua passione.

La mia vita ha preso una brutta piega, sai. Alla morte tua, di tuo fratello e di sua moglie in quel vostro terribile incidente stradale, da novello orfano fui affidato a zia Rita, sorella di mia madre e donna, come ben sai, aggressiva, severissima, nevrotica fino all’isteria.

Quel periodo, durato quasi quattro anni, lo ricordo come il peggiore della mia tarda giovinezza e prima età adulta; ancora oggi, seppur pienamente maturo e indipendente, sento gravare su di me il peso di quei giorni infernali e sono tristemente consapevole del loro legame con le turbe psichiche che amici e familiari mi fanno spesso notare, talora con affetto, talora con sarcasmo.

Non vado mai a trovare zia Rita, perché sto cercando di dimenticare e di superare tutto. D’altra parte, neanche mia madre, donna comunque meravigliosa, aveva mai brillato per tranquillità e lucidità. Quasi nessuno, nella lunga storia della famiglia Esau, ha mostrato le doti dell’equilibrio e della serenità interiore. Se un giorno avrò dei figli, dei piccoli Adrena, spero che erediteranno la grinta tua e di mio padre, non l’angosciosa e meschina iperattività degli Esau. Un’eventuale figlia femmina, naturalmente, non potrà che chiamarsi Lina.

Mi manchi, mi manchi, mi manchi. Mi manchi!

Un caro abbraccio,

tuo affezionato

affezionatissimo!

Nipote

Alberto Adrena

 

Marta Igienica

Marta Igienica era una bimba differente dalle altre. Le altre bambine si sporcavano sempre, mettendo le mani dappertutto, cadendo e rotolandosi per terra; lei era sempre impeccabile, candida, linda e soffice.

Quando smettevano di giocare, le altre andavano subito da Marta Igienica e le chiedevano di strofinarsi un po’ su di lei per pulirsi prima di tornare a casa. Non che ci tenessero a essere pulite; si trattava soltanto di non fare arrabbiare i genitori. Marta Igienica accettava sempre: indossava infatti ogni giorno un vestito bianchissimo, che si srotolava a piacimento, lasciando cadere in terra le parti sporche e restando così sempre immacolato. Le bimbe vi si strusciavano ridendo, mentre Marta assumeva un’aria regale e sorrideva compiaciuta: non giocava mai scatenata come le altre, è vero, ma in compenso c’era quella fantastica sensazione di speciale importanza.

Un pomeriggio di un giorno grigio, particolarmente annoiata e invidiosa nel guardare le amiche rotolarsi nel fango, nella sua mente si fece però strada un pensiero nuovo: chissà, forse avrebbe potuto anche lei buttarsi per terra e giocare liberamente. Il suo vestito si sarebbe infatti srotolato proprio come quando le bambine lo usavano per pulirsi, lasciandola comunque perfettamente bianca.

Dunque, detto, fatto: senza cercar mezze misure, si lanciò in una pozzanghera a occhi chiusi e con il cuore in gola. Le bimbe, vedendola saltare, trattennero il respiro. Dopo pochi istanti, Marta Igienica si rizzò ed emerse dalla pozzanghera, tutta inzuppata di un nauseabondo liquido marrone; non ci volle molto a capire che il magico srotolamento, in questo caso, non avrebbe funzionato.

La povera Marta iniziò a piangere, anzi scoppiò a piangere, anzi… esplose, tramutando la sua solitamente snella e distinta figura in uno di quei terrificanti temporali in cui l’acqua invade tutte le dimensioni dello spazio, aggredisce ogni atomo di quel piccolo universo e si fonde con i suoni sordi, mugulanti, incomprensibili della disperazione umana.

Il vortice acqueo che circondò il viso e la figura tutta di Marta Igienica durò alcuni minuti, durante i quali nessuna delle sue amichette osò avvicinarsi. Si strinsero invece fra loro, mute e timorose, incapaci di prevedere cosa sarebbe accaduto.

Quando l’infernale nube iniziò a evaporare, le bimbe scorsero sul viso di Marta un’espressione di vergogna. Era in mutandine e maglietta: il suo vestito incantato si era talmente infradiciato che aveva finito per disgregarsi in pezzi informi e appiccicosi, i quali si erano rapidamente moltiplicati e, aggrappandosi invano alla bimba, erano lentamente scivolati sul prato, per essere sparsi tutt’intorno dai rivoli del pianto più tempestoso che fosse mai stato visto.

La maglietta e le mutandine di Marta erano di color marrone, per cui il rosso scuro della vergogna dipinta sulla sua faccia non risaltava poi neanche troppo. Le sue amiche, alquanto dispiaciute, finalmente le si avvicinarono. Annolina Bagnata, la più puzzolente del gruppetto, ebbe un’intuizione formidabile: “Marta, non ti preoccupare, oggi torneremo a casa sporche e ci sorbiremo i giusti rimproveri di papà e mamma; domani mattina tua madre ti vestirà del solito bianco abbagliante e tutto tornerà perfettamente a posto. Adesso, visto che tanto sei tutta vestita di marrone, perché non ti insozzi un po’ anche tu, per benino per benino?”

Al suono di quelle parole, il viso della nostra eroina sempre pulitina si rischiarò. Ora il marrone del suo abbigliamento intimo risaltava bene su quelle guance innocenti e mai birichine. Ma era giunta infine l’ora di essere un po’ meno innocenti e un po’ più birichine: Marta Igienica si tuffò per la seconda volta nella pozzanghera, per diventar tutta marrone, dalla testa ai piedi. Ci riuscì perfettamente: quando ne emerse, quello era diventato l’unico colore presente sulla sua figura. Non era Igienica, ma era sempre Marta; perché è importante di che colore siamo, ma è ancora più importante che un colore ce l’abbiamo.

(AC)

“Mouse” è un toponimo

La Terra di Mouse, anticamente divisa, dal punto di vista statuale, in Mouse del Nord e Mouse del Sud, successivamente unificata in Grande Mouse – o “Regno di Mouse” – nel VI secolo a.c., quindi fiorente di civiltà per un ulteriore millennio, infine invasa dalla popolazione guerresca dei Cat (responsabile di un tragico sterminio) è oggi finalmente nota agli studiosi, in particolare per l’inaudito sviluppo tecnologico raggiunto all’apice della sua parabola culturale.

L’avanzatissima tecnologia elaborata dai Mouse, ammirata, ma anche temuta e pertanto non studiata né imitata dalle popolazioni coeve, andò completamente perduta (così come la memoria del popolo che l’aveva creata) ai tempi delle stragi cattiche; gli etnografi contemporanei sono però riusciti a risalire ai Mouse, principalmente grazie a un mito tramandato oralmente nell’area, diffuso esclusivamente tra la popolazione contadina. Il mito (noto come “Leggenda di Brin Page”), di difficile interpretazione, identifica il saggio Brin Page come il progenitore dei Mouse; menziona inoltre, come luogo di formazione dell’antieroe Zuckerberg, un certo Monte Monitor, soprastante la Valle della Tastiera e abitato dal Mostro di Jobs con la sua discendenza, la tribù dei Nerdgeek. Il resto della storia non è, come detto, affatto chiaro; vi appaiono dei Gates che si aprono per condurre a un oscuro palazzo, pieno di Windows ma privo di porte. I combattenti dei Mouse erano denominati Hackers, mentre la popolazione comune formava la classe degli App Artenenti e i governanti quella degli Orienters. Sia la vita civile che le guerre si svolgevano attraverso artefatti di alta sofisticazione tecnologica.

Destino ha voluto che Adriano Olivetti, durante la fase di progettazione del suo prototipo di personal computer, abbia avuto una breve storia d’amore con la sorella del principale studioso dei Mouse (l’etnografo M. M. Diswaltney), la quale – pare – gli avrebbe raccontato quanto aveva saputo dal fratello, spendendo con Olivetti parole appassionate in merito all’incredibile tecnologia di quel popolo. Di qui, il termine “Mouse” per designare lo strumento che tutti conosciamo e che ha dato, a sua volta, il proprio nome (per un’evidente somiglianza estetica) a quell’animale sgradevole ma in fondo simpatico che le nostre donne detestano. Potenza di un toponimo.

Porcellini e nanne

Chiunque possieda un porcellino sa bene quanto sia difficile, giunta la sera, farlo addormentare. Molto spesso, l’impresa si rivela addirittura impossibile: il vivace suino rimane sveglio a giocare mentre il padrone si addormenta, cullato da teneri, ludici grugniti.

La scienza ha indagato a fondo l’enigma e ha, di recente, scoperto la ragione per cui non esiste alcun porcellino che accetti di buon grado di coricarsi di buon’ora. Tre ricercatori universitari bolognesi hanno infatti pubblicato, nel numero di agosto di una prestigiosa rivista di etologia, i risultati dei loro lunghi studi. A fini meramente divulgativi, ve li presentiamo qui in forma semplificata, riassumendoli in una singola frase:

un por cel lino è un mai a letto.

Sarà probabilmente utile chiarire che all’Università di Bologna (Alma Mater Studiorum), per una prassi ormai consolidata, la balbuzie è ammessa anche nella scrittura. Infatti, essa vi è considerata un diritto e non, come avviene nelle altre (incivili) università italiane, una malattia. La/il balbuziente (più correttamente chiamata/chiamato: “la/il diversamente pronunciante”) ha con la propria balbuzie una relazione identitaria; pertanto, nell’illuminato ateneo bolognese, alle ricercatrici/ai ricercatori e alle studentesse/agli studenti è garantita la possibilità di scrivere come si parla, ossia di essere sé stesse/sé stessi senza essere costrette/costretti a nascondersi dietro le convenzioni della scrittura.

Sfortunatamente, la ricerca ha sì svelato la ragione dell’insonnia infantile suina, ma non ha identificato alcun rimedio. Del resto, i ricercatori non hanno fatto altro che enunciare una verità immutabile. Che le proprietarie/i proprietari di maialette/maialetti si mettano, dunque, l’anima in pace: bisogna lasciar giocare il cucciolo fino a tardi.

Il raccontino dei raccontini

Se io fossi un editore, andrei a cercare giovani talenti navigando tra gli scritti dei bloggers. Ma sono un semplice tipografo. Per vivere, stampo.

La stragrande maggioranza dei libri che, passando dalla mia tipografia, si trasformano da files in cose, da oggetti virtuali in oggetti reali, sono romanzi. Lunghi, lunghissimi romanzi, il frastuono della cui stampa segna da oltre trent’anni le mie mattine e i miei pomeriggi.

Le sere, però, in questi trent’anni, ho amato passarle in silenzio. Tra le pagine dei libri, ma leggendoli. Mi appassionano i racconti brevi, perciò la maggior parte dei volumi che ho acquistato e che leggo a casa mia sono raccolte di racconti, alcune di un unico autore, altre tematiche.

L’anno scorso, qualcosa è cambiato. Ho preso l’abitudine di controllare la posta elettronica una volta al giorno, di sera, dopo la lettura, prima di andare a letto. A tale routine si è aggiunta, alcuni mesi fa, quella – sempre serale – di navigare in rete, tra i blog letterari, alla ricerca di gioiellini, di miniature narrative.

Oggi, oramai, ho praticamente smesso di comprare e leggere libri di racconti brevi, essendomi dato totalmente ai blog. Mi manca un po’, quella serenità dello sfogliar pagine, ma d’altra parte la mia immersione nella narrativa virtuale ha rappresentato una liberazione, seppur limitata alla sera, da quella carta prima onnipresente.

Cosa accadrebbe se, una mattina, mi portassi in tipografia e stampassi una raccolta, da me liberamente assemblata e formattata, di tali racconti? Senza dubbio, osservandoli per la prima volta su carta, rimarrei io stesso stupito nel constatarne l’estrema brevità. Anche i racconti più brevi presenti nelle mie raccolte cartacee apparirebbero, in confronto, discretamente lunghi.

Ma non ho ragione alcuna per stamparli. Salvo nel disco rigido i migliori che trovo, tra cinque e dieci ogni sera, ne leggo venti o trenta, sto al computer per ore, a volte non facendo neanche una pausa per bere un bicchiere d’acqua; mi scopro ipnotizzato da questa giovane, divorante passione. Non ho un blog mio e non ho mai scritto, non ne sento l’esigenza – sono, del resto, una persona passiva, ermeticamente rinchiusa nel perimetro delle passioni.

L’ipnosi viscerale, lo stato di trance reiterato di sera in sera, non può che fare strani scherzi, questo si sa. Ad esempio, a volte sento di non sapere più che cosa è reale e che cosa non lo è. Altre volte, un racconto che mi ha agganciato si rivela talmente breve che, se chiudo gli occhi, lo vedo pian piano svanire, dissolversi senza alcun chiasso, farsi pura luce, le sue parole scomparse dallo schermo, dalla mia esperienza, dalla mia memoria. Allora, per un istante, vorrei stamparlo, vorrei vedere come è fatto il nulla, sapere che razza di oggetto è il nulla.

Altre volte ancora, mi capita di chiedermi se il racconto che sto leggendo non l’abbia forse scritto io, tanto grande è l’affinità che vi riscontro con la mia esistenza. Ed è, in effetti, il caso di questo racconto. L’ho scritto io? Ovviamente no, ciò è del tutto impossibile. Però, lo ripeto, dopo tutte quelle ore al computer, non è poi tanto strano che la mia testa si metta a giocare un po’ con me. Ecco spiegato tutto.

Per alcune persone, la prima volta è sempre anche l’ultima

La prima volta che trovai una banconota per terra fu anche l’ultima. Infatti, nelle prigioni italiane non si trovano mai, assolutamente mai, banconote per terra.

Quel piccolo miracolo cartaceo era apparso al mio sguardo basso e avvilito mentre passeggiavo da solo nel centro commerciale “Aria Fresca” di Corgeno (PF). Se ne stava sdraiato sul pavimento, immobile, attendendo il suo uomo. Era un sabato pomeriggio invernale di quattro anni fa e la banconota valeva 1000 euro. Somma sfortuna volle che, in un giorno come quello, sarebbe servito ben altro per tirarmi su di morale.

Non esitai, ad ogni modo, a raccoglierla. La regalerò a un povero, mi dissi. Oppure la cambierò in banca, in monete da 2 euro, per poterla regalare a 500 poveri.

Come trovare cinquecento poveri tutti contemporaneamente, però? Nessun problema, continuavo a dirmi: mi porterò da casa una moneta al giorno, per cinquecento giorni.

Un uomo, che mi parve da subito repellente, si avvicinò e mi rivolse la parola. Era vestito indecentemente e indecentemente parlava; riuscii a comprendere solo la sua vile intenzione: quella di spillarmi dei soldi. Ma ero uscito di casa senza un centesimo in tasca. Ero andato al centro commerciale per farmi del male, per soffrire, per vedere tutte le cose che non potevo più comprare, avendo perso il lavoro pochi giorni prima. C’ero andato senza alcun soldo e, adesso, mi si chiedeva l’elemosina. Che ridere!

Stavo per scostarmi e allontanarmi dall’ignobile mendicante, quando mi ricordai di aver appena raccolto una banconota del valore di 1000 euro. L’avevo messa in tasca e l’uomo non poteva avermi visto. Adesso avrei potuto comprare tutto quello che vedevo. La fortuna mi aveva sorriso! Il mio infantile gioco masochista si sarebbe tramutato in sfrenata gioia consumistica. Non avevo alcuna voglia di pensare al futuro: ero andato all’”Aria fresca” per dimenticare soffrendo, invece il destino aveva decretato diversamente: avrei dimenticato godendo!

Il poveraccio aveva certamente notato il mio sguardo ghignante nel vuoto, perché mentre così riflettevo si era allontanato, avendo evidentemente rinunciato alla speranza di ottenere qualcosa da me.

Sì, se n’era andato via, senza inutili parole, in preda a chissà quale emozione, a chissà quale disperazione. No. Li donerò ai poveri, mi dissi, toccando la tasca sinistra dei pantaloni per controllare che la banconota fosse ancora lì.

Non c’era.

Nella tasca destra, neanche.

Scattai verso l’uscita. Il mendicante era lì, ma si muoveva rapidamente. Accelerai, in preda a un cieco furore, e lo raggiunsi.

“Ridammi i soldi!”

“Capo, io no italiano. No capisce”.

“I soldi!! Dammi i miei soldi”!!!!

“Amico, io no tuo soldi. Tu pazzo?”

Quella parola. No, non quella parola. Non “pazzo”.

Avevo giurato a me stesso, subito dopo il licenziamento, di non permettere più a nessuno di pronunciarla contro di me. No. Non l’avrei perdonato.

…………………………..

Forse sarebbe stato meglio non avere studiato arti marziali da giovane. Sicuramente sarebbe stato meglio per quel pover’uomo; ma anche per me, mi dicevo, mentre scattavano le manette. Inutile sperare: sapevo bene che all’ergastolo, quella volta, non sarei riuscito a scampare.

(Alberto Cassone)

Follone

Follone: lavatore e smacchiatore o sodatore di panni.

Ognuno ha degli scheletri nell’armadio. Ma questo non autorizza sempre i giornalisti a ficcare il naso nel mobilio altrui. Certamente, di solito è un bene che gli scheletri siano messi in mostra nella stanza o, ancor meglio, in piazza: la gente deve sapere. Ma non sempre. Si danno dei casi – rari, lo ammetto – in cui lo scheletro sta bene dove sta. Non vi siete mai chiesti, come passino il tempo tali strutture ossee recluse in scomodi, cupi, claustrofobici armadi? Non l’avete fatto? Bene; lo speravo. Gli scheletri, ovviamente, non passano il tempo, perché essi sono oltre il tempo; perché essi sono fine. Sarebbe follia credere il contrario. Sarebbe follia credere, che esistano degli scheletri che fanno eccezione. Degli scheletri che persistono. Nel tempo. Degli scheletri che non siano fine, ma solo pausa. Degli scheletri che tale pausa la debbano, in qualche modo, passare.

Non fermiamoci qui. Sarebbe comodo; ma non possiamo fermarci qui. Dobbiamo, invece, immaginare. Immaginare uno scheletro diverso. Uno scheletro innocente, che creda nella follia e che rifiuti il suo destino. Uno scheletro che voglia passare la sua lugubre pausa, nell’assurda speranza di una redenzione e di un felice ritorno nel tempo delle creature animate.

Eccolo: lo vediamo già: è gigantesco. è prigioniero del suo altrettanto gigantesco armadio, ma non è inattivo. Si sente ancora parte della famiglia a cui il mobile appartiene; pertanto, si dà da fare. Era stato, da bambino, molto amato; ora, vuole rendersi utile. Ritenuto – al momento del trapasso – da tutti colpevole, sa di essere innocente. Non vuole finire estratto da giornalisti curiosi e irrispettosi; non vuole finire estratto ed esposto nella sua nudità scarnata, da nessuno. Lui, scheletro enorme e dissennato, è il follone. Follemente aggrappato al tempo, alla vita. Lo vediamo muoversi sicuro, nell’armadio della sua vecchia stanza da letto, armato di pezzette, stracci, carta scottex e spruzzatore di acqua e detersivo. Osserva attentamente ogni abito lì riposto, finché non ne trova uno non perfettamente pulito. Ogni volta che individua un vestito appena un po’ sporco, sul quale delle minuscole macchie di sangue siano ancora visibili, sorride. Un sorriso folle, da scheletro sopravvissuto, da scheletro cocciuto e felice. Il sorriso dura pochi, interminabili secondi. Lo immaginiamo brillare bianco nel buio dell’armadio. Quando il sorriso si spegne, torna l’oscurità. è fitta, asfissiante. Ma l’oscurità è il regno del follone; l’enorme maniacale struttura ossea sopravvivente sa ben agire nelle tenebre. Spruzza il detersivo sul capo di abbigliamento imperfettamente igienizzato; ne strofina le zone ancora rosse. Terminata l’operazione, forse sorride ancora; speriamo di no. Ma certamente è felice. Non ci sono giornalisti a cercar di forzare l’armadio. Sarebbe sbagliato e sarebbe inutile: lui lo sa bene. Perché i panni sporchi, si lavano in famiglia; e il lavaggio spetta al follone.

Inforsare

Inforsare: mettere in forse, rendere dubbioso.

Era il pizzaiolo più bravo del paese. Forse dell’intera regione. Ma non ne gioiva, perché aveva un gran problema: la mancanza di fiducia in sé stesso. Ogni pizza sfornata, per quanto decisamente superiore – per sapore, consistenza, aspetto, digeribilità, valore nutritivo – a qualsiasi altra pizza prodotta a Valbrediano e dintorni, non rappresentava per lui che un’occasione mancata. “Forse avrei dovuto mettere più pomodoro. Forse avrei potuto tenerla nel forno per 30 secondi di meno. Forse avrei dovuto aggiungere più acqua nell’impasto. Forse avrei potuto…”, e così via. Qualsiasi pizza da lui sfornata non era che un’opportunità perduta, un passo inciampato sulla strada verso l’agognata perfezione. Una strada la cui fine forse non avrebbe mai visto. “Forse avrei dovuto… forse avrei potuto…”: la sua mente era tormentata dai “forse”. Eppure, le sue pizze erano semplicemente strepitose e gli affari andavano a gonfie vele.

Dopo una ventina d’anni di professione, anni di successo infestati, guastati dai dubbi e dai rimpianti, un cambiamento avvenne in lui. Si era sempre limitato a pensarle, le sue angosce, le sue insoddisfazioni; ma una sera di febbraio, era l’inverno di tre anni fa, i suoi assistenti lo udirono gridare mentre sfornava una Margherita: “FORSE AVREI DOVUTO!! FORSE AVREI POTUTO!!!! FORSE!! FORSE!! FORSE!!!”. Probabilmente, anche alcuni clienti si accorsero dell’inconsueto e violento sfogo. Il paese non era grande, in breve tempo si sparse la voce: il pizzaiolo più bravo di Valbrediano non credeva nella propria bravura. Dubitava di tutto, senza ragione. Era un perfezionista patologico, un infelice compulsivo. Al lavoro, da quella fatale sera di febbraio, non riuscì mai più a tenersi nulla dentro. La povera moglie, per di più, veniva svegliata nel sonno dalle sue brusche imprecazioni notturne: “FORSE! FORSE! FORSE!!”

Il sindaco del paese, un uomo colto e riservato, amante della pizza e del buon cibo in generale, ne fu – come tutti i suoi compaesani – stupito e dispiaciuto. Ma non era uomo da far tragedie o scandali, da pensar male o da godere nella maldicenza; al contrario, amava sdrammatizzare. Grazie al suo talento umoristico e al suo amore per i neologismi, coniò quindi il termine “inforsare”, che subito si diffuse tra i Valbredianensi, guadagnandosi nel giro di pochi mesi un posto sicuro all’interno del lessico locale condiviso. “Avrà inforsato le nostre Napoletane, il pizzaiolo?” “Speriamo di sì: ho una fame…” “Basta che non ci affligga anche stasera con le sue ossessioni e i suoi tormenti… è per starne alla larga che ho prenotato questo tavolino in fondo al locale, cara. Non lo voglio proprio sentire”. “A chi lo dici… che inforsi pure, quel geniaccio strampalato, ma a distanza di sicurezza”.

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L’Indonnato

Vocabolario Treccani (edizione speciale per la Libreria 2009), pagina 801:

“indonnarsi”: farsi signore, impadronirsi.

 

L’Indonnato

 

Prima parte

 

Dopo la terza guerra mondiale, i maschi del mondo occidentale avevano definitivamente ceduto il passo. La Grande guerra li aveva corrotti, la seconda guerra mondiale li aveva depressi, la terza gli aveva dato il colpo di grazia. Le donne occupavano, vent’anni dopo il termine del conflitto, tutte le posizioni politiche ed economiche più rilevanti; ma – soprattuttto – esse non si consideravano più pari agli uomini. Si ritenevano superiori, mentre l’amore saffico si diffondeva sia tra le classi colte che nella borghesia ricca e la maggior parte dei maschi, ridotti a svolgere per lo più mansioni umili e subordinate, accettava come giusta e inevitabile tale valutazione da parte delle femmine, considerando la propria inferiorità un fatto oggettivo, dato dalla natura.

Naturalmente, la maggior parte non significava tutti. Non tutti avevano partecipato ai – o erano stati corresponsabili dei – deprecabili eventi dell’ultima guerra; perciò, tra i (pochi) non-partecipanti e non-corresponsabili, c’era ancora qualcuno che non aveva perduto l’autostima.

Lo si era già visto con la rivolta delle banche del seme. Scoppiata, 15 anni dopo il conflitto, in una città di periferia, si era diffusa nei tre anni seguenti in diverse città, fino a contagiare, marginalmente, anche la capitale della repubblica. Ma era fallita – e non avrebbe potuto far altro che fallire: non solo era stata condotta da soli maschi, ma al suo interno si erano infiltrati numerosi sabotatori, uomini deboli che temevano di perdere, a causa degli incendi delle banche del seme, la loro fonte di sussistenza. Al termine di quella serie di ribellioni, la posizione dei maschi nella nuova società repubblicana era ulteriormente peggiorata.

Nonostante il fallimento, però, il seme del cambiamento era stato, per lo meno, gettato nel vento; non attendeva che un terreno fertile, per posarsi e generare. E il terreno fertile uscì infine allo scoperto: era un essere umano, per la precisione un maschio mammo, e portava il nome di Algirdo.

I maschi mammi si trovavano al gradino più basso della scala sociale: il loro lavoro – non retribuito, salvo il vitto e l’alloggio – consisteva nel rispondere alle chiamate di mamme abbandonate dalle proprie partner e nell’aiutarle a crescere i loro figli, per un periodo che terminava quando la madre in questione trovava una nuova compagna di vita per sé e, di conseguenza, una nuova genitrice adottiva per la sua prole.

Algirdo era riuscito, dopo anni di esperienza nel mestiere, anni in cui decine di mamme avevano apprezzato le sue abilità – nel cambio del pannolino, nel bagnetto, nella preparazione del cibo, etc. – a indonnarsi: era un qualcosa di inaudito; non ci era mai riuscito alcun maschio; il verbo stesso era andato in disuso ancor prima di diffondersi; ma lui, lui ce l’aveva fatta. Non solo era stato in grado di impadronirsi delle tecniche femminili più avanzate per l’educazione dei figli – risultato che all’epoca sembrava geneticamente precluso a un cervello maschile – ma aveva acquisito lo spirito femminile, non esclusivamente sul piano pedagogico ma in un senso molto più ampio: quella capacità che le donne avevano di esprimersi, di relazionarsi, di mettere energia nelle cose, di credere in quello che facevano e di fare le cose giuste, per le ragioni giuste, con i mezzi giusti.

L’intelligenza emotiva, quella potente arma delle donne, non era più un mistero per lui – e ciò lo rendeva radicalmente differente dal maschio medio dell’epoca, anaffettivo, vacuo, spento (mammi inclusi). Algirdo si era realmente indonnato; non nel corpo, ma nello spirito.

Era rimasto uomo, allo stesso tempo, Algirdo. Con le qualità di un uomo d’anteguerra, forse persino di un maschio di inizio XX secolo. E non era uno da accontentarsi dei propri progressi mentali. Amava la politica. E preparava la sua rivoluzione. Una rivoluzione che – nei suoi progetti – l’avrebbe prima reso signore della Repubblica e poi – in breve tempo – padre fondatore di un nuovo Stato, una nuova comunità, fondata sulla parità, sull’eguaglianza tra i sessi e sulla giustizia sociale. E, soprattutto, sull’abolizione delle banche del seme.

Le donne del Comitato centrale repubblicano non l’avrebbero certo chiamata rivoluzione; per loro, un progetto del genere non sarebbe stato altro che un tentativo di restaurazione. Ma Algirdo non era interessato alle parole; i fatti erano più importanti. C’era una grave decisione da prendere, prima di passare all’azione: avrebbe dovuto coinvolgere anche delle femmine dissidenti, nel suo piano? O si sarebbe affidato esclusivamente ai pochi maschi ancora dotati di autostima e dignità?

 

Seconda parte

 

Algirdo decise di provare a rivolgersi alle tre donne a capo della dissidenza femminile. Ma i colloqui lo delusero profondamente. Maddallahena, la più giovane, controllava un gruppuscolo ultrareligioso composto di poche decine di ragazze fanatiche e incompetenti, il cui slogan suonava: “ai Maschi la Storia, alle Femmine il Cuore”. L’ideologia del gruppo era il risultato di un’inaccettabile fusione tra islamismo e cristianesimo sociale. La loro ferrea avversione alle banche del seme non rappresentava una base sufficiente, agli occhi dell’Indonnato, per costruire un’alleanza solida: Algirdo voleva la parità tra i sessi, non un ritorno al dominio maschile.

La più anziana ed esperta, Mata Riha, era invece a capo dell’unica loggia massonica femminile di cui mai si fosse sentito parlare negli ambienti della clandestinità politica. Formata esclusivamente da donne di estrazione sociale alto-borghese, tutte posizionate ai vertici delle istituzioni pubbliche e delle aziende private, Madrebenevola era un’associazione dissidente che mirava a una graduale reintegrazione, gestita dall’alto, degli uomini nell’alta società – nella consapevolezza dei limiti mentali maschili congeniti, naturalmente. Alcune di queste massone erano, al tempo stesso, pubblicamente al servizio del Comitato centrale repubblicano; né il loro doppiogiochismo né il loro progressismo buonista andarono giù all’onesto, intransigente Algirdo, che – proprio come era accaduto con la banda di Maddallahena – non diede seguito al primo colloquio.

La terza donna che accettò di incontrarlo (a un maschio mammo, l’opportunità di svolgere tali colloqui segreti era generalmente preclusa; ciò che permise ad Algirdo di accedervi fu la sua ancora vaga fama, diffusa a bassa voce, tra poche donne, di Indonnato) colpì la sua immaginazione in maniera più decisa, anche se infine non decisiva. Si trattava di Bella Laika, dura femmina di origini proletarie, la quale era stata in grado di raccogliere attorno al suo progetto alcune centinaia di giovani contadine e operaie, più qualche decina di impiegate precarie, tutte unite nel nome di un unico, potente tratto comune: l’amore per il sesso etero. Erano donne piene di desiderio e sensualità; la dura Bella ne era l’irresistibile campionessa. Non poche ebbero difficoltà a reprimere la passione intellettuale suscitata in loro, durante il breve incontro, da quell’uomo non affascinante ma certamente eccezionale. B. L., donna di straordinaria cultura, cedette, scomponendosi in imbarazzanti proposte (un caffè? Un aperitivo?), prontamente respinte dal serio Algirdo, interessato unicamente a conoscere il contenuto del suo progetto dissidente. Progetto che consisteva in una generalizzata riqualificazione della componente sociale maschile, da ottenere mediante un preciso percorso rieducativo. Tale percorso avrebbe generato, nel giro di pochi anni, uomini orgogliosi, virili, passionali e abbastanza stupidi; al suo termine, ai maschi così rieducati sarebbero state assegnate delle funzioni sociali più dignitose, soprattutto tramite la stipula di contratti di consulenza: la loro elevata – seppur alquanto specifica – professionalità sarebbe stata, in tal modo, messa al servizio di qualsiasi donna ne avesse fatto richiesta, in qualsiasi ambito lavorativo e in qualunque momento della giornata.

Seppur condividendone i presupposti pre-ideologici – la riscoperta dell’amore fisico eterosessuale era per lui un obiettivo fondamentale, assolutamente non in contrapposizione con la pratica dell’amore omosessuale – Algirdo non trovò nel programma delle Bellelaike né una visione ampia né un sincero desiderio di parità. Decise di concentrarsi, pertanto, sul compito più duro: il reclutamento di maschi di valore.

 

Terza parte

 

I mammi non indonnati – ossia, tutti i mammi tranne Algirdo – erano uomini privi di qualsiasi capacità, intellettuale o pratica, con l’eccezione di poche competenze professionali specifiche. Non potendo, perciò, cercare tra i suoi colleghi, l’Indonnato fece in modo di ottenere delle informazioni utili da alcune donne con cui aveva lavorato e con le quali era rimasto in contatto. Mantenendole all’oscuro del progetto di rivolta, sfruttò la sua intelligenza emotiva per porre loro alcune noncuranti domande mirate all’individuazione di maschi arruolabili. Le inconsapevoli femmine si lasciarono sfuggire parole di ammirazione – o perlomeno di rispetto – per alcuni uomini da esse incontrati, o semplicemente notati, nel corso della loro vita adulta. Per Algirdo fu poi un gioco da ragazzi rintracciare tali individui; né fu una sorpresa scoprire, in ciascuno di loro, un sentimento di inquietudine, insoddisfazione, disagio; e ancora un gioco da ragazzi si rivelò la sua trasformazione di quel disagio in un desiderio di rivincita, di quell’insoddisfazione in una grande voglia di insubordinazione. Parlando separatamente con ognuno, riunendoli poi in gruppo – non erano che dodici, i maschi individuati -, Algirdo li mise gradualmente al corrente del proprio progetto, usando le parole e i modi giusti per far sì che l’insubordinazione in loro appena risvegliata prendesse una strada costruttiva, la strada della rivoluzione politica e non quella della violenza fine a sé stessa.

Inevitabilmente, Algirdo divenne il capo del neonato gruppo di ribelli; non gli piaceva esserlo – stonava con il suo progetto egualitario – ma alla fin fine era stato lui a scovarli e a riunirli; non aveva senso rischiare che, in assenza di una chiara leadership, gli altri uomini finissero per dividersi a causa delle loro naturali differenze di mentalità e di visione, mettendo così a rischio la buona riuscita della rivolta. Un collante era necessario, e la loro nobile causa comune non era, probabilmente, sufficiente: l’Indonnato riteneva che, oltre al fattore ideologico, fosse necessaria la presenza di un collante umano. Ma la sua superiorità mentale gli aveva suggerito di condividere queste riflessioni con i dodici ribelli, ai quali aveva pertanto spiegato le ragioni per cui essi avessero bisogno di un capo; naturalmente, li trovò entusiasticamente d’accordo, e altrettanto naturalmente li ascoltò lieto mentre lo acclamavano leader indiscusso. Scelto come nome del gruppo L’Indonnato e la Banda della Dodicesima, non restava loro che passare all’azione.

Quarta parte

Il primo passo compiuto dagli I.B.D. per il recupero della parità tra uomo e donna e per l’abolizione delle banche del seme fu una campagna psicologica contro il cinema di Jolly Dude. Mentre ai tempi di Hollywood, molto prima della terza guerra, il cinema d’azione aveva donato ai maschi l’illusione di rivivere quelle esperienze e quelle emozioni che da secoli ormai nella realtà quotidiana non provavano più, nella nuova epoca della Repubblica il cinema era divenuto un potente strumento nelle mani delle donne, tutto dedicato alla rappresentazione dei maschi di un tempo (un tempo che rimaneva indefinito e in cui i maschi non erano stati ancora pienamente sottomessi) come Jolly Dudes, ossia come uomini deboli, insicuri, sessualmente non orientati in modo del tutto chiaro e, soprattutto, allegri – eternamente allegri, superficialmente allegri, falsamente allegri, allegri nell’intento disperato di dissimulare le proprie incertezze e fragilità. Gli I.B.D. utilizzarono l’ascendente di cui godevano presso le loro altolocate conoscenze femminili per insinuare, giorno dopo giorno, gravi dubbi sulla verosimiglianza storica di quelle pellicole. In breve tempo, le donne socialmente più influenti si convinsero che i fenomeni narrati dal cinema di Jolly Dude non avevano alcun riscontro nella realtà passata, che i metrosexuals non erano mai esistiti e che l’assenza di virilità dei maschi moderni non si era sviluppata gradualmente per ragioni genetiche, bensì improvvisamente, come un fenomeno culturale del tutto eccezionale – il che ne rendeva ai loro occhi concepibile, per la prima volta, la reversibilità.

Gli I.B.D. non si limitarono ad agire, gramscianamente, su un piano culturale; la seconda mossa dettata da Algirdo e bene accolta, naturalmente dopo lo svolgimento di una regolare discussione, dai suoi dodici seguaci fu infatti di natura sociopolitica, consistendo nella creazione di una lunga serie di sindacati segreti di categoria, come ad esempio la CCM (Confederazione Clandestina dei Mammi), l’UCPIWCP (Unione Clandestina dei Pulitori ed Igienizzatori di servizi igienici Pubblici), l’ACDS (Associazione Clandestina dei Donatori di Seme), la CBLS (Confederazione Bidelli, Lavapiatti e Spazzini); per ultimo, fu creato un sindacato generale, naturalmente anch’esso segreto, che all’occasione poteva riunire tutte le altre associazioni di maschi lavoratori: il GSLM (Grande Sindacato della Liberazione Maschile).

L’Indonnato, da buon realista, sapeva bene che, prima o poi, sarebbe arrivato il triste momento in cui l’uso della forza si sarebbe mostrato necessario; ma, da pacifista illuminato quale anche era, per il momento preferiva costruire delle basi solide, basi sulle quali lui e la sua Banda della Dodicesima (che per brevità spesso assumeva tra i suoi membri un nome più semplice: i Dodici) avrebbero potuto successivamente muoversi per sferrare un rapido attacco. Pertanto, lavorava sulla psicologia, sulla cultura e sui rapporti socio-professionali, per garantire al suo programma di sovversione un avanzamento sicuro e silenzioso, impercettibile e allo stesso tempo inarrestabile.

I Dodici erano d’accordo con la sua strategia.

 

Quinta parte

 

Era necessario, prima di iniziare a programmare il colpo di stato, attendere che almeno le prime crepe iniziassero a mostrarsi nella società femminile della Repubblica. L’azione congiunta dei sindacati segreti sul luogo di lavoro e degli I.B.D. in società non tardò a sortire degli effetti incoraggianti. Le datrici di lavoro si spaccarono in due correnti di pensiero: da una parte, le fautrici di un netto miglioramento delle condizioni professionali dei maschi; dall’altra, le conservatrici. Nel tempo libero, l’élite repubblicana raramente riusciva, ormai, a organizzare una serata durante la quale sia le chiacchiere in piedi a tu per tu che i discorsi condivisi in piccoli gruppi a tavola non finissero per scivolare su quell’argomento: la situazione dei maschi, la discriminazione di cui erano vittime, le ragioni storiche, genetiche e culturali della supremazia femminile e la legittimità o illegittimità etica di tale predominio.

Il punto chiave – le banche del seme – rimaneva ancora tabù, ma Algirdo non aveva dubbi: era solo una questione di tempo. A preoccuparlo molto di più era un altro problema: la carenza, al di fuori dei suoi fedeli Dodici (ad alcuni dei quali era stato anche assegnato il ruolo di leaders dei sindacati segreti), di maschi colti, informati, forniti di senso civico. In tali condizioni, non sarebbe stato un problema organizzare il golpe e portarlo a termine con successo; ma cosa sarebbe accaduto dopo? Non esisteva il rischio, nel ristabilire la parità tra uomini e donne conservando il vigente sistema politico rappresentativo, di creare una società in cui il prestigio sociale e la legittimazione a governare, associati sia alle donne – tutte – che agli uomini – inevitabilmente, però, solo ai pochissimi tra loro di livello superiore – sarebbero stati violentemente contrastati, in quanto discriminanti, dalla massa ignorante dei maschi da Algirdo stesso liberati e promossi? Quale tipo di suffragio andava dunque concepito per una tale comunità?

Non c’era tempo per le speculazioni. Bisognava lavorare, ogni giorno, per il futuro – un futuro di libertà ed eguaglianza.

Tre anni dopo l’avvio delle attività dei sindacati segreti, quattro dopo la nascita degli I.B.D., undici dopo la rivolta delle banche del seme e ventisei dopo la fine della terza guerra mondiale, un tardo mattino di gennaio, l’Indonnato ricevette la notizia: un gruppo di parlamentrici della Repubblica aveva presentato al Comitato centrale, il pomeriggio precedente, un rapporto dettagliato sulle condizioni igieniche nelle banche del seme, unitamente a una riflessione della celebre scrittrice Sottana Samarita, intellettuale dotata di indiscussa autorità morale nel settore della bioetica. La sua riflessione aveva un tono allo stesso tempo amaro e intransigente: la situazione andava risolta al più presto, ma non ci si poteva fermare lì: bisognava dare avvio a un processo di ripensamento complessivo della gestione dei mezzi di riproduzione femminili. Citando in più passaggi il filosofo antico Karl Marx, Sottana Samarita ne riprendeva le rivoluzionarie analisi della questione dei mezzi di produzione nella società industriale del XIX secolo, aggiornandole alla luce dei dilemmi del presente: la gestione dei mezzi di riproduzione doveva essere privata, o statale?

L’artista non metteva assolutamente in discussione i mezzi stessi (la riproduzione delle femmine – e dei maschi, inevitabilmente – avveniva solo attraverso le banche del seme, gestite dalle donne e per le donne: gli uomini erano i fornitori ed esse le beneficiarie); si limitava a farne una questione di proprietà. Statale, o privata? Era questa la sua domanda, la risposta essendovi implicita: la proprietà collettiva delle banche del seme avrebbe eliminato sia i problemi igienici che quelli etici. Secondo Algirdo, le conclusioni tratte dalla Samarita erano superficiali, persino sciocche; ma non gli importava, perché quel mattino di gennaio comprese come la grande occasione fosse finalmente arrivata. Se la proposta della scrittrice fosse stata accolta dal Comitato centrale e dal Parlamento – e non v’era motivo di dubitarne, visto il suo prestigio – prendere lo Stato avrebbe significato prendere le Banche. Stava per arrivare il momento di pianificare un attacco.

Sesta  e ultima parte

 

Il j’accuse di Sottana Samarita, come previsto, non rimase inascoltato: nel giro di un anno e pochi mesi, le banche del seme furono nazionalizzate. Lo Stato moderno aveva infine raggiunto il suo estremo limite di sviluppo: esso generava i propri Cittadini. La cosa non inquietava affatto il Comitato centrale repubblicano né le prestigiose intellettuali intorno a esso orbitanti, ma la formazione umanistica (perfezionata – da quando aveva smesso di fare solo il mammo e si era dedicato a progetti sovversivi – attraverso la lettura di testi proibiti, rimediati anche grazie alle sue conoscenze negli ambienti della dissidenza femminile) di Algirdo lo rendeva estremamente sensibile a questo genere di problematiche; ed egli pensò di usare la questione per avviare una furente campagna di propaganda ideologica antigovernativa. I Dodici furono d’accordo.

La campagna durò, nella sua forma virulenta, solo alcuni giorni, ma il suo effetto principale fu quello di portare allo scoperto la struttura clandestina creata e gestita dagli I.B.D. e il ruolo fondamentale in essa svolto dall’Indonnato; la Repubblica reagì tiepidamente agli attacchi ideologici, mentre le donne più influenti proposero di legalizzare tutti i sindacati dei maschi (fatta eccezione per quello generale – il Grande Sindacato della Liberazione Maschile) e di offrire importanti ruoli dirigenziali ai Dodici. La proposta di legalizzazione fu pienamente accolta e realizzata nel giro di pochi mesi; Undici dei Dodici accettarono gli incarichi offerti – e la questione si spense lì.

…………………

Algirdo sono io. Inutile perseverare nella dissimulazione. Sono trascorsi trentatré anni da quell’entusiasmante ma fallimentare campagna, la mia Banda non c’è più e i miei amati sindacati sono divenuti organi del PD (il Partito delle Donne).

La Repubblica, trentuno anni fa, si è sciolta: poco dopo la fine della nostra campagna ideologica erano sorti dei movimenti spontanei per la liberazione dei maschi, guidati da individui rozzi e violenti ai quali non me la sentii di dare pieno supporto. Tacqui, fui accusato di irresponsabilità da una parte, di tradimento dall’altra; i movimenti si unificarono (sotto il nome di LMDD, Libero Movimento delle Dieci Dita, per via dei sonori schiaffoni a doppia mano che rifilavano ai loro oppositori) rafforzandosi così a vicenda, arrivarono a minacciare l’ordine pubblico e resero “necessaria” l’adozione di misure “straordinarie” di sicurezza.

Oggi il PD, nato in quell’occasione, ci controlla tutti. Il suo Comitato Centrale ha ereditato i poteri del vecchio Comitato centrale repubblicano. Io non faccio più il mammo – per l’età, ma soprattutto perché, durante quella campagna, ero venuto – come detto – allo scoperto. Mi era quindi stato offerto un posto in Parlamento, come Indipendente Indonnato, ma naturalmente non l’avevo accettato. Le ingiuste accuse di irresponsabilità mi avevano dato il colpo di grazia. Nessuna donna mi aveva più chiamato per essere aiutata con i suoi figli; per campare, divenni scrittore di raffinati racconti pornografici eterosessuali per il mercato sotterraneo dei libri proibiti.

Mi disprezzo per tutto questo, sono avvilito dal mio fallimento umano e politico; non passa giorno in cui non mi chieda dove abbia sbagliato.

Sono anziano, sto per morire. Nessuna speranza mi sopravviverà. La sottomissione dei maschi è destinata a durare per secoli. Se penso a con quale facilità Undici dei miei Dodici si vendettero, al culmine della nostra battaglia, a quel governo ipocrita e corrotto della Repubblica, quasi mi convinco che noi maschi ci meritiamo in pieno lo Stato totalitario e il partito unico di oggi. Le nostre condizioni oggettive non sono poi molto peggiorate, in realtà – anche perché renderle più pesanti era difficile; d’altra parte, né i maschi divenuti dirigenti né i sindacalisti entrati nel PD sono riusciti a far nulla che le potesse migliorare.

Sono state le donne, tutto sommato, a rimetterci di più, nel passaggio dalla libertà alla tirannide. Il Parlamento, è vero, è rimasto; ma ha perso ogni funzione reale. Si potrebbe anche cambiargli il nome, a questo punto: “Ciarlamento” sarebbe perfetto (oh, amara, impotente ironia di un vecchio!)

Chissà che cosa combinano, adesso, e se ancora esistono, quei movimenti dissidenti femminili che avevo conosciuto da giovane. Le Bellelaike… che ridere. Ma dovrei ridere di me, invece. Avrei dovuto essere più rilassato, quando le conobbi; magari avrei potuto persino allearmi con loro. Certo non avrei ottenuto nulla, politicamente, ma almeno mi sarei goduto un po’ quegli anni. Ormai è tardi. Lasciatemi, dunque, fischiettar vecchio e demente, biascicar sovrappensiero, prima di addormentarmi sul divano, davanti alla televisione:

 

Undici dei Dodici, si vendettero.

Undici dei Dodici, sì.

Undici, dei Dodici…

 

(Alberto Cassone)